Una lettura estiva ma non troppo

Salvatore Toscano



Se siete stanchi di sentirvi dire che in Italia non c’è un cazzo, che non esistono più scrittori talentuosi, che la letteratura si è infilata in un vicolo cieco, che l’arte della narrativa ha ormai traslocato verso altre sedi più adatte alla contemporaneità... Insomma, se siete stanchi di sentirvi dire che ciò che amate di più è cacca, o addirittura cacca secca ‒ perché datata ‒, allora eccovi un volume fresco di stampa che vi farà tornare il buonumore e vi riconcilierà con lo spirito dei tempi: Vocabolario minimo delle parole inventate, antologia collettiva a cura di Luca Marinelli per l’editore Wojtek.

Che cos’è il Vocabolario minimo?
Una raccolta di racconti scritti da autori che si incontrano, si formano e crescono sul web. Ragazzi e ragazze pensanti, scriventi, sognanti, citanti, fantasticanti, teorizzanti, cazzeggianti, che ancora non hanno perso la fiducia nella parola scritta, che rifiutano di inciampare nelle trappole del cinismo e della disillusione piazzate lungo i percorsi curvilinei dell’infosfera da chi ormai si è rassegnato all’aridità e al disamore per libri e scrittori.

Chi è Luca Marinelli?
Non è l’attore famoso ma un omonimo: fa parte della squadra di Verde Rivista, è laureato in fisica, esperto di fantascienza e letteratura di genere, ha studiato sceneggiatura alla Scuola Holden, e come un cane da tartufo ha la capacità di annusare e rinvenire scampoli di letteratura sepolti nei più impenetrabili anfratti del web.

Parliamo del libro?
Forse è meglio.
C’è un romanzo che ha avuto un certo successo negli ultimi mesi, Il censimento dei Radical Chic di Giacomo Papi, nel quale si immagina l’esistenza di un’Autorità Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana: non riesco a togliermi dalla testa che questa di Luca Marinelli e dei ragazzi di Wojtek sia un’operazione che, sotto la scorza di un pretesto giocoso, nasconde un potente significato politico.
Hanno messo insieme una banda di sovversivi, di eretici, con lo scopo dichiarato di complicare le cose, proprio alla faccia della semplificazione. E non perché sia divertente complicarle ma perché il mondo e gli esseri umani hanno bisogno di strumenti sempre più raffinati per essere compresi e narrati.
Vabbè sì, ogni tanto è pure divertente complicare le cose giusto per scassare le palle.
Ma il punto è che oggi, proprio in questo momento storico, nell’epoca dell’analfabetismo di ritorno, degli slogan imbecilli urlati a volumi sempre più rintronanti, del disturbo da deficit di attenzione ormai diventato pandemia, dell’imperio di emoji emoticon abbreviazioni acronimi e quintali di stronzate pseudoavveniristiche che mortificano l’italiano scritto e parlato, dei ministri e capi di partito che strizzano banalità e ferocia dentro i limiti angusti dei loro tweet e delle loro scatole craniche... Nell’epoca dell’erosione di ogni vocabolario, inventare parole nuove è come imbracciare fucili e innalzare barricate.

Non ti sarai un po’ lasciato prendere la mano?
Ebbene sì: lo ammetto. E non vorrei farla troppo lunga con la trovata delle parole inventate perché Luca Marinelli mi ha confessato che sono usciti almeno un altro paio di libri simili quest’anno ‒ del resto casa mia è stipata di sillabari, inventari, vocabolari, tag, link ‒ confermando che ci deve essere nell’aria un enorme bisogno di parole nuove per provare a comprendere quell’esplosione di mondi che chiamiamo realtà.
Vocabolario minimo però è una lettura elettrizzante e dal sostanzioso valore conoscitivo per tanti altri motivi: è una miniera di invenzioni narrative originali provenienti da svariati centri e periferie dell’intero stivale, un’agile ricognizione nel sottobosco della Litweb, delle riviste online che ormai sono fucine e palestre per tanti autori di cui a breve sentiremo parlare, una radiografia ‒ per carità: modesta, non sempre nitida, per niente esaustiva ‒ dell’esistente, e quando dico esistente mi riferisco al materiale osservato e agli osservatori, alle invenzioni e agli inventori, alle parole e ai parolieri.
In definitiva mi sembra un testo necessario per fare i conti con quanto sta succedendo di più fertile e purtroppo confinato ai margini, nel mondo dell’editoria italiana. Per bonificare il nostro immaginario ormai inquinato da legittimi preconcetti nutriti e ingrassati con le cieche logiche mercantili di chi produce cultura oggi.
Lo so che a parlare di libri necessari si corre il rischio di essere spernacchiati, ma provate a dare un’occhiata a Il tempo di morire di Eduardo Savarese, oppure a Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato di Davide Morganti, e vi renderete conto che Wojtek sta facendo sul serio: in un catalogo che non è ancora arrivato in doppia cifra ‒ che in totale libertà passa dalla saggistica alla narrativa ‒, ha già piazzato tre o quattro piccole pietre miliari da non lasciarsi scappare.

Ma chi sono gli scrittori inseriti in questa antologia?
In ordine di apparizione: Alessio Mosca, Francesca Corpaci, Simone Ghelli, Emanuela Cocco, Paolo Gamerro, Lorenzo Vargas, Claudia D’Angelo, Pierluca D’Antuono, Francesco Quaranta, Anna Adornato, Gianluca Bartalucci, Paolo Parente, Alfredo Palomba, Andrea Frau, Andrea Zandomeneghi, Federica Sabelli, Andrea Donaera, Luca Mignola, Guido Zavanelli Zanetti, Simone Lisi, Alfredo Zucchi, Stefano Felici.
Molti sono giovani ma già maturi, altri sono maturi ma ancora giovani. Si vede che dietro ogni racconto c’è una consapevole, sofferta, riflessione teorica, un’idea personale di che cosa possa essere la letteratura, la gravosa e lentissima conquista di una propria irripetibile visione del mondo.
Ciò che sorprende di più è la pura bellezza della prosa, l’abilità indiscussa nella costruzione della frase: nonostante le differenze enormi da racconto a racconto, per il genere in cui ci si è cimentati, per le scelte stilistiche, i processi che portano dall’idea iniziale alla strutturazione di una trama più o meno elaborata, è chiaro che siamo al cospetto di scrittori veri.
Si riesce pure a percepire la presenza fantasmatica di una nutrita schiera di maestri, ombre di giganti, antenati, numi tutelari, intere genealogie letterarie da ricostruire con perizia, avendo gli strumenti per farlo: Borges, Cortázar, Bolaño, Dick, Vonnegut, Bukowski, Wallace... Sono solo i primi riferimenti che mi vengono in mente per provare a disegnare un accenno di mappa, ma so con certezza che ognuno degli autori delle parole inventate ha il suo Pantheon, i suoi parricidi compiuti e da compiere: magari io non ho azzeccato nemmeno un nome.

E le parole inventate?
Quelle vorrei tanto che ve le andaste a cercare da soli sfogliando il Vocabolario minimo.
Vi basti sapere che non si tratta solo di una collezione di scherzi, di giochi linguistici, di sfide creative, nonostante sia evidente la persistenza di un principio ludico, del più sano e nobile impulso naturale che spinge noi fragili terrestri al cazzeggio.
Faccio un solo esempio. Una parola che da sola vale tutto il libro è “Transkafkamento”: l’ha inventata Luca Mignola, un giovane autore da tenere d’occhio, che sta per pubblicare la sua prima raccolta di racconti proprio con Wojtek: Mignola sembra un personaggio eruttato in questa dimensione dall’universo narrativo de I detective selvaggi, serpeggia con disinvoltura tra Cechov, noir, Kafka, fantascienza, metafiction e visioni lovecraftiane, dando prova di una fede entusiastica ‒ quasi bambinesca ‒ nel potere della letteratura.
Ed è solo un esempio. Una minuscola particella di un corpo che va esplorato per intero.

A qualcuno interessa ancora la letteratura italiana?
Spero di sì.
E se non percepite la mia speranza come immondizia sentimentale di un inguaribile ottimista, correte a leggere Vocabolario minimo per poi mettetevi alla ricerca di questi giovani e agguerriti compilatori di lemmi.








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 15 luglio 2019