Acnestis

Michele Neri









"Non sono io a poterti dare la felicità, quindi è meglio se ci vediamo."
"Che significa?" Rispose lei.
"Se fossi io a poterti rendere felice, incontrarsi e poi un giorno non vedersi più, sarebbe un rischio. Ho vent’anni più di te. Tu sole. Io ombra."
"E se invece fossi così felice, che poi..."
"Non è così."
"Non mi aspetto niente. Potrebbe, perché no?"
"Per un milione e mezzo di ragioni." Tagliò corto lui.
"Mi senti? Sto sospirando, dio se sospiro. Lo so che non puoi sentirmi. Io provo a riportarci su, e tu. Se fossimo sulla chat."
"Infatti."
"Sì. Metterei proprio la faccia che detesti, perché vuoi rimediare, non ti conosco, però non riesci a vedermi scontenta."
"Stavo dicendo: se ti rendessi felice io, e soltanto io, sarebbe un’approssimazione, e tu non hai ancora l’età per farlo. Lasciami sperare. Almeno tu."
"Saranno affari miei." Mormorò lei.
"No, se stiamo parlando di qualcosa in cui ci sono anch’io. Perché io so che cosa significhi avere la fortuna di sentirsi uniti dai piedi alla testa, sfrigolanti sotto il taptap di una doccia bollente, pieni ovunque in un modo che prima non esisteva."
"Parli del tuo..."
"...Cosa che quello che sta fuori se ti tocca rimbalza, felice di non aver capito contro quale entità invisibile sia andato a sbattere."
"Michele."
"Contieni tanto tripudio che..."
"A parte che tu dici qualcosa in cui ci saresti anche tu e questo è un telefono; e poi non ho mai creduto che si possa aver bisogno di un’altra persona, per essere felici."
"Perché non l’hai provato. Se no, mentre stai cascando, ti piace credere che non finisca se non quando, per una volta, sei riuscita a fare a meno di te, a toglierti la pelle senza accorgerti. Un pacchetto che non vedeva l’ora di essere scartato. Così. Aspetta."
"E’ che con la mano che mi resta, sto tentando di aprire il vestito; la zip si è bloccata in quell’unico punto a metà della schiena, dove non..."
"Acnestis."
"Eh?"
"Lascia stare. Immagina, Erika: tu stai cadendo, l’amore ti ha fatto a pezzi. Stramazzi sei quello che non eri mai riuscita a diventare, non ti riconosci perché non eri ancora stata abbastanza suscettibile."
"Lo sono. Vuoi? Vuoi che ti faccia vedere? Ogni tanto penso che dovrei mandarti a fanculo, ma."
"L’altro senso di suscettibile."
"Che ore sono?"
"Le due meno dieci."
"E vuoi spiegarmi che sono suscettibile, ma non come dovrei?"
"E se ti dicessi che sono a letto con l’arnese in mano, una canna per innaffiare con il buco sottile in attesa dei fiori."
"Meglio."
"Ho il telefono tra l’orecchio e il cuscino perché tengo tutte due le mani lì. Non è grosso. Potrei mentirti; se solo ne avessi motivo."
"..."
"E’ solo perché mi sento in contatto con quanto c’è sotto, nelle goduriose profondità di un tempo; è fiducia nel caso; la canna, fissare il gavitello come uno scemo."
"Tu sei. Scemo."
"Hai riso tu, però."
"Perché non ti ho mai visto."
"Cambierebbe?"
"Pretenderei che non ne sparassi troppe, di cazzate."
"Ci sei arrivata: uno che si tiene il cazzo in mano, senza chiedere che tu faccia nulla, però te lo dice, magari sta pure mentendo, o lo tiene fermo per ore –temesse di perderlo in caso servisse a spegnere un incendio nelle vicinanze– e intanto parla con una donna che non conosce, e che non ha certo bisogno di sprecare la notte ad ascoltare chi se lo tiene in mano e intanto ascolta Blue Moon da una radio a forma di sottomarino, –ma anche questo potrebbe essere inventato– dicevo, è evidente no, che non è lui, non sono io quello che possa renderti felice?"
"Vuoi che metta giù?"
"No. Per favore."
"Che cosa ci diciamo allora?"
"Ti viene facile scopare con uno sconosciuto?"
"E a te?"
"Sarà più facile che per me."
"Da cosa lo deduci?"
"Quando facevi la cameriera, a Pisa."
"Mille anni fa."
"Sei sempre tu."
"Ma io cambio, tu vorresti pensarmi uguale. Io potrei essere una voce e basta."
"Se sei stata capace di farlo, non smetti."
"Tipo pedalare."
"Avevi raccontato che non riuscivi a dire di no a un cliente."
"Se ero infelice, stanca di passare la giornata a studiare e poi a pulire i bicchieri di birra, e se non avevo troppo schifo, se un no era sentirmi più sola. Se l’avevo fresca."
"Mi avevi detto che non ti ci voleva niente a salire su una macchina nel parcheggio... e poi andartene a casa a piedi."
"L’ho raccontato perché ci parlavamo meglio. Un conto è pensare che ti eccitavi di me, se descrivevo la leggerezza con cui scopavo. Avevi quella timidezza bella, m’invidiavi. Adesso mi sembra di darti una ragione per avercela con me."
"Erika. Scusami."
"Avevo vent’anni, bastava che mi sfiorassero il polso con le dita, facendo una voce un po’ bassa."
"Come un serpente sul braccio."
"E con la voce bassa. Le cose capitano anche perché non scegli niente."
"E’ bello non essere padroni di sé."
"Ho sonno. Son quasi le due e mezzo. Non c’è differenza tra sentirsi regina della propria fica e avere la tremarella davanti a due occhi scuri; per te è impossibile capirlo. Che c’entra poi?"
"Per la questione della suscettibilità."
"Ancora?"
"E’ importante."
"Va bene."
"Se tu fossi una suscettibile, non la daresti."
"Spengo. Ok?"
"Sono complicato perché è il mondo a esserlo. Come non cercare di essere all’altezza?"
"Non tutto è complicato."
"Ricordami che devo dirti una cosa."
"Son qui per questo."
"Se hai davanti chi ti piace appena un po’, e dopo dieci minuti è addosso, vuol dire che suscettibile non lo sei."
"Non vedo il punto: se mi è venuta voglia di far sesso d’estate, a vent’anni! Avevo bevuto..."
"Tu devi ancora scoprire la tua suscettibilità, quella cosa che non ti fa fermare finché non vedi la scritta in caratteri cubitali: qui troverai ciò di cui hai bisogno, niente di meno."
"Sono stanca."
"E se non ti è mai successo, deve capitare: io sarei un telo rigido a metà; tu ti butti pensando di toccare il fondo, e non vedi che ci sono io a fermarti. Ti sto convincendo contro il mio interesse."
"Non farlo, Michele."
"Ma non riuscirei a sopportare di vederti lì che rimbalzi ancora, incredula, gli occhi..."
"Perché, sai come sono?"
"No, e ancora, sperando di bucare la rete. Poi mi guarderesti. Ma perché non me l’hai detto."
"Sei un coglione."
"Ti sei mossa?"
"In che senso?"
"Ora."
"Ce l’ho fatta a spogliarmi."
"E."
"Cosa?"
"Nuda?"
"Certo, fa caldo. Da te no?"
"Erika."
"Dimmi."
"Ti sei arrabbiata?"
"Stanca. Raccontami qualcosa che mi faccia pensare bene di te."
"Sai cosa vorrei?"
"Smettila di parlarmi come se ti dovessi un favore e dovessi sapere che cos’è."
"Che una mi chiami con il mio nome."
"Michele?"
"Sì, ma non deve aver ancora detto il mio nome."
"Io l’ho già fatto."
"Non abbastanza da rovinare l’effetto."
"Cioè?"
"In quanti mi avranno chiamato per nome? Maestre e colleghi e cugini e medici di famiglia o la nonna che voleva tirarmi una sberla e m’inseguiva, strillando Micheleee, eh, quanti? Se ne sono andati portando il mio nome con loro. Ci sei?"
"Fammi un favore. E se senti dei respiri, è perché mi sono addormentata."
"Quale piacere?"
"Non dire niente di triste."
"Non c’è problema. Cos’è più eccitante di ascoltare una voce che articola per la prima volta "Michele": che struscia contro il palato, e le lettere escono dalla bocca non per necessità o abitudine, ma perché non possono fare altro, devono scappare perché se non lo facessero la bocca esploderebbe."
"Chi?"
"E il mio nome trascina dietro le membrane da cui era rivestito prima di diventare suono. E’ una parola che non apparterrà più a lei e non lo sa, mentre consegna a chi nomina l’unica identità che aspettava. Ci sei?"
"Devo lasciarti, scusa, ho dimenticato di portare giù la differenziata."
"Quale?"
"Giallo, carta. Il mio preferito, tra poco passano."
"Perché ti piace?"
"Perché è pulito?"
"E’ il mio preferito. L’unico in cui si possa fare ordine usando le mani. I fogli già pressati."
"Puoi schiacciarli ancora di più."
"Ti sembra impossibile farci stare una sola pagina in più."
"E invece basta appoggiare le mani verso il basso e scendere dritti con le spalle."
"I patinati, che puoi arrotolare stretti come..."
"Canne di bambù!"
"O cannoli."
"Da portare alla bocca?"
"E i cartoni pressati."
"Così perbene, loro."
"Torni subito? Non ho sonno, e il corpo comincia a distendersi. Anche tu?"
"Prima dammi un consiglio. Scendo giù nuda veloce veloce oppure mi devo rivestire? Sono tredici gradini e poi mollo il bidone. Quando ne mancano due, posso allungarmi e tornare su di corsa."
"Ti possono vedere?"
"Dormono."
"Dove stai?"
"In mezzo al paese, nel centro storico, tra vecchie che danno da mangiare ai gatti, e gli parlano perché non hanno più un marito da correggere."
"E’ una frase da uomo."
"So quello che vuoi sentire."
"Esci così e lascia il telefonino acceso sul letto. Ti aspetto."
"Sicuro?"
(...)
"Non tornavi. Non faceva freddo?"
"Un po’. Mi sono fermata in cima, a vedere la luna, sembravo una statua, i puntini per il freddo. Poi sono scesa di corsa e ho dondolato troppo il manico, il bidone ha sbattuto contro la ringhiera, i giornali e gli scontrini sono volati."
"Cazzo!"
"E sono rimbalzati sui gradini, insieme alle fustelle di carta delle confezioni che avevo separato con tanto piacere dalla plastica."
"Assurdo."
"Mi sono dovuta chinare su ogni gradino. Mi preoccupavo di mettere due piedi nudi e non uno soltanto sul cemento, e mi son ritrovata seduta sugli scalini dove pisciano i gatti. La carta era sparpagliata per metri."
"Una professionista come te."
"E poi le ginocchia cominciavano a farmi male, sulle pietre. Ho iniziato a leggere un articolo, poi ho visto un’ombra dietro la porta a vetri della cantina di fronte e mi sono immobilizzata."
"Non sei alta. Scommetto che non lo sei."
"Perché?"
"Se lo fossi non ti occuperesti di cose tanto piccole. Tu togli le etichette di plastica dalle arance, quelle col giullare, prima di buttare le bucce nell’umido."
"Sì! Ma adesso ho freddo."
"L’avevo già capito quando mi hai detto che scendevi nuda per le scale. Una alta non lo farebbe. Mi piacciono piccole."
"Anche se il naso è grosso?"
"Non sai cos’erano i nasi grossi quando avevo la tua età. La razza migliora, ma non ne sappiamo approfittare. Questa appartiene al genere di affermazioni che io chiamo ’nere’, perché sono vere per chi le dice, ma non significano nulla per chi ascolta."
"Meglio così."
"Che?"
"I nasi grossi. Che cosa vedi in questo momento?"
"Un armadio. E’ più largo del letto, è davanti a me, liscio di legno chiaro e senza maniglie, si apre a scorrimento. Mi segue da tre traslochi, tutto è andato così veloce... mai riuscito a riempire i cassetti. Quante notti, sdraiato davanti. Aspettavo una risposta. Da chi? Non lo sapevo. E tu?"
"Un’isola. Lucine dall’altra parte del mare e sì è proprio l’isola, lo dico perché ogni tanto non riesco a vedere oltre la statale, e mi confondo con i lampioni, le case i riflessi."
"E di te?"
"Le luci dei lampioni passano tra le doghe degli scuri, mi tagliano in fette... nere e gialle. Le gialle sembrano pietre, però... spalmate."
"Caviglie, pancia e faccia gialle?"
"No, vedo meglio con gli occhi al buio. Collo, pancia, ginocchia e piedi, gialli."
"Peccato."
"Perché?"
"Speravo che la luce mi aiutasse colpendo il pube, o il seno, perché avresti dovuto nominarli. Che parola avresti usato. Pube?"
"Inguine, non so."
"Seno?"
"Seno."
"Seno: come le mamme. Fai differenze? Se stai parlando con chi hai scopato, la chiami fica e se invece non l’hai mai fatto, no?"
"Ho cominciato a dire seni passati i trenta. Ah sono le tre."
"Crescete, è faticoso, farà piangere, ma voi sapete cambiare, anche le parole e noi no. E’ così che finiamo male, perché non cambiamo. Prendiamo in mano qualsiasi cosa e ne facciamo un disastro. Prima bene così, poi non così, dopo lo rivogliamo com’era. Inguine, hai detto."
"Lo fai sembrare un piatto che non si mangia più."
"Ci vuole un anziano e o un pescatore perché tu lo scopra. Te ne resti distante, mentre si arrangiano con il coltello, e sorridono abbronzati tutti una ruga. Ricordo quando mi aprirono i ricci per la prima volta."
"Che schifo!"
"Se ci pensi, per quanto la sposti con le dita, torna dov’era. Ci sono?"
"Sei solo da tanto."
"Tre anni. Sono tre anni che non mi siedo sul bordo di un letto, aspettando con il cuore che si allarga in tutto il corpo."
"Il cuore, certo."
"Adesso cerco di finire sotto le lenzuola nel tempo più rapido possibile. Un fumetto. Quando invece c’è una, non mi sento a due dimensioni, ho la terza."
"Immagino."
"Non intendo quella. E’ che il mio corpo lo sento davvero addosso, se ho vicino una donna."
"Be’ sarà anche per..."
"Non è importante."
"Spiegami. Intanto io appoggio il telefono vicino all’orecchio, e vorrei che tu mi parlassi come se fossi la tua donna da sempre e non ne avessi mai conosciute altre. Quando non c’è bisogno di dire niente. Se è previsto scirocco, saresti carino con me, perché sai che poi mi viene il mal di testa e mi riempio di macchie e anche se sei stanco, di essere carino, ti sforzi. Un balletto: io confermo te tu me. Mi basta uno sguardo come quando eri bambino. Non capiterà, ma è bello."
"Non sarebbe un vantaggio per te."
"Provaci, Michele. Michele..."
"E poi, quando avevamo giocato tutto e il sudore sulla schiena non era più abbondante, ma bastava che ogni tanto a letto io allungassi il piede verso il tuo perché tu ti girassi e, prima di scendere a controllare, circondavi con la mano la mia pancia, chiedendoti quale lettera premere su una tastiera tonda, e poi dicevi ah ah quando il dito scivolava su una curiosa viscosità caduta, e a differenza di prima, non solo non potevi sapere quale donna fosse affiorata poco prima dalla mia memoria, nemmeno t’interessava più, e indugiavi con me dentro un silenzio tenuto su da entrambi come una porta che aveva perduto i cardini, rimandando la prova della tua consapevolezza perché sapevi che cosa speravo: aspettare e ancora aspettare."
"Mi piace. E prima?"
"Avevamo fatto sesso migliaia di volte. Uguale a tutti, non una di meno. Non è questo, che ci rassicura?"
"Sotto la doccia, i seni insaponati che girano come spugne dei ragazzi che puliscono i vetri delle auto in tv?"
"Spugne nelle mani di ragazzi arrampicati sui cofani delle auto. In ascensori con le pareti di velluto verde."
"Mi avevi chiesto di picchiarti?"
"Per mesi tutti i giorni poi anch’io."
"Ci siamo strappati in due come un foglio di carta?"
"Più una cartilagine di pollo."
"E l’avremo fatto perché ci odiavamo."
"O volevamo soccorrerci."
"Perché avevo fame."
"E io dovevo smettere di bere."
"Perché ci mancava un muro. Lo tenevo tra le mie mani finché non forzava le dita."
"Bella prigione. Esaurite ascelle, concavità, orecchie."
"Le orecchie?"
"Tiravo giù i lobi e te con loro."
"Quando il tempo era troppo, ci siamo tolti lo spazio."
"E il sangue."
"Fino a dove siamo arrivati?"
"Fino al punto che abbiamo smesso di cercare."
"E’ brutto? Non riesco a immaginarmelo."
"Non lo so ma finisce così per tutti, quindi non lo è."
"Non c’era una cosa che non avevamo ancora fatto e però sapevamo cos’era? E se sì, o almeno uno dei due l’aveva immaginata, perché non l’abbiamo provata o non ne abbiamo parlato? E perché non mi hai toccato, quand’ero finalmente arrivata lì, a un passo da te? E’ orribile, sei stato disgustoso."
"Perché non siamo la stessa persona. Oppure perché è più semplice non ricordare ciò che si sa, per non diventare ciò che ci somiglia e abbiamo paura di sapere che ci ha stancato."
"Ho capito, ma allora non è tutto inutile?"
"Magari è proprio la cosa più bella, quella lasciata fuori."
"E con tutto il tempo che abbiamo avuto."
"Forse è proprio questo qui, ora, il gioco che poi rimpiangeremo?"
"Dici che sono le ombre su di me? Mi sposto."
"No."
"La voce che ordinerà all’altro che cosa fare?"
"..."
"Rimandare l’esaudimento delle nostre richieste?"
"Non pensi che è come se l’avessimo già fatto?"
"Io che resto nuda sui gradini, e tu mi guardi mentre l’uomo sceso in cantina perché si era ricordato all’improvviso di essersi dimenticato –che cosa può essere, alle tre– spalanca la porta e mi sorride, s’immobilizza, mentre io, chinata, raccolgo lentamente gli ultimi pezzi di giornale per infilarli nel bidone giallo, e so che mi sta guardando il culo che è un melone tagliato infilato nella rete verde della ringhiera, mi giro con circospezione, sperando di non spaventarlo perché desidero soltanto restare in piedi davanti a lui, sono felice lì a pochi metri, sapendo che nessuno di noi si muoverà fino a che la mattina c’avrà inghiottito, con le campane e i piccioni, così da raccontarti qualcosa che non conoscevi già."
"Mentre mi parlavi di te e del vicino, io ho pensato soltanto a come avresti raccolto la carta sparsa per terra, come se l’avessi visto fare mille volte, quindi no, non credo, non è nemmeno così. Penso che a tutti tocchi sopportare l’idea di un confine che non si supererà in nessun modo, per quanto ci si stiri fino a strapparci, ci si violenti o si faccia del male, e lo so bene, è brutto che nemmeno un’altra persona, e con tutta la vita a disposizione, riesca a farlo al posto tuo, per l’altro o per sé, ma è così. Siamo frasi che non riesci a tracciare fino in fondo senza sollevare una volta la penna o rifare la stessa strada. E’ così quando si è in due, se non sono persone prive d’immaginazione e hanno capito che soltanto se non si è da soli, capiterà qualcosa che farà sentire soli."
"Adesso che sappiamo, perché non ci vediamo?"
"Lo sapremo anche domani?"






Immagine in homepage: Tania Franco Klein, The Waiting, 2016
In alto: Michele Neri, Ultimo sole








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 6 settembre 2019