Il mio primo romanzo lo scrisse un editor

Romolo Bugaro (con una nota e una paleorecensione di Tiziano Scarpa)



A volte le bombe rimangono inesplose.
È il caso, mi sembra, di questa postfazione che Romolo Bugaro ha scritto per la riedizione del suo bellissimo romanzo del 1998
La buona e brava gente della nazione, uscita qualche settimana fa nei tascabili Marsilio-Feltrinelli.
Si tratta di una confessione piuttosto clamorosa:

questo romanzo, La buona e brava gente della nazione, non è mio, o almeno non del tutto. La buona e brava gente della nazione è stato scritto da me con una certa architettura, una certa forma linguistica, poi è stato sottoposto a un lavoro di editing e revisione talmente profondo e radicale da superare di molto ciò che viene solitamente definito con i termini “editing” e “revisione”, e infine stampato.

In questi anni molto si è discusso di editing, indipendenza degli autori, invadenza dell’editoria. Ma quando se ne parla lo si fa in generale, perché nessuno ha voglia di ammettere certe cose. Qui invece c’è un caso concreto, concretissimo. Vent’anni fa un autore poco più che esordiente, pur di pubblicare il suo primo romanzo con un editore importante, accettò lo snaturamento della propria scrittura.

È stato coraggioso, Romolo Bugaro, a raccontare queste cose di sé e del suo editor di allora. Leggete la sua postfazione, che mi ha concesso di riprodurre qui (lo ringrazio).

A conferma di quanto l’impronta stilistica di questo romanzo lasciasse il segno in chi lo leggeva, riporto qui in appendice una mia recensione di allora, uscita su Tuttolibri della Stampa il 7 maggio 1998. All’epoca non ne sapevo nulla di quel che Romolo Bugaro ha svelato oggi.
Scrissi questo:

Il tono del narratore è la cosa più impressionante nel romanzo di Bugaro: non ho mai letto nulla di simile. Di primo acchito ci si può confondere, si può credere di avere a che fare con un retore petulante, un incontinente calligrafo che non ha capito nulla della vita e della letteratura. Ma basta qualche paragrafo per distinguere sempre più chiaramente il volto che si sta delineando, il ceffo ghignante di chi ha preso la parola. La voce di Giovanni, l’avvocato che racconta questa storia, è un inaudito falsetto baritonale, un basso sopranile: ti fa sentire l’impresentabilità e il ridicolo di tutte le parole del mondo, e allo stesso tempo la loro profonda dignità, la loro verità abissale.

Il romanzo comunque è veramente bello. Merita di essere letto anche oggi.

[T. S.]


Romolo Bugaro

Nota finale all’edizione del 2019 di La buona e brava gente della nazione. Scrivo questa nota dopo una ventina d’anni di esitazione, o meglio di continui rinvii, perché ci vuole tempo per fare i conti con i propri scheletri nell’armadio, soprattutto se c’è di mezzo un’attività totalizzante come lo scrivere.

Per venire subito al punto: questo romanzo, La buona e brava gente della nazione, non è mio, o almeno non del tutto. La buona e brava gente della nazione è stato scritto da me con una certa architettura, una certa forma linguistica, poi è stato sottoposto a un lavoro di editing e revisione talmente profondo e radicale da superare di molto ciò che viene solitamente definito con i termini “editing” e “revisione”, e infine stampato.

È una storia un po’ lunga, ma vale la pena raccontarla, credo, a beneficio di tutti quelli che hanno il desiderio o il progetto di dedicarsi alla narrativa.

Verso la metà degli anni Novanta, quando stavo finendo di scrivere questo libro, avevo già pubblicato una raccolta di racconti con una piccola casa editrice ed ero incredibilmente bramoso di fare il salto, entrare nel grande giro. Ero in contatto con un editor al quale avevo sottoposto il manoscritto. Lui l’aveva trovato interessante. «Però dobbiamo lavorarci un po’» aveva detto. «Dobbiamo aggiustarlo, stondarlo qua e là.»

Da quel momento sono iniziati due o tre anni di viaggi (lui abitava piuttosto lontano da Padova), discussioni, tensioni, litigi, esperimenti, ripensamenti, conflitti e armistizi.

Di solito, nella miglior tradizione della bohème letteraria come la rappresentano in tv, lavoravamo di notte. Prima si andava a cena in qualche locale, poi a bere in qualche altro locale, e infine, verso l’una o le due, si approdava davanti alla scrivania coperta di carte, dove si faceva l’alba leggendo e rileggendo brani, smontando frasi e rimontando scene.
Un periodo irripetibile e sfibrante.

Durante quelle notti lunghissime e sfibranti, l’editor (che non era un dipendente della Baldini & Castoldi, primo editore del libro nel 1998, ma lavorava in proprio, diciamo così, facendo anche da agente) avanzava le sue proposte di intervento. Perché non tentare qualcosa di nuovo, su questo interessante dattiloscritto? Perché non utilizzare una lingua alta, persino aulica, calandola nel contesto ipercontemporaneo del romanzo? Per creare frizioni inaspettate, contrasti sorprendenti. Tanto per capirci, e ovviamente senza far paragoni con gli autori tirati in ballo: un Melville col Jack Daniel’s in mano, un Conrad in discoteca.

Per esempio, perché scrivere: «Le grandi speranze dei ragazzi», così piatto e banale. Molto meglio scrivere: «In quella soave stagione in cui le speranze rilucono intatte», inusitato e vertiginoso. Perché scrivere: «La gente la pensava più o meno allo stesso modo», così piatto e banale. Molto meglio scrivere: «Il consorzio civile si pasceva della stessa dieta», inusitato e vertiginoso. Sono frasi che non avrei mai scritto (le seconde). Dico di più: sono frasi che rappresentavano il contrario della mia idea di scrittura di allora, che non era granché originale: periodi corti, linguaggio parlato, alla Hemingway, alla Carver.

«Pascersi della stessa dieta»: ma scherziamo? Come si fa a usare il verbo “pascersi”? Impossibile, impossibile.

Avevo alzato la voce con l’editor, m’ero scagliato con violenza contro quel verbo (e molti altri). «Io “pascersi” non lo uso, va bene? Non lo accetto, non è possibile! Piuttosto che usare “pascersi”, butto via il manoscritto!»

La fine è nota. Il verbo “pascersi” è rimasto lì, a pagina 10 della prima edizione. Pubblicato e ora pure ripubblicato.

Perché ho accettato tutto questo? Perché non ho preso a calci il tavolo, sbattuto la porta?

Ah, perché volevo assolutamente andare avanti, arrivare all’editore importante. Perché mi sembrava che la mia vita sarebbe crollata, sarebbe andata letteralmente in pezzi, se non avessi raggiunto quell’obiettivo. Niente altro contava.

Sembra il peggiore tradimento possibile che uno scrittore minimamente onesto possa fare al proprio lavoro. Probabilmente è così. Però ho avuto una ventina d’anni di tempo per pensarci e sento di poter fare alcune precisazioni.

Punto primo: il mio editor dell’epoca, il mio sadico aguzzino, il mio accanito persecutore, era comunque un signore che stava lì, chino sulle pagine del romanzo che avevo scritto, per molte ore di fila, per molti giorni di fila (o meglio molte notti). Era un uomo un po’ eccentrico, ma conosceva benissimo il lavoro di costruzione della scrittura. All’epoca non capivo minimamente il valore del tempo e dell’attenzione che mi venivano dedicati senza alcuna contropartita misurabile. Mi sembrava normale. Mi sembrava dovuto.

Punto secondo (molto dolente): il romanzo, dopo gli interventi dell’editor, dopo l’aggiunta dei vari “pascersi” e “rilucere”, ci ha probabilmente guadagnato. È abbastanza paradossale che sia proprio io a dirlo, ma credo malgré moi che sia così. Mentre lavoravamo, una piccola parte di me sentiva che il testo cresceva, migliorava. Certi innesti, per quanto lontani dal mio sentire dell’epoca, lo facevano brillare. Era come ritrovarsi in uno spazio dove gli opposti convivevano: buio profondo e luce abbagliante fusi insieme in una percezione del tutto nuova. E adesso, dopo tanto tempo, anche le frasi intorno alle quali avevo combattuto le battaglie più aspre (sempre vinte dall’editor) non mi suonano più così male. Diciamo che col passare degli anni mi sono un poco pacificato col verbo “pascersi”. Per questo ho scelto di ripubblicare il romanzo così com’era, senza riscriverlo da cima a fondo. Per questo ho scelto di non cancellare, non modificare, ma semplicemente raccontare com’è andata.

Punto terzo: nei lunghi anni che sono seguiti, interrotto il rapporto con quell’editor, sono diventato più radicale ed esigente con me stesso nel lavoro narrativo, sono diventato uno scrittore migliore. Mi rendo conto che questo può suonare insopportabilmente autoelogiativo, autocelebrativo eccetera, il che è proprio tremendo, però va bene, correrò il rischio, perché questa nota cerca di essere realmente sincera, e senza rischio che sincerità sarebbe? E allora andiamo avanti: l’esperienza che ho vissuto, il compromesso che ho accettato, per quanto pesante e difficile possa essere da metabolizzare, non ha distrutto la mia fedeltà alla scrittura, anzi l’ha rafforzata. Adesso lavoro su ogni frase, ogni singola parola, per ore o giorni o settimane, per tutto il tempo che ci vuole, fino a quando quella frase non trova la definizione migliore, la più esatta (per quanto ne capisco io), consentendomi di passare oltre.

Magari è addirittura venuto il momento di ringraziare il mio vecchio editor, che non vedo e non sento da molti anni, per il tempo e la pazienza che mi ha dedicato tanto tempo fa.
Diciamo che questa nota è la chiusura di un cerchio, ecco.
Adesso che l’ho scritta, mi sento un po’ meglio.


Tiziano Scarpa

Recensione: La buona e brava gente della nazione di Romolo bugaro pubblicata su Tuttolibri del 7 maggio 1998. Avanzo come minimo un caffè da ognuno di voi lettori per le splendide ore di lettura che spero di farvi passare insieme a questo romanzo di Romolo Bugaro. Mi fermerete al bar e, senza mai esserci incontrati prima, ci metteremo a parlare della Buona e brava gente della nazione come due vecchi amici che hanno condiviso un’esperienza sconvolgente.

«Grazie, Scarpovich», direte, «soprattutto per avermi avvertito di tenere duro all’inizio». Il tono del narratore è la cosa più impressionante nel romanzo di Bugaro: non ho mai letto nulla di simile. Di primo acchito ci si può confondere, si può credere di avere a che fare con un retore petulante, un incontinente calligrafo che non ha capito nulla della vita e della letteratura. Ma basta qualche paragrafo per distinguere sempre più chiaramente il volto che si sta delineando, il ceffo ghignante di chi ha preso la parola. La voce di Giovanni, l’avvocato che racconta questa storia, è un inaudito falsetto baritonale, un basso sopranile: ti fa sentire l’impresentabilità e il ridicolo di tutte le parole del mondo, e allo stesso tempo la loro profonda dignità, la loro verità abissale.

«Prova a dirlo così, Scarponskij: ogni sillaba della lingua di Romolo Bugaro non getta via né il bambino né l’acqua sporca», direte venendomi in aiuto. L’avvocato Giovanni a trent’anni deve già averle pronunciate milioni di volte, tutte le parole del mondo; sì, dev’essere andata così, in tribunale, in studio, per la strada avrà sentito e risentito tutti i discorsi possibili degli esseri umani, per arrivare ad assumere questa postura linguistica, questa postura esistenziale piena di sarcasmo e venerazione verso il linguaggio: verso le persone, verso la vita. Sarcasmo e venerazione impastati insieme; diffidenza e meraviglia; denigrazione e prodigio.

«Fa così, Scarpeiro: apri una pagina a caso e ricopia qualche riga», suggerirete. A caso davvero, eh? Giuro. Allora: pagina 33. «Meno di quaranta minuti più tardi, stavo suonando, col naso, alla mia porta. Le due nuove bottiglie di Jack Daniél’s erano saldamente nei pugni, e, sottobraccio, avevo la soave Serena e l’indomabile Chicca Giugiaro». Col naso. Saldamente. Pugni. Soave. Indomabile.

«Bene, Van Scarpen, ma così sembra che sia solo una questione di stile, e che nel romanzo non succede granché», farete notare. «Però riassumi poco, pochissimo, altrimenti togli gusto a chi deve ancora leggerlo».

Fa caldo in giugno, a Padova. In attesa di partire per le vacanze si prende fresco davanti a un aperitivo, ci si trova la domenica in piscina. Se si è avvocati, architetti truffaldini, commessi di un negozio di dischi, faccendieri, bancarottieri precoci, se insomma si continua a frequentarsi per incomprensibile retaggio adolescenziale, capita di fare tardi insieme a bere bicchierini, e anche di portarsi in casa qualche puttana o qualche commessa di negozio del centro, a piacere; magari mentre la propria moglie si sta slogando una caviglia saltando da un viadotto con una fune elastica legata alla gamba. L’avvocato Giovanni è il narratore, ma non il protagonista. Questa è soprattutto la storia del suo amico Luca, la storia della stupida rovina di un matrimonio che finisce male, malissimo, in un’isola del Mediterraneo. L’Occidente in principio aveva stabilito che solo i nobili e gli eroi hanno diritto di protagonismo nelle tragedie. Nel secolo scorso il proletariato ha fatto rivendicazioni sindacali perché gli fosse riconosciuta dignità tragica. Della classe media ci si è sempre fatti beffe. Soprattutto ora, verso la classe media del Nordest.

«Altolà, Scarpozzil», interromperete, «se dici un’altra volta la parola Nordest ti tiro la tazzina di caffè in faccia: questo libro non ha niente a che fare con la sociologia!». Sì, questo libro può anche rappresentare genericamente un gruppo di professionisti trentenni padovani, ma è soprattutto un romanzo sull’imminenza tragica della morte, sull’enigma dell’amicizia maschile, sulla maturità come ininterrotto funerale della giovinezza. Noi non abbiamo più tutto il tempo, si dicono di tanto in tanto Giovanni e Luca. Non è horror, giallo, noir, splatter: è il racconto di un giugno a Padova e di un’estate a Panarea, eppure c’è un’enorme quantità di buio, di nero, in queste pagine. Un alone di morte si irradia intorno a tutto ciò che capita a questi ordinari sciagurati: come quando, in un’immersione subacquea con il fucile e le pinne, trovano sugli scogli del fondale un crostaceo che non reagisce alzando le chele, non scappa via perché sta già morendo per conto suo; è una preda che sta morendo di morte naturale, sta rinfacciando la morte ai suoi carnefici venuti a ucciderla per divertimento. I due sub tornano in superficie pinneggiando a tutta forza, spaventati a morte.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 20 luglio 2019