Silenzio

Maria Cerino



Ha chiuso gli occhi mentre cercava di prendere le distanze da quella città, dimenticare dove si trovasse. Il giardino le imponeva nel silenzio lo sforzo di consegnarsi ad esso mentre Milano oltre l’ingresso del vecchio istituto bancario premeva per entrare nella sua mente nonostante i rumori fossero lontani e anche il ticchettare delle scarpe di un’altra visitatrice si ottundesse come separate da un vetro spesso, oltre una finestra. Mariolina aveva chiuso gli occhi mentre ancora non era arrivata alla fine dell’incisione sulla targa, si spiegava con parole dello Scrittore di aver edificato intorno ad uno spazio vuoto, riconsegnandolo al prossimo come giardino. Le palpebre si reggevano leggere le une sulle altre e il vento, un ricordo di brezza di mare o di furore di popolo passato, gli spirava contro avvolgendole.

Milano, in quel giardino nel centro, era meno calda di quanto l’avesse subita fino ad un’ora prima e il sole lo si sentiva come in vallata in mezzo ai monti. Se prima di entrare aveva fatto bene attenzione a chi le passasse accanto con quel timore che del vicino ti fa cogliere il riso divertito generando l’assurda contraddizione che nonostante si sia in una metropoli dove è impossibile accorgersi di qualcuno, almeno che non ci pesti un piede, sembra che il vicino – alla fila per il bagno, accanto al tavolino del bar per la colazione – stia ridendo di te. Adesso mentre Mariolina è sull’uscio del giardino segreto e le prude il naso non si limita a grattarlo con un veloce scatto della mano, quasi a tirar via una mosca, come è solita fare ma insiste, ci schiaccia contro le dita sulla punta non preoccupandosi di apparire a qualcuno la donna a suo agio con gli infantilismi che in fondo è. Tanto più che da una delle salette (ma è forse più una suggestione, il riverbero di un ricordo acerbo) arriva un coro da I Due Foscari e oltre la piazza, a pochi metri da dove è adesso, La Scala se ne sta ad osservarla con il volto grigio di tempo come davanti ad un ospite indesiderato.

Sente chiamare il suo nome Mariolina, sibilato e lontano, si volta ma non vede nessuno. Poi ancora Mariolina e Maria, Lina dall’angolo, un invito. Insegue la voce che sembra starle, adesso, seduta sull’orecchio, mantiene lo stesso volume, identica intenzione. Maria dolce, Maria ancora una volta. La conduce davanti a una fontana nascosta dove la vegetazione si fa più fitta e quell’acqua che sgorga con una lentezza materica risponde alla voce che ancora dice Mariolina con un altro nome che però Mariolina non capisce.

Il vento si fa più insistente e le preme contro la schiena, si volta e sente addensarsi l’odore di muschio in una sagoma di uomo alto, giovane e bello. Avverte un peso sulle braccia, caldo di mani, le pesa la testa ma resta ferma tenuta impalata a una forza di maschio con il volto chino su di lei. Il vento le bacia il naso, l’uomo le bacia il naso. Il vento le sposta dal viso i capelli, l’uomo le sposta dal viso i capelli. Il vento le apre la camicia, l’uomo le apre la camicia. Mariolina offre al vento e all’uomo il collo. Avvolge l’odore di muschio con le sue braccia strette e poi sviene.

A Roma è tutta un’attesa. Cammina in Prati e dove le grandi strade si incrociano al primo vento spera che sia il suo vento. Poi risale le scale e con le buste pesanti di spesa, ritorna nel suo appartamento.

Pietro se ne sta affacciato alla finestra mentre fuma una mezza sigaretta, vede un tocco di corrente strappargli dalle mani il mozzicone e Mariolina sorride pensando a una ripicca, affila le narici alla ricerca di un sentore di muschio, il gesto di un amante geloso. Niente. Sta cucinando e ogni tanto si volta a guardare Pietro. Pietro il grande. Pietro che sfoglia le carte e prende appunti, gli occhiali continuano a scivolargli dal naso, la calura ha fatto della sua pelle un involucro liscio e appiccicoso di caramella. Le sorride mentre le chiede di versarle del vino e continua a scrivere.

Mariolina si annoia, il pollo cuoce nel forno lento e ogni tanto si alza un refolo in strada che sposta una carta e lei si sente disperata, separata all’amore da una finestra. Ora che la cena è pronta Pietro è venuto a tavola con dei pantaloncini e una maglietta che fanno della sua persona una sagoma tanto buffa, piena e gonfia dove dovrebbe essere gonfia e piena, da farle tenerezza. E come ogni sera piega la testa sul suo piatto, Pietro, e prende a mangiare con una fame senza gusto, di bestia. Si distrae solo per alzare il volume del notiziario, dire che capisce e infine domandare se ha capito bene.

A volte a Mariolina le capita di sperare che Pietro diventi più vecchio, decrepito, che si pieghi sullo stesso piatto ma che gli tremino le mani nel portarsi il cucchiaio alla bocca e si faccia lento ma attento ad ogni briciola, ad ogni rivolo di brodo che gli sfugge dagli angoli della bocca e provi imbarazzo per quell’umiliazione e Mariolina sempre là, con il tovagliolo ben piegato sul ventre, a consolarlo.

Sono sul divano, adesso. Mariolina rispondendo all’invito di Pietro si è fatta vicina, la pelle del suo braccio si è attaccata a quella del braccio di lui tanto che quando per troppo caldo si è staccata la pelle ha fatto il rumore dei ghiaccioli scartati ed è rimasta a brillare, quasi trasparente. Pietro non vuole che lei sieda all’altro lato del divano, quando disobbedisce la sgrida con la voce di papà alla sua bambina. Quando non basta le ripete che è una bambina cattiva poi ride e alla fine ridono insieme. Però se Mariolina non ride. Mariolina stasera non ride, ogni tanto si alza si piega sul davanzale, si sporge a cercare il vento e tira su i capelli mentre una spallina del vestito le scivola giù e lei lascia fare.

A Pietro quella geografia della distanza in casa non piace. Le ripete di sedersi accanto, Mariolina abbandona la finestra delusa dimenticando pure il profumo del vento che stava aspettando. Si è sbagliata. Poi Pietro, dopo un’ora di resa, ripetendo una domanda che un personaggio fa a un altro in televisione, le chiede E sette per otto quanto fa? Mariolina rincorre i numeri ma più si affanna e più la risposta le sfugge e Pietro ride, Ma come piccolina non lo sai? Ride e la bocca gli deturpa il volto, a Mariolina le sembra una domanda vitale che potrebbe salvarla dal mostro che si sta preparando a mangiarla, e corre corre con la testa ad afferrare i numeri. Chiude gli occhi, stringe i denti. È pronta per accucciarsi nella pancia del drago, lasciare ripetere a Pietro che è sciocca e non sa mai niente, un’imposta sbatte.

Mariolina, il vento.








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 1 settembre 2019