Boy-Ler

Hilary Tiscione









Mr. Ler conta zero passi prima di bussare alla porta. Al battito meno tre la porta si apre.
Pendono aliane dal soffitto. L’intonaco srotola verso terra come fogli di papiro disidratati. Le piante colore avana sono antenati delle piante che erano.
Boy è seduto alla sua scrivania; sorseggia un decotto tiepido di cicuta mentre pettina quel che resta di un’aureola di fili perlacei attento a non raspare la pelle delle orecchie.
Ler siede in punta alla seggiola della scrivania di Mr. Boy.
“Pensavo di scrivere un racconto su un tizio che dice sempre di no.”
“Perché no!” Esclama Mr. Boy.
“Appunto. Che ne pensa?”
“È un’idea buona.”
“Lo è.”
“Potrebbe scrivere di quella volta che abbiamo fatto le cinque di mattina parlando di quella donna, la sua amica, quella che aveva rotto un tacco ed era rimasta seduta tutto il tempo.”
“Non credo di avere molto da dire su quella donna.”
“Potrebbe scrivere di quella volta che aveva cercato per due giorni di ricordare una cosa senza mai ricordarla.”
“No, erano tre i giorni.”
“È vero. Potrebbe parlare di quando aveva finto di respirare male per saltare la coda al supermercato. Era forse stata un’idea di sua figlia?”
“Non ho figlie, Mr. Boy. Era stata un’idea di mia moglie che effettivamente respira male.”
“Lei respira bene, Mr. Ler?”
“No, affatto.”
“Soffre di asma?”
“No.”
“Ha una broncopneumopatia cronica ostruttiva?”
“No.”
“Ha per caso una tracheobroncomalacia?”
“No, non credo.”
“Forse si tratta di una fibrosi polmonare. È andato da un medico?”
“No. Devo?”
“Veda lei. Gradisce un caffè?”
“No, grazie.”
“Magari uno snack, Mr. Ler?”
“No, ho mangiato poco fa.”
“Capisco. Dicevo, potrebbe scrivere di quella volta che il suo compagno di scuola le ha raccontato di quella ragazza che aveva invitato a cena e lei aveva scoperto essere la sua ragazza.”
“No, quella storia ancora mi mette in agitazione.”
“Mi rendo conto, Mr. Ler.”
“C’è qualcosa di cui vorrebbe scrivere, Mr. Ler?”
“Le ho già detto di cosa voglio scrivere.”
“D’accordo, ma le sto chiedendo se vuole scrivere di qualcosa in particolare.”
“Di particolare no, ma credo di avere uno spunto interessante.”
“Ovviamente Ler, ovviamente. Perché non racconta di quella volta che voleva comprare dei fiori e poi il fioraio le ha chiesto di stare un attimo nel negozio perché aveva delle commissioni da sbrigare e non è più tornato e lei…”
“No, aspetti, era un negozio di piante.”
“Vero, Mr. Ler. Vero.”
“Potrebbe scrivere di quella volta che si è sentito male durante la messa e l’hanno messo seduto al centro della chiesa, legato stretto su una seggiola e tutte le persone intorno, disposte a cerchio, cantavano Gloria.”
“No, era Accoglimi Signore.”
“Le piace come storia?”
“Non ha ancora capito di cosa vorrei scrivere, Mr. Boy?”
“Mi pare di aver capito, caro Ler.”
“No, mi sembra confuso.”
“Le dispiace se vado un attimo al bagno?”
“Certo che no, Mr. Boy.”

“Sono rimasto seduto qua una settimana, Mr. Boy.”
“Dice? Mi sono parsi due giorni.”
“No, erano sette.”
“Cosa stavamo dicendo, Ler?”
“Vorrei scrivere di un tizio che dice sempre no.”
“Interessante. Mi ha divertito quella volta che mi ha raccontato di quel tale che collezionava barche a vela e ne aveva venduta una per comprarsi una macchina ma poi aveva venduto la macchina per comprare un’altra barca a vela. Era un suo parente?”
“No, un mio compagno delle scuole superiori.”
“Perché non scrive di questo?”
“No, le ho detto che il mio intento è un altro.”
“Gradisce una fetta di polpettone, Ler?”
“No grazie, preferirei delle ciliegie sciroppate.”
“Ho della carne essiccata, ma forse voleva del dolce. Eh che i dolci, Ler… Lei conosce le controindicazioni degli zuccheri?”
“No.”
“Rischia di diventare iperattivo e i trigliceridi possono andare alle stelle! E poi le carie, vuole buttare via i denti, Ler?”
“No, me ne guardo bene.”
“Vuole produrre fiumi di insulina, Ler?”
“No.”
“Non vorrei le venisse l’aterosclerosi.”
“Certo che no.”
“Allora mi dica Ler, come pensa che prenderà il suo caffè oggi?”
“Non lo so.”
“Senza zucchero ovviamente! Per evitare i calcoli biliari! Passi al sale, Ler.”
“Il sale?”
“Il sale la farà vivere bene. Ne tengo un pacco nel cassetto della scrivania. Qui Ler, vede? Si alzi. Guardi.”
“Non lo vedo.”
“Non importa Ler, vedere non è cosa per tutti.”
“Ne mangio una manciata al giorno e non ho mai un malanno! Il cuore mi va che è una meraviglia. Vede Ler, il sale tiene lontano l’ictus, mi mantiene magro e nel mentre che brucia i grassi le mie papille gustative esultano, si divertono! Lei si diverte, Ler?”
“No, Mr. Boy. Non mi diverto.”
“Perché non mangia il sale, Ler.”
“Lei crede?”
“No, io non credo.”
“Come non crede?”
“Io sono ateo, Ler.”
“Ma io mi riferivo al sale, Boy.”
“Cosa diavolo centra il sale con Dio, Ler?”
“Nulla.”
“Lei ha certe amnesie, mio caro. Per caso soffre di encefalite?”
“No.”
“Forse usa dei sedativi. Stia attento perché causano perdita della memoria.”
“Non uso sedativi.”
“Insomma Ler, di cosa voleva parlarmi?”
“Vorrei scrivere un racconto su un tizio che dice sempre di no.”
“Lei sa chi è questo tizio, Ler?”
“No.”
“Sa almeno di cosa si occupa?”
“No.”
“Ha famiglia?”
“No.”
“Animali domestici?”
“No.”
“Interesserà a qualcuno, Ler?”
“Credo di no.”
“Su avanti, prenda una caramella.”
“Boy, mi ha appena detto che devo evitare gli zuccheri.”
“Non vorrà mica finire in ipoglicemia?”
“No, per carità!”
“Ne mangi anche due. Altrimenti non ha energia per scrivere. Non vorrei trovarla disteso in terra e doverle tenere le gambe in aria.”

Boy protende le braccia verso Mr. Ler come per introdurlo sul palcoscenico.
“Adesso rida! Rida, Mr. Ler!”
Mr. Ler ride. Sopra la scrivania di Mr. Boy traballa una collezione di piccoli aeroplani. Delle briciole di polpettone. La cornetta di un telefono.
“Ho pensato dovesse ridere di se stesso Ler, lei con le gambe per aria è una cosa da ridere. Ha da accendere?”
“Ovviamente no, Boy.”
“Così lei non fuma?”
“No.”
Mr. Boy afferra una matita, l’accende dal lato della mina. L’ufficio si riempie di un fumo nero che odora di zolfo. Boy espira ed inspira con le gambe accavallate e il mento all’insù. Domanda a Ler se ha programmi per la sera.
Ler risponde di no.
Boy scandisce piano uno s-b-a-g-l-i-a-t-ooo. Avvelena l’aria con delle O di vapore tossico irregolare.
Ler immagina di essere a un cocktail party dove si beve Rusti Nail e si mangia crema di cacao salata. E le matite colorate fumano sole, agli angoli dei portacenere. Si solleva un fumo multicolore dentro un appartamento senza soffitto. Non ci sono occhi che tagliano il tragitto di altri occhi. Uno scendiletto circolare di lenti specchiate bordate d’oro. Certe donne hanno i tacchi rotti, uno solo, non entrambi. Zoppicano in una danza di passi corti nativa della costa caraibica della Colombia. Hanno le bocche rosse senza contorni.
Boy schiocca le dita e Ler torna vigile. Poi spegne in terra la parte finale della sua matita. Si alza in piedi con uno scatto.
“Cena con me, Ler?”
“No, la ringrazio dell’invito.”
“Vuole un passaggio verso casa?”
“No, vado a piedi.”
“Lei sta già scrivendo il suo racconto, caro Ler.”








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 25 agosto 2019