Leopardi insurrezionale

Antonio Moresco



Quello che segue è il testo integrale del discorso tenuto da Antonio Moresco a Recanati il 29 giugno 2019 per il conferimento del premio Leopardi.
Ampi stralci dello stesso sono stati pubblicati sull’
Espresso di domenica 28 luglio 2019.

Cari amici,

mi è stato chiesto di parlare di Leopardi, qui, proprio qui, nella sua città, il giorno stesso della sua nascita, nel bicentenario della composizione dell’Infinito, di fronte a concittadini, autorità, leopardisti, studiosi e appassionati venuti anche da lontano, perciò desidero prima di tutto ringraziare per questo onore.

Il mio non sarà un discorso da studioso, perché ci sarebbero in questa sala molti studiosi ben più qualificati di me a farlo. Il mio sarà un intervento da scrittore, da leopardiano perso, da persona innamorata di Leopardi dalla sua prima adolescenza e che ha avuto fin dall’inizio con questo poeta e pensatore inclassificabile e inattuale un rapporto del tutto particolare e assoluto.

Sono arrivato qui a piedi, partendo da Firenze, in questo momento buio e pieno di rischi per la vita del nostro Paese, del nostro continente e del mondo, insieme a molti altri camminatori della nostra piccola Repubblica nomade che quest’anno ha eletto Recanati e Leopardi a meta e magnete del nostro nuovo cammino. Mi sono tolto gli scarponi e i vestiti impregnati di sudore e oggi sono qui con abiti più decenti, ma con lo stesso sentimento e lo stesso cuore che mi hanno spinto, insieme a molti altri amici, ad attraversare da parte a parte l’Italia, le sue pianure, i suoi fiumi, le sue montagne e le sue zone ferite dal terremoto, dormendo il più delle volte per terra, ripercorrendo con i miei e nostri passi, attraverso le figure di Dante, Francesco e Leopardi, un cammino italiano che è anche di conoscenza, di prefigurazione, di invenzione e visione. Per dire – in un’epoca di ripiegamento identitario, servaggio e paura – che il cuore dell’Italia, non solo in senso geografico, è questo, che l’identità e il cuore dell’Italia sono infinitamente più grandi di quelli che abbiamo sotto gli occhi oggi, che il nostro Paese ha dato qualcosa di esorbitante a se stesso e al mondo quando ha portato allargamento degli orizzonti, sconfinamento, trascendenza, invenzione. Per ritrovare il filo che ci ricollega a un’idea di vita più grande e più alta e che dobbiamo riuscire a riafferrare e resuscitare attraverso il tempo e lo spazio se vogliamo tentare di riaprire i possibili e sfondare le pareti sempre più strette in cui sono imprigionate le nostre vite.

Come ho accennato prima, ho con Leopardi un rapporto molto particolare. Leopardi è stato – per utilizzare un suo titolo – il mio primo amore. E allora scusatemi se arriverò a modo mio, alla fine di questo intervento, a considerazioni più generali, percorrendo una strada più intima, personale e implicata, attraverso il racconto di ciò che è stato per me Leopardi in alcuni momenti cruciali della mia vita.

La prima cosa di Leopardi che ho letto è stato proprio L’infinito, ineffabile poesia scritta da un ragazzo di vent’anni, a mio parere la più bella poesia breve di tutta la letteratura italiana, che rileggerò a conclusione di questo intervento, per ricollegarmi all’inizio.

Allora mi trovavo in un seminario, in una città lontana da quella dove ero nato e vissuto fino ad allora. Ero un adolescente traumatizzato, con gravi difficoltà di apprendimento, tutto chiuso in un intontimento che mi imprigionava e forse mi proteggeva. Un giorno, sull’antologia scolastica, mi sono trovato di fronte all’Infinito, anzi a una pagina con due poesie, una di seguito all’altra: la prima era L’infinito, la seconda Pianefforte ‘e notte di Salvatore Di Giacomo. Due poesie che in fondo, ciascuna a suo modo, l’una in forma più alta e assoluta l’altra in forma più sentimentale e operistica, dicono la stessa cosa, cercano di rendere dicibile attraverso la parola spinta fino al canto la stessa indicibile esperienza interiore, perché nella prima c’è la siepe che divide dall’infinito, nella seconda c’è un uomo che sente venire il suono di un pianoforte, di notte, da qualche casa lontana, nella città addormentata, e allora si mette in ascolto, affacciato alla sua finestra, e a un certo punto è tale l’intensità del suo sentimento e del suo anelito che vorrebbe anche sentir cantare una voce umana, ma la voce non arriva, le note del pianoforte a poco a poco si spengono, l’uomo rimane alla finestra, incantato, in attesa, nell’oscurità più profonda, sprofondato nei suoi pensieri. E io, che non riuscivo a imparare niente e a capire niente, che stavo nel mondo come un alieno, con il ponte levatoio alzato, e che niente e nessuno poteva raggiungere, sono stato invece raggiungo da quell’infinito e da quella voce. Perché quella di Leopardi è stata la prima voce che è riuscita veramente ad arrivare fino a me, aprendo una breccia nel mare di silenzio in cui ero immerso, che è riuscita a raggiungermi, che mi ha dato per la prima volta l’idea che potessero esserci uno spazio, un territorio, una dimensione, una patria anche per me nell’infinito buio del mondo.

Da allora Leopardi è sempre stato il mio fratello, il mio compagno di viaggio e la prima delle mie stelle fisse.

Diversi anni dopo, mentre mi trovavo in un’altra città ancora, e frequentavo una scuola di recupero per asini dopo che mi avevano buttato fuori dalla scuola a seguito di continue bocciature, tenevo sempre con me, in una tasca, una piccola edizione dei Canti, un libriccino dalla copertina arancione che leggevo e rileggevo continuamente e che ho ancora con me. Ero chiuso dentro un guscio, estraneo a quello che mi succedeva intorno, mi ammalavo, camminavo sotto la pioggia senza accorgermi che stesse piovendo, non riuscivo più a respirare per le fitte che mi attraversavano i polmoni come delle pugnalate, passavo dei mesi a letto, ritornavo in quella città e nella mia stanza in affitto dopo lunghe cure e convalescenze. Il filo che mi legava al mondo erano le parole scritte in quel libricino, che mi continuavano a raggiungere attraverso il tempo e lo spazio. Leopardi era l’unico amico della mia giovinezza, quello che mi stava vicino, che non mi tradiva, che mi diceva le terribili verità che gli altri non mi dicevano, che mi feriva ancora più a fondo ma che nello stesso tempo mi consolava e curava. Ho lasciato detto e scritto che, quando morirò, voglio che mi mettano quel libricino in una tasca e che mi brucino insieme a quello.

E più avanti ancora, dopo un lungo periodo di deragliamento per inseguire le mie illusioni, quando mi sentivo spezzato e mi sembrava di non riuscire più a farcela, quando non riuscivo più a tenere insieme i cocci della mia vita, quando non riuscivo più a ritrovarne il filo nel buio, quando la mia unica medicina era quella di stare completamente solo, mi caricavo lo zaino in spalla e mi mettevo in viaggio verso Recanati. Guardavo fuori dal finestrino della corriera che si spostava sui tornanti delle colline e tutt’intorno a me c’era l’inconfondibile paesaggio della Marche. Durante uno di quei viaggi il tempo è cambiato di colpo, il cielo è diventato improvvisamente nero, pioggia e nevischio hanno cominciato a turbinare attorno alla corriera che continuava ad andare con il suo carico di vite che si spostavano nella tormenta, di ragazzi e ragazze usciti da scuola e che ritornavano nei loro paesi e ripassavano la lezione con il libro sulle ginocchia oppure parlavano amichevolmente tra di loro e con il conducente che continuava a guidare sorridente, tranquillo, con la testa contro il parabrezza attraversato da rivoli di pioggia e di neve dura come grandine, e a me sembrava di essere finito in un mondo parallelo che evidentemente c’era da qualche parte, che era rimasto sempre là ad aspettarmi e che a poco a poco potevo cominciare a vedere e a distinguere in quel piccolo spazio sottratto alla furia del mondo.

Mi fermavo per due o tre giorni a Recanati, prima di ripartire per Assisi, perché avevo anche bisogno di andarmi ad aggirare nella caverna blu della sua basilica, di fronte alle visioni dipinte a fresco da Giotto sopra le pareti. A Recanati passavo ogni giorno un po’ di tempo nelle stanze di studio di Leopardi, andavo a vedere i dipinti di Lorenzo Lotto, e c’era una signora gentile che usciva dal suo ufficio in Comune, con una chiave, saliva al piano di sopra, mi apriva la porta della pinacoteca e mi lasciava girare là dentro quanto volevo, di fronte alla più drammatica Annunciazione che sia mai stata dipinta e a un San Giacomo (se ricordo bene il nome di quel santo) che cammina malinconico e assorto, imprigionato nella cornice del piccolo quadro, con il suo corpo compatto e forte coperto da un mantello rosso fiammante. Andavo a dormire in un piccolo albergo che c’era vicino alla piazza, ripassavo di notte davanti a Palazzo Leopardi e certe volte vedevo con emozione una finestra accesa al piano di sopra, scorgevo i contorni di una figura che si muoveva dietro le tendine, e allora fantasticavo su chi potesse essere, forse Leopardi stesso, che nelle ore della notte, quando nessun altro poteva vederlo, si aggirava attraverso le stanze della casa dov’era vissuto, che si era materializzato per farsi intravedere per qualche istante da me e mandare alla mia difficile vita un segnale della sua vicinanza attraverso il tempo e lo spazio. Mi andavo a coricare per terra oppure su una panchina, sul colle dell’Infinito, andavo a leggere nel giardino di una villa, e una volta, chissà perché, sono stato assalito da un pavone che è sceso volando contro di me dall’alto di una pianta, uncinandomi con le zampe e le unghie, e che ho dovuto allontanare ripetutamente mulinando le mani e le braccia. Tante altre cose potrei raccontare sul mio particolare rapporto con Leopardi, e molte le ho già raccontate o espresse in diversi libri: Clandestinità, Il vulcano, Lettere a nessuno, Gli esordi, Lo sbrego, L’adorazione e la lotta, Il grido

Leopardi è uno scrittore insurrezionale, è un poeta e un pensatore insurrezionale. In Italia e nel mondo ci sono stati molti scrittori di valore e anche grandi e grandissimi, ma pochi a mio parere sono quelli che si potrebbero definire insurrezionali. Nella nostra letteratura mi vengono in mente soprattutto Dante e Leopardi. Nell’Ottocento e nel Novecento penso a scrittori come De Roberto, Tozzi e, per il suo scarto e scatto finale, Pasolini. E poi c’è Pinocchio, il nostro piccolo burattino insorto, noi stessi. Nelle altre letterature mi vengono in mente soprattutto Cervantes e Shakespeare, e poi Melville, Balzac, Dostoevskij, Kafka… Sono scrittori che, ciascuno a suo modo, mettono in atto un fronteggiamento più verticale e più ampio, che non si limita solo ai contenuti culturali storici, secolari, alle loro proiezioni letterarie e figurazioni psicologiche e sociali e al trascolorare di natura e cultura, ma che osano tormentare e sfidare i confini, i cardini stessi della vita e del mondo. In questi scrittori la ferita non è mai sanata, si vede il doloroso formarsi della perla. Come in Leopardi, poeta, scrittore e pensatore inconciliato, inarreso, che sta sempre su un crinale estremo, sul limite di un crepaccio, che non occulta la lacerazione insanabile che attraversa la vita, il pensiero e il canto, la lacerazione tra uomo e natura e tra uomo e mondo, tra realtà e immaginazione e illusione, tra ragione e passione. In una mia sceneggiatura scritta recentemente per un possibile film su un Don Chisciotte scaraventato nel nostro buio presente, dove compaiono anche scrittori e scrittrici da me particolarmente amati, a un certo punto si fa avanti Leopardi, che si presenta così: “Io sono il gobbo dei Leopardi, pensatore e poeta solitario e irriso, imprigionato in un corpo vile, vissuto in un deserto freddo, in un mondo orribile e alieno da lui amato fino allo spasimo, che ha sfidato e cantato con la fiamma del pensiero e del verso”.

Stiamo vivendo anche noi in un Paese e in un mondo che appare sempre più orribile e alieno. E per di più cieco, ottuso, feroce, incorreggibilmente suicida. Abbiamo bisogno di uno sguardo insurrezionale, per tentare di riaprire i possibili della nostra vita personale e di specie, imprigionati in un meccanismo biologico e concettuale che sembra incapace di modificazione e che può solo sperare in un salto di piani, in una metamorfosi, serrati dentro strutture tumorali di pensiero e giudizio che si sono venute configurando e selezionando nel corso del nostro breve tempo di specie e che hanno ormai l’andamento delle malattie autoimmuni, dove il sistema immunitario di un organismo non riesce più a riconoscere un proprio stesso componente e così lo attacca come se fosse un corpo estraneo e un nemico, e che adesso vengono per di più riprodotte e replicate in modo esponenziale attraverso gli incontrollabili meccanismi che stanno dando vita a quella che – pur in assenza di quella naturale – è stata chiamata intelligenza artificiale.

In un piccolo scritto di presentazione ho cercato di sintetizzare così il perché abbiamo posto Dante e Leopardi all’inizio e alla fine del nostro cammino nel cuore di questo nostro Paese che si trova di nuovo nella tormenta:

“Dante, con il suo sogno di vita nuova, con la sua visione alta della commedia umana, della sua storia e dei suoi destini, con il suo gesto poetico fondativo, con la sua prefigurazione di un governo universale degli uomini (lui – uomo del Medioevo – la chiamava Monarchia), mai attuale come oggi per poter sostenere le drammatiche sfide che sono di fronte alla nostra vita, personale e di specie”.

“Leopardi, con il suo tragico eroismo, la sua lucidità, il suo pensiero e il suo canto, con il suo appello alla solidarietà contro il dolore e il male, la sua denuncia della stupidità e superbia umane e del catastrofico mito moderno del progresso, la sua difesa della forza delle illusioni, la sua disperazione e il suo anelito di infinito”.

L’Italia è un Paese fratricida: nella politica, nella vita sociale, in ciò che resta del mondo culturale. Certo, non è solo questo, ci sono al suo interno anche persone singole e gruppi umani che si muovono in direzione opposta, che non accettano, che non si fanno complici di un simile stato di cose. Ma quando da’ il peggio di sé l’Italia è soprattutto questo. Sembra incapace di attingere a qualcosa di superiore che affratelli in una comune visione e missione. Ancora nei primi decenni dell’Ottocento Leopardi lo aveva capito e lo aveva detto nel suo Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani, dove individua nel cinismo che sostanzia e accomuna le sue classi alte e quelle basse il male che corrode la spina dorsale del nostro Paese. Cinismo, indifferenza, disillusione e nichilismo che diventano particolarismo, opportunismo, trasformismo, mancanza di ogni visione del bene comune. E’ così anche adesso, tanto più adesso che la forbice sociale si sta di nuovo allargando, che siamo di fronte all’erompere di nuovi gruppi umani gettati continuamente a riva dalle risacche genetiche, politiche, economiche, finanziarie, riplasmati e resettati attraverso i sempre nuovi strumenti tecnologici e digitali, di nuove migrazioni di popoli che vanno a formare veri e propri anelli di miseria attorno alle città e metropoli del nostro Paese e del mondo e che ricordano la condizione disperata e ribollente ma anche infinitamente manipolabile dei miserabili dell’ Ottocento.

Come Dante in pieno Medioevo – e quando l’italia come entità politica oltre che geografica non esisteva ancora – aveva visto e divinato il suo cuore infero, così anche Leopardi, in un altro tempo e in altra condizione epocale e mentale, ne ha portato allo scoperto con la sua disperata lucidità il suo nichilismo terminale autoconsolatorio e autoassolutorio, ormai privo di lacerazione e di urto dinamico e veritativo. Per questo Leopardi è scomodo, era scomodo ieri ed è scomodo anche oggi, se non lo si legge in modo culturalistico e addomesticato. E’ scomodo per un mondo politico privato di ogni visione e di ogni trascendenza, che può perpetuarsi solo mettendo gruppi umani gli uni contro gli altri invece che moltiplicandone le forze in vista della sfida impossibile che ci attende, ormai ridotto solo a maschera di un dominio economico e finanziario imploso e senza ritorno; per quello economico, che crede di potersi perpetuare attraverso una meccanica astratta e orizzontale di crescita esponenziale in un contenitore planetario chiuso; per quello culturale, fatto per lo più di piccole caste residuali che si autocooptano attraverso la pratica del riconoscimento tra simili e del dare-avere, di corti, di giri, invece che tendere verso uno sfondamento dei possibili e prefigurarlo, che svolge un lavoro di cimiteriale controllo del territorio, cercando tutt’al più di arraffare qualche briciola stando all’interno delle stesse logiche e delle stesso gioco, qualche istante prima che le luci si spengano nella sala. In questo senso, Leopardi, pur essendo un nobile, era un senza casta, era ed è un poeta e un pensatore insurrezionale perché, anche se è senza speranza o forse proprio per questo, può chiamare a un’insurrezione umana contro il dolore e il male che tengono in pugno il mondo, perché in lui la lucidità non diventa cinismo, perché in lui la mancanza di ogni consolazione non diventa quel nichilismo soft su cui si è attestata quasi tutta la cultura e l’ideologia della modernità e tarda modernità, perché ci mostra il buio in cui siamo immersi ma tiene anche aperta la strada dell’inconciliazione con il mondo e con il male del mondo, unica possibilità, eroica e fiabesca, di fratellanza umana fondata non sulla speranza ma sull’illusione creatrice e sull’insperanza.

Ma Leopardi ci apre anche uno scenario infinitamente più grande, uno scenario planetario, uno scenario cosmico, che ha a che vedere con la nostra condizione di naufragi nello spazio, di specie che si crede il centro dell’universo ma che è invece solo un piccolo granello dentro una grande e universale macina di produzione e di distruzione. Per questo fa dire dalla Natura al suo Islandese: “Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e di distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra, verrebbe parimenti in dissoluzione. Per tanto risulterebbe il suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento.” E ancora: “Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo o in qual che sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte, come ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so, e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, e non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei.”

Anche se allora Leopardi non poteva sapere quello che sappiamo oggi, e cioè che la nostra specie si trova di fronte a un punto di non ritorno, sulla soglia non solo ipotetica ma anche reale e ravvicinata di un’estinzione di specie che gli scienziati hanno già calendarizzato come sesta estinzione, dopo la quinta che è stata quella dei dinosauri. Leopardi poteva immaginarlo, presagirlo, prefigurarlo con la sua mente radicale, ma non poteva sapere quello che sappiamo oggi e che gli scienziati ci stanno dicendo, e cioè che di lì a pochissimo, di lì a due soli secoli da quando scriveva il Dialogo della Natura e dell’Islandese, questa prospettiva sarebbe stata in procinto di diventare realtà, a causa della delirante accelerazione che una specie appena nata avrebbe impresso negli ultimi secoli e che ha devastato il rapporto con il suo habitat planetario, in una corsa cieca che ha l’aspetto di un’allucinazione collettiva terminale. E che per di più lo sarebbe diventata di fronte all’indifferenza terminale della maggioranza degli individui di questa stessa specie, imprigionata nella morsa delle proprie strutture di potere e pensiero e nelle loro metastasi, incapace di modificare di un millimetro la propria rotta. Preda di un incantesimo collettivo che mi pare non si riesca a spiegare se non con quella che Freud, un secolo dopo Leopardi, ha chiamato pulsione di morte, e che descrive così: “A cosa tendono gli uomini? Che cosa desiderano? Tendono alla felicità, vogliono diventare e rimanere felici. Questo principio domina l’operare dell’apparato psichico fin dall’inizio; non può sussistere dubbio sulla sua efficacia, eppure il suo programma è in conflitto con il mondo intero, tanto con il macrocosmo quanto con il microcosmo. È assolutamente irrealizzabile, tutti gli ordinamenti dell’universo si oppongono a esso; potremmo dire che nel piano della Creazione non è incluso l’intento che l’uomo sia ‘felice’. Quel che nell’accezione più stretta ha nome felicità scaturisce dal soddisfacimento, per lo più improvviso, di bisogni fortemente compressi e per sua natura è possibile solo in quanto fenomeno episodico…” Dopo questa premessa, Freud prende il toro per le corna e continua così: “La pulsione distruttiva è all’opera all’interno di ogni essere vivente e la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato di materia inanimata. Le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva quando, con l’aiuto di certi organi, si rivolge all’esterno, verso gli oggetti. L’essere vivente protegge la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte rimane attiva all’interno dell’essere vivente e noi abbiamo tentato di derivare tutta una serie di fenomeni normali e patologici da questa interiorizzazione della pulsione distruttiva. Siamo persino arrivati all’eresia di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno. Non è indifferente se questo processo è spinto troppo oltre: il processo è malsano. Invece il volgersi di queste forze pulsionali alla distruzione del mondo scarica l’essere vivente e non può non apportare un effetto benefico. Ciò serve come scusa biologica a tutti gli impulsi esecrabili e pericolosi contro i quali noi combattiamo. Si deve ammettere che essi sono più vicini alla natura di quel che lo sia la resistenza con cui noi li contrastiamo e di cui ancora dobbiamo trovare la spiegazione…”

Mi è difficile, anche oggi, soprattutto oggi, darmi una diversa spiegazione di quanto abbiamo sotto gli occhi e sta succedendo nel nostro Paese e nel mondo.

E allora, allargando l’orizzonte, viene da domandarsi: Com’è stato possibile che questa specie che si è autoproclamata la più intelligente, in sole poche centinaia di migliaia di anni, sia arrivata a questa implosione, mentre la vita media delle altre specie è di circa cinque milioni di anni? Perché la nostra presunta intelligenza è stata volta quasi esclusivamente al male, al proprio stesso male? Perché il male è nell’ordine? come dice Leopardi. Perché è nell’ordine stesso e nella struttura genetica della nostra specie così come si è andata strutturando nel corso del tempo? Perché è avvenuta una simile accelerazione e moltiplicazione? Perché il male nel nostro ordine di specie supera a tal punto quello insito nell’ordine naturale universale, tanto da creare una simile intollerabilità e rigetto da parte del resto della natura di cui pure facciamo parte? Non è vero -come ci illudiamo abbandonandoci a un’estrema consolazione antropocentrica- che siamo noi a dover salvare il nostro pianeta minacciato dalla nostra aggressiva presenza. Perché è certo che, anche quando gli uomini non ci saranno più, il nostro pianeta continuerà a vivere per qualche miliardo di anni, fino a quando il sole si spegnerà, diventerà una gigante rossa e poi una nana bianca. Il nostro pianeta sanerà in fretta le ferite che gli abbiamo inferto, il mondo vegetale si riprenderà inarrestabilmente i suoi spazi, nuove specie viventi e nuove metamorfosi avverranno ininterrottamente dentro di esso, una volta liberato dall’effimera e devastante presenza di una specie rapace e incapace di metamorfosi.

La nostra attuale condizione ci permette di vedere come non abbiamo mai visto prima, come dalla cima di una montagna, ciò che caratterizza la nostra specie dentro la natura e facente parte della natura, le sua particolare, specifica e devastante natura, comprese le strutture di pensiero di cui si è dotata e la loro insostenibilità di fronte a ciò che sta succedendo adesso. Una condizione estrema che, per non essere solo una catastrofe senza ritorno ma per aprirsi, forse, a nuove, drammatiche, impensate e telluriche potenzialità e possibilità oltreumane, per trasformarsi in un’inconcepibile chance, dovrebbe diventare il punto di partenza di qualcosa di inaudito: di una metamorfosi di specie.

La nostra condizione spacca in due tutto ciò che abbiamo pensato nel corso del tempo, spacca in due il pensiero scientifico, filosofico, religioso, le scienze naturali e quelle sociali, le nostre posture mentali, le nostre contrapposizioni e antinomie concettuali di superficie il cui meccanico, inarrestabile, orizzontale e inerte proliferare è venuto a formare l’edificio stesso della nostra ormai inutile e oltrepassata cultura, non più proporzionale con la sbalorditiva condizione che stiamo vivendo. Per questo, adesso e solo adesso, alle soglie di questo imbuto o di questo passaggio, possiamo ripercorrere all’incontrario il formarsi delle strutture di pensiero e delle meccaniche che ci hanno portato a un simile punto di non ritorno.

Il pensiero di Leopardi, il suo pensiero e il suo canto, il suo canto che si fa pensiero e il suo pensiero che si fa canto, sono tra quelli che ci possono attrezzare in vista di una simile sfida, non solo in senso concettuale ma anche sentimentale, con il suo unire intelligenza e passione, con il suo fare appello non alle sole forze razionali e mentali ma anche ad altre forze dormienti e latenti dentro di noi e che a questo punto abbiamo un disperato bisogno di svegliare e dissotterrare, perché se l’inizio è sempre una fine anche la fine è sempre un inizio, la fine e l’inizio, la vita e la morte non sono i due poli e i due opposti che la nostra cultura ha artificialmente separato, sono una cosa sola.

E così adesso, alla fine di questo intervento, proverò anch’io a leggere L’infinito, così come mi riuscirà, con la mia povera e brutta voce, anche se questa poesia è stata letta e riletta migliaia volte, in solitudine e in pubblico, tanto che tutti ce la ricordiamo parola per parola come una preghiera, una preghiera che non chiede niente e che quindi tiene aperto tutto, perché mai come adesso, come singoli e come specie, abbiamo bisogno di infinito.

(L’immagine è presa da qui.)








pubblicato da s.baratto nella rubrica in teoria il 29 luglio 2019