Tre Poesie

Gabriele Lastrucci



Manicomio di nevi

Come prima mano nella mano
È bello tenerti fragile tra le dita
Respirare profondamente l’urna
Dei tuoi pensieri peccaminosi
Essere drogato dalla tua triste pelle
Struggersi nel lungo anfiteatro
Dei tuoi occhi di lino dorato
Allentare morso dopo morso
La diacronia azzurra del tuo sesso
Palpare in una corda l’universo
Della tua folle pupilla rossa
Rendere in un giubilo di rose
Le conferenze giocose dei tuoi
Caldi infiammati sorrisi-luna
Sfiorare in un eterno manicomio
La lentezza biblica di una bocca
Inseminata di breve luce
Una lingua di presepe innevato
Unirsi tutt’uno con la sottile lama
Del sacro martirio del tempo
Come brocche di gioia pura
Un porto dalle ciglia di pioggia
Destino di un naso di mare
Immergersi come orfiche danze
Nel lavacro ardente della messa
Di borghi sperduti, in una sera
Di carne, una preghiera di dita
Intrecciate in uno sgorgare di seni
Scoperti, sognati da Dio, e sprofondare
Nell’orgia di stelle schiumanti, amandosi
Fino alla fossa di un ultimo respiro
Traboccando nel delirio denso
Di un sogno infinito.

Come una preghiera

amo tutto ciò che scorre, la notte che muta scura nel giorno,
l’aureola d’oscurità che reca il lampo d’ogni lanterna,
il sole che muore rugginoso nei porti arsi di vele,
l’estasi dei nostri naufragi,
il volo nella sua immensa caduta,
la fiamma che si torce nei rivoli del buio d’un nero stellato,
il fiore che trascende il livido oro del pianto,
il grido che porta il silenzio,
il campo che miete fecondo il proprio aratro,
il viola che scivola tra le nuvole come il rosso di un petalo
nei tuoi occhi d’arsenico mattinale,
l’aurora che fende come una goccia l’iride del grano,
l’eternità che gemma e fiorisce nell’attimo,
amo la sera, che sugge esausta alla lucente mammella dell’oscurità,
la pietra che s’arroventa alle smarrite braci del sogno,
il tuono che rompe il respiro illuminato dell’aria serale,
il mare che s’inarca azzurro nella sua aguzza risacca,
la barca che dondola incerta tra le spezzate crespature del tramonto,
la spiaggia, lucente scorpione che lacera il cielo come un pozzo di stelle feroci,
il fondo e l’alba che inceneriscono l’acuto bagliore della notte,
il delirio che frantuma i nostri occhi murati all’orlo di un’ultima lacrima,
il tuo labbro che si perde nel petrolio delle onde,
l’estate che si scaglia torrida nel suo più torrido novembre,
l’autunno che gela e germoglia e spuma nell’immenso grigio
di uno scoglio di girasole,
amo il fuoco che muove i suoi primi passi verso le stelle,
la lacrima che spalanca l’arcobaleno del nostro bacio,
amo la quiete che precede rumorosa ogni mattino,
il silenzio e il suo sparo affamato,
la guerra che si dona ai miei occhi accresciuti di solitudine,
la pace che squarta affilata nel cieco splendore del nulla,
la luna che si lacera come un angelo per la nostra notte,
la luna che dondola furiosa a disfare le spinose catene dell’eterno,
il cuore che esplode ubriaco come una cometa d’anomalie,
il domani che fugge ladresco verso l’estatico abisso dell’ora,
l’infinito che si squarcia acuminato nel polso del mio dolore,
amo la fine che si scioglie profeta di un nuovo inizio,
me stesso, affisso chiodo d’istante,
amo la fine, ancora, che s’incarna violenta per una nuova luce.

soltanto una preghiera,
il morso di un papavero
al mattatoio immenso, spalancato.

Cella

non esiste fortezza in grado di contenerci,
rifugio abbastanza profondo
dove nascondersi,

la vita t’afferra
dilania
stringendo alla gola
t’inchioda

al tuo giusto dolore,
alla più giusta gioia.

si arriva a se stessi per sottrazione,
morso dopo morso,
scavando la polpa gonfia della solitudine,
lacerando la più acuminata distanza dalle stelle.

il totale del nostro dolore
non fa che lo scheletro
della più alta beatitudine.

(Il dipinto è "Erba" di Luigi Fatichi)








pubblicato da s.nelli nella rubrica poesia il 16 luglio 2019