Sesso con uno sconosciuto

Tiziano Scarpa



I racconti delle donne è un’antologia a cura di Annalena Benini. Ovviamente è bella: non può essere che così, quando la curatrice è intelligente e può scegliere fior da fiore tra i migliori racconti scritti dalle migliori scrittrici in più di un secolo: Virginia Woolf, Dorothy Parker, Marguerite Yourcenar, Elsa Morante, Clarice Lispector, Natalia Ginzburg, Joan Didion, Edna O’Brien, Margaret Atwood, Grace Paley, Alice Munro, Kathryn Chetkovich, Yasmina Reza, Valeria Parrella, Mary Miller.

È un libro che merita di essere letto, anche se, tanto per cambiare, prevale la letteratura anglosassone. All’umanità del futuro farà impressione constatare quant’erano conformisti i lettori, i critici, gli editori di oggi nel sopravvalutare tutto ciò che viene scritto in inglese (in questa categoria metterei i racconti qui presenti di Lydia Davis, Chimanda Ngozi Adichie, Nora Ephron, Claire Dederer).

Alcune delle autrici raccontano la loro ansia di legittimazione e riconoscimento, com’è giusto che sia in una società che privilegia da sempre i maschi. Altre descrivono le innumerevoli difficoltà per una donna nel trovare tempo, spazio, forza per farsi strada nella vita, e la paura di non essere all’altezza e abbandonarsi allo sconforto.

C’è un tema – ma, trattandosi di narrativa, lo chiamerei piuttosto una situazione, una scena – a cui Benini ha ritenuto di dare più rilievo che agli altri. L’idillio erotico. Dalla lettura di questo libro, si ricava che le donne hanno il mito dell’idillio erotico. Quel che rende felici, “quello che si ricorda” [1] per tutta la vita è un incontro sessuale inaspettato con uno sconosciuto, o con un amante occasionale, o con un tipo d’uomo che una donna non sceglierebbe mai, se ci tenesse a restare coerente con sé stessa. Così nei racconti di Marguerite Yourcenar, Alice Munro, Edna O’Brien, Valeria Parrella. Ma a ben guardare, anche nei racconti di Dorothy Parker e Margaret Atwood, che mettono al centro la stessa situazione al contrario, raccontandone il fallimento.

Che funzione simbolica ha, lo sconosciuto con cui si va a letto? Rappresenta l’esperienza di relazione più diretta, quella che, per quanto è possibile, mette da parte carattere, posizione sociale eccetera, per portare in primo piano la caratteristica universale di base. Il livello fisico, creaturale dell’esistenza. L’incontro con lo sconosciuto inverte i rapporti di figura-sfondo, e cioè la gerarchia fra carattere e corpo, fra personalità e sesso. Ego, faccia, indole: fate un passo indietro. Lasciate che vengano avanti la carnagione, la corporatura, l’inguine. Non importa come lui la pensa, come si veste, che lavoro fa. Importa essere nudi insieme, una addosso all’altro. Possibilmente senza averlo messo in conto. Si era uscite per fare tutt’altro: il funerale di un amico, una cena, una pizza con la mamma, la ricerca di una ragazza amata; e invece, chi l’avrebbe detto…

Le donne di questi racconti desiderano che il mondo le sorprenda, che rovesci i loro pregiudizi; ma quel che è interessante è che la forma concreta assunta da questo bisogno di rovesciamento è l’incontro inaspettato con un uomo che finisce a letto. Più che succedere qualcosa, deve succedere qualcuno. È un desiderio contraddittorio, paradossale: mi aspetto che mi capiti l’inaspettato. Fra gli uomini che passano per la strada deve capitarne qualcuno che sia in grado di scombinare le carte, smentendo i pregiudizi sugli uomini; e, in generale, i pregiudizi sulla vita stessa. Perciò, agli uomini le donne chiedono nientemeno che essi ribaltino le loro (delle donne) convinzioni sul mondo: non a parole, ma con una persuasione fatta di esperienza, di contatto primario. A quanto pare, abbiamo questa responsabilità sulle spalle (e non solo le spalle).

La letteratura è un rimedio all’ipocrisia sociale. Finché la società sarà ipocrita, esisterà la letteratura. La persistenza della letteratura è la prova che continuiamo a vivere in società sommamente ipocrite, e che nei rapporti individuali, sociali, politici, non ci raccontiamo la verità.

Nel mostrare l’importanza dell’idillio erotico, queste scrittrici sono lodevolmente sincere. Ma non tutte, non sempre. Nell’introduzione, Benini scrive che «hanno fatto un patto con la verità: non nasconderemo niente, racconteremo tutto». Non è così. Anche le più coraggiose arretrano, come Liala, davanti alla porta della camera da letto. Non affrontano con le parole – cioè con il loro medium espressivo, con la loro dimensione essenziale: sono scrittrici! – l’esperienza dell’accoppiamento. Mitizzano l’incontro con l’uomo in quanto sessuato, cioè uno di cui le altre caratteristiche sono secondarie, ma poi tacciono sul loro rapporto corporeo, emotivo, morale con il suo pene. Non si confrontano letterariamente con il coito. Da un lato lo mitizzano, dall’altro lo occultano. Eppure l’idillio erotico è il perno della loro immaginazione. La stanza dove si fa l’amore con un uomo conosciuto un po’ per caso, frequentato per un’inesplicabile attrazione, quasi in disaccordo con sé stesse – questa stanza, dicevo, resta fuori dal discorso narrativo, è una specie di cubo vuoto e segreto, che però è installato nel cuore dell’edificio, al centro della felicità. Il sesso puro (depurato di carte d’identità, di cerimonie seduttive), per come emerge da questi racconti, è l’oggetto di una devozione tanto intensa quanto accuratamente sottaciuta. Mysterium gaudiosum.

In Marguerite Yourcenar, l’incontro erotico è disciolto in una fuga metaforica:

Sbalordita, Saffo comincia a poco a poco a preferire quelle spalle rigide come la sbarra del trapezio, quelle mani indurite dal contatto dei remi, tutto quel corpo in cui sussiste quel tanto di dolcezza femminile che basta a farglielo amare. Stesa sul fondo della barca, si abbandona alle pulsazioni nuove dell’onda che quel nocchiero va fendendo.»

Nel racconto, molto bello, di Valeria Parrella, l’incontro è coperto da una cortina fumogena di modi di dire:

Poi, a ciascuno il suo. Dove c’è gusto non c’è perdenza. O la va o la spacca. Contento tu contenti tutti. Ogni promessa è debito. La vita è bella perché è varia. Date a Cesare quel che è di Cesare. Finché c’è vita c’è speranza. Meglio un nuovo oggi che una gallina domani. Chi ben comincia è già a metà dell’opera.

La reticenza di Alice Munro spicca in maniera clamorosa, data la minuziosità con cui descrive tutto il resto. Nel dare conto delle altre cose viste in giro dalla protagonista, non ci vengono risparmiati oggetti e puntigliose precisazioni: «il grande posacenere pieno di sabbia, […] il muro color bile – le pareti in effetti erano di un rosa-lilla, ma la luce fioca del corridoio le faceva apparire così – e la mensola con la cascata di edera finta». Ma l’incontro amoroso accade nella riga bianca fra un paragrafo e l’altro.

Sono racconti-rincorsa, oggetti testuali che conducono lettori e lettrici fino a un certo punto, per poi lasciarli da soli, da sole, a fantasticare da sé l’incontro amoroso dei personaggi. Il testo interrompe la sua dettatura che fino ad allora si era data da fare per produrre vivide immagini mentali in chi legge. La narrazione abdica, è un dispositivo che nel momento cruciale apre uno spazio vuoto, dove chi legge può eventualmente riversare le proprie proiezioni: deve pensarci da sé, a fare delle congetture su come si sia svolto un incontro così decisivo, dato che ha ottenuto un effetto talmente importante nella vita della protagonista ed è, di fatto, il movente poetico che ha mosso l’autrice a scriverne.

La sola che in questa antologia spenda un po’ di parole è Edna O’Brien [2], in una pagina abbastanza esplicita:

Durante l’amore avevo fatto quasi tutto io; seno, mani, bocca, tutto smaniava di soddisfarlo. Mi sentivo sicura, non mi ero mai sentita così sicura della validità di quello che facevo. Poi ha cominciato a baciarmi là sotto e sono venuta sulla lingua che mi leccava e avevo la sua testa sotto le natiche e mi sembrava di partorirlo, solo che provavo piacere anziché dolore. Si fidava di me. Eravamo due persone, nel senso che non mi stava sopra, non mi soffocava, non faceva cose che non vedevo. Vedevo. Volendo avrei potuto cacargli su quei capelli rossi. Si fidava di me. Ha trattenuto la sborra fino all’ultimo. E tutte le cose che avevo amato fino a quel momento, come il vetro o le bugie, gli specchi e le piume, e i bottoni di madreperla, la seta e i salici piangenti, sono passate in secondo piano rispetto quello che aveva fatto lui. Era steso in modo che potessi vederlo: così delicato, così magro, con un mucchio di vene azzurre preoccupate lungo i fianchi. Parlargli è stato come parlare con un bambino. La luce nella stanza era un bagliore bianco. Mi aveva ammorbidita e fatta bagnare molto perciò me lo sono messo dentro. È stato rapido, duro, energico, e lui ha detto: «Non sto pensando a te, adesso, a te ci abbiamo già pensato», e io ho detto che aveva ragione e che quella brutalità mi piaceva. Ho detto così. Non ero più un’ipocrita, non ero più una bugiarda. In precedenza mi aveva rimproverato spesso, aveva detto: «ci sono parole che fra noi non useremo, parole come: “Scusa”, oppure: “Hai fame?”» Parole che io avevo usato tantissimo. Perciò dal delicato scivolare del copriletto, più simile a una richiesta, in effetti, penso che potrebbe essere lui, e se è vero voglio affondare giù giù nel pozzo caldo, scuro e sonnolento di questo letto e restarci per sempre, venendo insieme a lui. Ma non guardo per la paura che non sia Lui ma Uno degli Altri.

La verità dei maschi ha stufato. O quanto meno non gode di buona stampa. Non è solo questione di #metoo, femminicidi, disparità di retribuzione, presenza nelle gerarchie di comando: è che il discorso maschile non ce la può fare. Deve presentarsi a mani in alto: prima ancora che apra bocca si suppone che dirà qualcosa di sessista, perciò deve perdersi in patetiche premesse e autocertificazioni di correttezza politica. Nella situazione attuale, le donne avrebbero l’autorevolezza e la credibilità per parlare di tutto ciò che vogliono. Invece è raro trovare una scrittrice che affronti con ardimento e parresia ciò che le donne pensano, sentono, detestano, sognano rispetto a tutta la vita, compreso il loro incontro con il pene. Ci vorrebbe una specie di atto di parresia. Il parresiasta dice la verità al potere. Ci vorrebbe qualcuna che dica la verità al cazzo.

I racconti delle donne, a cura di Annalena Benini. Einaudi, 2019, 277 pagine, 19.50 euro.

Su argomenti simili:
La sborra chic di Adelphi
Sesso, sesso, sesso: la scena del bar




[1] What is remebered è il titolo del celebre racconto di Alice Munro, presente in questa antologia.

[2] Forse anche per questo piaceva a Philip Roth.





pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 31 luglio 2019