Antonio Moresco: contro la luce

Jonny Costantino



Un piccolo estratto da L’invisione, il mio saggio su Antonio Moresco contenuto in Uno scrittore visionario. Antonio Moresco, a cura di Laurent Lombard e Davide Luglio, appena edito da Effigie, con scritti di Antonio Moresco, Andrea Amerio, Carla Benedetti, Andrea Borsari, Luca Cristiano, Laurent Lombard, Davide Luglio, Susi Pietri, Antonio Riccardi, Tiziano Scarpa, Dario Voltolini e del sottoscritto.

"Il seminatore" (1888) di Vincent van Gogh (dettaglio)

Nell’agosto 2010, ragionando con Antonio su quello che sarebbe potuto essere un documentario su di lui, lo scrittore tirò in ballo un «regalino scemo», eppure «preziosissimo», fattogli da sua moglie Renata. La conversazione sarebbe apparsa col titolo Il proiettile della visione sulla rivista “Rifrazioni” (gennaio 2011).

Un ciclista di filo di ferro sopra una biciclettina di ferro. La testolina è una sferetta d’acciaio. Sulla base c’è un minuscolo pannello solare. E lui, l’omino, può starsene l̀i, fermo, immobile, per mesi, per anni. Poi, se di colpo io lo sposto dove c’è un raggio di sole, comincia a pedalare. Quando il sole va via, lui si ferma di nuovo. Se io dovessi fare un documentario su di me, inquadrerei dall’inizio alla fine questo omino. Arriva il sole, l’omino pedala. Il sole se ne va, lui si ferma. È la storia della mia vita.

Il ciclista di filo di ferro è una deliziosa immagine della pazienza, dell’attesa, degli scatti improvvisi e prolungati che fanno l’opera di uno scrittore della tempra di Moresco. Prima di essere un simbolo, tuttavia, l’omino solare è la prova fisica della corporeità della luce, la dimostrazione lampante che i corpi reagiscono al tocco della luce, che la luce intesa come inconsistenza è un’illusione ottica. Per inciso: la performance del ciclista è azionata dal contatto tra la radiazione elettromagnetica della luce e una girandola montata su un fuso; il meccanismo è conosciuto come radiometro di Crookes o mulino di luce o motore solare.

«La luce del sole ha un peso», osserva strabiliato un personaggio di Philip K. Dick, apprendendo da una rivista divulgativa che, a causa della luce solare, ogni anno la terra ingrassa di diecimila libbre, circa 4.535 chilogrammi. L’osservazione non si trova in un uno dei suoi romanzi di fantascienza, bensì in quello che Dick definiva il suo «romanzo realistico terrificante», Confessioni di un artista di merda (1959).

La luce è un corpo composto da un’infinità d’invisibili microcorpi. La luce è energia e materia. Energia e materia in potenza altamente distruttive. Quale catastrofe può scaturire da un fotone o quanto di luce! Da un fotone che colpisce un atomo eccitato. Da un atomo che, ingravidato dal fotone, inizia a moltiplicarsi. La bomba atomica che cancellò Hiroshima fu a prima vista, agli occhi di chi patì le catastrofiche conseguenze, un bagliore accecante, un inaudito evento di luce.

Contro la luce è il titolo di un pamphlet non scritto, che Moresco forse un giorno scriverà, come dichiara nello Sbrego (2005). Un pamphlet contro l’idea comune della luce: la luce come trasparenza, la luce come assenza. Un pamphlet sulla luce come attrito e abrasione, come conglomerato rotante e magnetizzatore.

La luce in Moresco è suprema potenza distruttrice.

L’Uomo di luce è il personaggio che, più di tutti, incarna la potenza della luce come distruzione. L’Uomo di luce entra in scena nell’Addio ed è uno dei figuri più maestosi e sconcertanti dell’intera galleria moreschiana. L’Uomo di luce è il leader incontrastato di tutti i tormentatori profanatori massacratori di bambini della città dei vivi. Il suo corpo è innervato di fili e gangli di luce che trasportano e irradiano un numero incalcolabile d’informazioni vitali per la rete di serial killer che a lui fa capo. Il suo è un corpo sterminato di male e di luce. Sul suo glande i fili di luce s’infittiscono per produrre il massimo dell’informazione e dello splendore. Quando l’Uomo di luce penetra una piccola vittima, il corpicino s’illumina dall’interno e si tramuta in pura luce. L’unico in grado di affrontarlo è D’Arco, con la sua faccia piena di cicatrici e i suoi occhi bianchi, bianchi perché bruciati dagli acidi della vita e della morte, bianchi perché mutili d’iride e di pupilla. Se questi occhi non avessero già visto l’inferno, come potrebbero fronteggiare la luce che acceca, quella luce che splende così tanto da fare buio, la luce dell’Uomo di luce?

Nel nuovo dizionario Zingarelli della lingua italiana, dal 2015 la voce luce ha una firma d’autore, quella di Antonio Moresco. Eccone un brano, con neretti aggiunti:

E allora Dio disse: «Sia la luce!» E la luce fu. E allora Dio separò e lacerò la luce dalle tenebre che ricoprivano l’abisso. Da quel momento la luce cominciò a tormentare i contorni e le linee di contenimento del mondo, e a divorare e a sfigurare e a devastare e a bruciare e a cancellare le cose con la scusa di continuare a separarle dalle tenebre e di evidenziarle.

Voilà la Creazione secondo Moresco: separazione lacerazione tormento divoramento sfiguramento devastazione bruciamento cancellazione per opera della luce, forza ben più violenta del buio che snida e stermina.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 5 agosto 2019