Stile Garamond

Alberto Sagna








Un tonfo improvviso nella stanza buia.
Sdraiata sul letto riesco appena a muovere un piede torcendo la caviglia, e con la punta del pollice arrivo a toccare il lenzuolo bianco, teso ai lembi.
Provo a piegare il ginocchio e il tallone scivola più volte sul materasso.
La testa scricchiola mentre i muscoli del viso diventano rigidi e la salivazione si ferma.

Accendi la luce.
Accendila, ti prego. Urlo.
Ma non mi sente nessuno. Devo strappare le lenzuola, togliermele di dosso. Il dottore era ancora lì, dall’altro lato della scrivania.
Mi guardava e prendeva appunti, parlava e non rispondevo, fissava con i suoi occhi scuri un lieve battito delle mie labbra e ticchettava la punta della penna sul quaderno a righe.
Urlai a squarciagola, contro di lui.
Nulla.

Ancora una volta la stessa scena a occhi aperti. Il tremore dei polsi con il sangue che divampava tra le vene rigide, mentre una rapida scossa scuoteva il muscolo interno della gamba che d’improvviso diventava dura come il sasso. E poi il blocco del respiro davanti a lui, al piano rialzato di via dei Serpenti, dentro quello studio dalle pareti bianche solcate da numerose linee irregolari, con sfumature tondeggianti che intrecciandosi creavano luce.
Era la terza volta nello stesso mese che accadeva, sempre allo scoccare della mezz’ora dopo le sei del pomeriggio.
Avevo smesso di tradurre i francesi da un anno, senza neppure restituire alla casa editrice le bozze dell’ultimo romanzo.
Tutto era iniziato con una telefonata, l’ultimo “sbrigati sei indietro” fatto scivolare giù con rabbia dall’editor. E poi la memoria delle parole precise che scompariva, la penna ferma con un cerchio solcato di nero sul numero della pagina, fino a bucarla.
E io davanti al computer con un pianto convulso e gli occhi che non si aprivano più.
Per la casa editrice non avevo un viso liscio, o le lentiggini sulle guance, gli occhi arrossati, le unghie corte e mal tagliate, la ciocca dei capelli ramati che cadeva sulla fronte. Dovevo tradurre, spezzarmi le dita sulla tastiera, rispettare i tempi di consegna, la costruzione verbale e il senso dato dall’autore, fino all’ultima riga della pagina.
Quanto tempo che Paolo non inseriva un “buon giorno” all’inizio delle sue mail, o un “Ciao Clara, quando passi qui prendiamoci un caffè insieme”.
Riscrivevo e scomparivo.
Trovavo la lingua perfetta e venivo dimenticata.
Mi perdevo tra i numeri, settemila lire lorde a cartella per cinque case editrici, due medie, tre di spicco, dodicimila lire per il libro dello scrittore in voga.
Sempre uomo.
Per le donne venivo pagata meno.
Milleottocento battute a cartella, spazi inclusi, corpo quattordici e due d’interlinea, sempre con stile Garamond.
Dovevo finire in tre mesi, poi in due, senza anticipi, “tutto a novanta giorni” mi dicevano.
Ma i soldi iniziavano ad arrivare sul conto corrente solo dopo otto mesi, mentre spostavo parole, cancellavo le virgole, rigiravo il senso di una frase, scegliendo un sinonimo, fiutando le corrispondenze, un campo semantico.

Poi un giorno mi accorsi che il mio modo di leggere era diventato scolastico. Avevo perso la capacità di sentire il rumore di fondo della punteggiatura. La mia voce era noiosa, gracchiante.
Chiusi il libro lasciando sul tavolo la cartellina blu con le bozze della traduzione, la sigaretta accesa sul posacenere, il pettine rosso sul divano, la matita ancora a terra sul parquet opaco. Scesi di corsa i gradini delle scale e aprendo il portone mi trovai lungo la strada, più ripida del solito e con le foglie d’edera attaccate alle pareti del palazzo. Avevano formato una grossa chiazza verde a forma di elefante tenuto in bilico dall’ombra di un lungo filo della luce che nel mezzo della via si ricongiungeva alla lampada appesa in aria.
Iniziai lì il primo ritardo, alla ricerca della perfezione.
Era Pasqua del 1998. Una giornata tiepida, prima di un lungo squillo del telefono. L’unica telefonata in cinque anni dal direttore della collana editoriale, Ernesto Perlingeri. Aveva cominciato a leggere, alzando la voce, senza salutare.
Iniziò proprio in quell’attimo il tremore all’arcata sopraccigliare.
Mentre lui continuava a parlare, io con un dito cominciai a premere il pollice sull’occhio.
Doveva smettere.
Stava leggendo la mia traduzione.
Era diventata un corpo distante.
L’orrore.
Il contrario del solito “bene”, lasciato ogni tanto su un foglietto lasciato dentro il libro successivo. Ero stata plasmata su quell’aggettivo anonimo. Senza neppure l’accenno di un punto esclamativo.
Continuai a massaggiare il sopracciglio con il movimento circolare del polpastrello. E poi terminai la conversazione, riagganciando in fretta il telefono con le ultime inutili parole.
Mi tornò in mente l’immagine di quel lungo ponte sospeso inaugurato il cinque aprile in Giappone tra l’isola di Awaji e quella di Akashi, a sei corsie, con una struttura in acciaio, le travi in tensione, la strada asciutta e le onde increspate del mare dopo lo strapiombo. Dalla tivù le macchine sembravano piccole formiche con zampette metalliche costrette a passare lì ogni giorno, senza fermarsi, alla stessa velocità, in bilico continuo tra sensi opposti disegnati su una lunga linea verticale.
Per accorciare il tempo.
Quella piccola formica davanti al ponte ero io.

“Mi parli di quell’animale che vede di continuo”, disse il dottore guardando la finestra socchiusa.
Ora la stanza era illuminata, potevo vedere la riproduzione di tre piccoli quadri astratti appesi in fila indiana sulla parete destra. L’ultimo era di Paul Klee, con un palloncino rosso che volava sopra i cubi dipinti a olio.
Il respiro era tornato normale e mi accorsi che sopra di me non c’era alcun lenzuolo. Solo le mie braccia adagiate sul lettino di pelle nera dove ero ancora sdraiata. Le maniglie d’acciaio arcuate ai lati mi imprigionavano.

Voglio il miele. E anche un’arancia da sbucciare. Non posso più restare qui. È la terza volta che in mezz’ora mi fa la stessa domanda.
E voglio sapere perché non cambia mai la cravatta color sugo con quei cinque rombi esagonali. Il nodo è sempre piccolo, leggermente spostato sulla sinistra.

Devo volare, tornare su quel ponte, guardare le formiche quadrate. Spostarle. Immergere i piedi nudi nell’acqua del mare e poi le caviglie.

Il mio lavoro è finito per sempre, hai capito?
Devo dirglielo, devo urlare ancora per fermare la testa che gira tutt’attorno, ondeggia con le palpebre pesanti, censurando le parole.
Avevo rotto lo schermo del computer con una chiave, buttato il cavo, il mouse, la matita, il quaderno con gli appunti, l’ultimo libro che la casa editrice mi aveva inviato, e scaraventato per terra il telefono portatile con quell’antenna che rimaneva sempre incastrata.
Sono diventata quel tipo di traduttrice che tutti gli altri vogliono, non quella per cui stanno leggendo.

Non ne potevo più di quella cravatta rossa. Volevo tornare dal cameriere siciliano, di sotto, nel caffè all’angolo della via, e sentire il profumo di quella pelle olivastra. Si era chinato verso il tavolo per darmi il cucchiaino, sfiorando i miei capelli.

Poi d’improvviso il dottore si alzò. Era la prima volta. Di solito rimaneva sulla poltrona con le gambe sotto la scrivania e la punta di una scarpa di cuoio che sfregava sul legno.
Si avvicinò a me, rapidamente.
Il tremore inizio di nuovo a scorrere sull’avambraccio.

“L’elefante che hai visto in strada si sta muovendo. Questa volta verrà con te, e riuscirai a toccarlo. Sentirai il suo odore acre, salirai sulla sua groppa con le tue gambe sottili. Ti porterà dove vuoi tu. Solo per una notte.
Solo questa notte.”
E mi sfiorò il dorso della mano con un dito.
Sentii la sua pelle secca, ruvida.
Gli occhi erano centrati sull’asola della mia camicetta.

Girai di scatto il viso e vidi una luce soffusa che entrava nella stanza. Arrivò un suono improvviso, il clacson stridulo di una macchina, e poi il cigolio della finestra accanto che si apriva. Mi toccai il collo sfiorando la vena e vidi il cuscino.
Ero bagnata di sudore freddo che colava sul seno. E avevo ancora tutti i vestiti addosso, con un odore pungente che mi seguiva. Riuscii ad alzarmi facendo leva con il gomito.

La mia stanza era ancora tutta lì.
E anche il frigo con i post-it giallo ocra appesi disordinatamente sullo sportello, la tazzina di caffè vuota con il fondo macchiato sul tavolo, il barattolo del miele aperto, le bucce d’arancia dentro un piattino di ceramica. La spia verde del computer era ancora accesa. Accanto allo schermo buio, vicino al mouse, intravidi un foglio di carta.
Era il biglietto di Paolo, ancora piegato in due.
Prima di andare a dormire avevo preso un’aspirina per quella maledetta emicrania che mi perseguitava.
Lo presi in mano e iniziai a leggerlo scorrendo le poche righe con la punta dell’indice.
In fondo c’era un disegno, a matita colorata.
L’elefante grigio.
Dovevo tradurre il nuovo romanzo di Philip Roth.







Immagine in alto: Szabrina Maharita, Computer Nerds I, olio su tela








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 14 agosto 2019