Così vedrai il Diavolo

Tobia Iacconi





Ai morti si parla occhi negli occhi.

I tuoi occhietti felici e svelti guizzavano nel mazzo di carte, tra re e regine che non hai mai visto. Avevi la pelle bianca e i capelli soffici. Le vene azzurre come il cielo delle montagne della tua infanzia. Un tremore allegro aleggiava sul tuo viso, una frenetica e genuina gentilezza.

La catena di montaggio ti aveva piegato le ossa delle mani in più punti, costringendole giorno dopo giorno in una morsa arcuata, un artiglio sghembo ma ergonomicamente perfetto per accoppiare e arrovesciare calzini. Accoppiare a arrovesciare calzini, tutta la vita, per tutte le vite. Accoppiare e arrovesciare calzini, peggio di come avrebbe fatto una macchina, più lentamente di come avrebbe fatto una macchina. Chiamala vita, se riesci. Il trapezio della mano, negli anni, si era arrampicato sul trapezoide, andandosi a conficcare nel centro del palmo: da lì partiva un pollice uncinato, che debolmente si opponeva alle altre quattro dita, tutte bianche e storte come una brutta calligrafia.

Il piccolo scuolabus giallo mi lasciava ogni giorno al limitare del paese, e le vecchiette iniziavano ad affacciarsi. Tobia, mi dicevano una ad una, man mano che avanzavo sotto i loro piccoli balconi nel paese scuro, Tobia, mi dicevano sorridendo, vuoi sapere se la nonna ti ha fatto i piselli? Sì che lo voglio sapere, rispondevo io, certo che lo voglio sapere, che domande. No caro, non te li ha fatti stamani. E perché no, rispondevo col broncio. Perché li hai mangiati ieri! Mica puoi mangiare sempre piselli! Ma certo che posso, digrignavo tra me e me, cosa ne volete sapere voi, solo piselli, voglio mangiare solo piselli per tutta la vita. Credevo fosse il segreto della felicità. Le vecchiette se la ridevano e per consolarmi mi lanciavano sul selciato quelle caramelle Rossana che nemmeno ricordo che sapore avessero. Le raccoglievo con cura badando bene a non lasciarne nessuna, ma non bastavano nemmeno lontanamente a lenire la mia delusione. Quindi arrivavo al tuo portone, suonavo il campanello e tu ti affacciavi sorridente dalla finestrella del primo piano. Nonna, è vero che oggi non mi hai fatto i piselli? No, Tobia, non te li ho fatti. Ma come? Ma perché? Perché li hai mangiati anche ieri! Mica puoi mangiare sempre piselli! Uffa, dicevo io. Uffa, dicevo con la faccia scura. Allora tu mi lanciavi le chiavi ingiallite appese allo spago, che riarrotolavi con cura mentre io salivo le scale. Entravo nella tua casa minuscola e il mio viso si illuminava: i piselli erano lì, succulenti e dolcissimi, a borbottare nel tegame con qualche spicchio d’aglio e due foglie di salvia. Allora ridevo, e tu con me, e il paese con noi.

Camminavo all’indietro sul ponticello di pietra che divideva in due il paese. Tobia, mi gridavi dal sagrato della chiesa, quando ero piccolo e tu eri ancora in grado di camminare, Tobia, smettila di camminare all’incovercio! Così vedrai il Diavolo! Eri seriamente convinta di questa cosa, chissà poi perché. Nemmeno ti immaginavi quanto fossi curioso di vederlo apparire, questo famigerato Diavolo, quell’Uomo Nero che tanto ti faceva paura. In effetti, era colpa tua. Non avrei mai passato le mie giornate a camminare al contrario, avanti e indietro da sponda a sponda, se tu non mi avessi parlato della lauta ricompensa. Ero un bambino troppo curioso per aver paura del Diavolo, nonna.

Svolgevo questo mio oscuro rituale solo su quel ponticello. Mi sembrava che scorresse un’elettricità nera, in quel punto. Una forza tetra e avventurosa. Irresistibile. Saranno state le vecchie pietre scure di cui era fatto, infestate da licheni di ogni tonalità di verde, sarà stato il gorgoglìo delle acque gelide del torrente, con le fronde degli alberi chine sull’acqua. O forse era per via della chiesa che lo sovrastava: era una piccola cappella bianca e disadorna, circondata dai cipressi e rialzata rispetto al resto del paese. Aveva la facciata rivolta a sud-ovest e per questo, nel pomeriggio, era l’unico edificio illuminato dai raggi del sole, mentre il ponte, là sotto, giaceva nell’ombra. Era il suo contraltare occulto, il luogo dei mostri.

Ai morti si prepara pane e vino, ai morti si dà del tu.

Amavi il vino e il vermouth rosso, e ne hai bevuto fino all’ultimo dei tuoi giorni. Di bere acqua e latte non ti andava proprio. Di quella roba ne ho bevuta troppa durante la guerra, dicevi. Di vino ne davi anche a me, per merenda: due fette di pane ammollate nel vino rosso e ricoperte di zucchero. Non c’era niente di più buono. La nostra vita era perfetta.

La prima volta in cui ti vidi perdere colpi stavate giocando a briscola in quattro. Tu e tua sorella gemella contro uno dei tuoi fratelli e un’altra anziana signora. Io guardavo i cartoni animati del pomeriggio rannicchiato sulla poltrona mentre mia zia vi preparava il caffè. Durante una mano particolarmente sfortunata iniziasti a inveire, tu che non lo facevi mai, tu che non perdevi mai la pazienza. Accidenti al Duce, dicesti, speriamo che qualcuno lo faccia fuori. Tuo fratello scoppiò a ridere e ti fece notare che qualcuno c’aveva già pensato, che potevi stare tranquilla. La vecchietta invece arrossì. Lasciate stare i morti, Rosina, hanno già pagato per le loro colpe, ti disse. Magari fosse così, rispondesti nel nostro dialetto apuano, strascicato e febbrile, magari fosse già morto, non mi fate parlare oltre! Io e la zia intervenimmo, dando man forte ai tuoi avversari. Nonna, ti dissi con la certezza di chi quelle cose le stava studiando a scuola, guarda che è morto davvero, da cinquant’anni ormai. Tu non facesti una piega. Senza distogliere lo sguardo dalle tue carte disgraziate, chiedesti conferma alla tua gemella: voi che ne pensate, Anna? Dicono che il Duce è morto. E lì accadde qualcosa di inaspettato. Certo che è vivo, quello stronzo, rispose lei. Vivo e vegeto. A nulla servirono le nostre proteste: le vostre menti gemelle, abbandonate all’automatismo di un gioco che conoscevate da quasi un secolo, erano regredite all’unisono. Fino alla fine della partita, quando riacquistaste la ragione, eravate tornate insieme nel ventennio. Ma, in fondo, il fascismo non se n’era mai andato del tutto: tu e la tua gemella, come tutti gli altri vecchietti del paese, dopo tutti quegli anni continuavate a darvi del voi.

Sei sempre stata comunista, nonna. Lo dichiaravi con orgoglio, come mio padre, e me dopo di voi. Eppure, ogni qual volta la tua mente metteva il pilota automatico, tornavi immediatamente agli anni venti. Ricordo che una volta ti accompagnammo in ospedale per una piccola operazione. Mentre trasportavano il tuo corpo minuscolo su una grande barella, in preda alle allucinazioni dovute all’anestesia, iniziasti a cantare Faccetta nera. Un canto di bambina, gioioso e spensierato. Noi trasalimmo. Mio padre cercava imbarazzato di tapparti la bocca mentre io e mia sorella informavamo pazienti e infermieri che stavi solo smaltendo l’anestetico, e che in realtà eri una comunista di ferro. Oggi, temo, qualcuno di quei passanti si sarebbe messo a cantare con te.

Smettesti di camminare presto, troppo presto. Le nostre passeggiate nel bosco, fino alla casa dei parenti dove nel paiolo cuocevano le lumache al sugo, divennero un ricordo. Il prete iniziò a venirti a trovare ogni giorno, poiché non potevi più andare in chiesa. Io ero libero di camminare al contrario ogni volta che volevo, ma non era la stessa cosa senza te che mi gridavi di non farlo. I piselli iniziò a cucinarli la tua vicina di casa, ma non furono mai più così dolci. Io diventavo grande, e tu rimpicciolivi sempre più. Me ne andai a studiare giù, in città, e iniziai a venirti a trovare di rado. Io scoprivo la vita, tu facevi l’esatto contrario.

Ricordo un’estate torrida in cui tornai in montagna per accudirti per tutto un mese. La tua badante era dovuta tornare in Romania per un lutto, e mio padre e mia zia dovevano lavorare. Alla fine della prima settimana ti ammalasti e ti salì la febbre a quaranta. Mi vergogno a dirlo, ma avevo paura che tu morissi proprio mentre eri sotto la mia responsabilità. Aspetta almeno che finisca il mio turno, pensavo. Sappiamo essere delle bestie, questa è la verità. La seconda notte di febbre iniziasti a delirare. Sdraiata sul vecchio letto, quasi invisibile sotto le coperte bianche, mi accorsi che muovevi le mani in modo strano. Gioca, dicevi al vuoto, gioca! Ci misi un po’ a capire che stavi immaginando di giocare a carte. Allora mi misi al tuo capezzale e iniziammo la nostra partita con carte immaginarie. Tocca a te, continuavi a dirmi appena tardavo un poco o mi appisolavo, gioca! Non riuscivo a capire se stessimo giocando a scopa, a briscola o a tressette, per cui non riuscivo a fingere nella maniera giusta. Ti proposi persino di fare un bel solitario, così sarei riuscito a dormire qualche minuto. Ovviamente mi rispondesti: gioca! Facevamo finta di mischiare il mazzo, di sbattere le carte, persino di contare i punti. Giocammo per quasi due ore e la cosa incredibile è che, nella tua visione, perdesti tutte le partite. A un certo punto ebbi un’illuminazione: corsi a prendere un mazzo di carte, credendo mi avrebbe aiutato a recitare meglio o che, addirittura, ti saresti rinvenuta e avremmo iniziato a giocare sul serio. Ma quando ti porsi il mazzo non lo accettasti: le carte, per quel che ti riguardava, le avevi già in mano.

Alla fine, rimase il tuo corpo di insetto secco, rattrappito. Il cranio ossuto, gli zigomi sporgenti morti già da tempo. A chi diceva che sembravi serena, a chi diceva che sembravi dormire, avrei morso la bocca e strappato le labbra. A chi diceva che sembravi ancora viva, avrei cavato gli occhi con le unghie. L’unica cosa che sembravi, era morte. Una cosa un tempo viva, che non avrebbe mai più funzionato. Negli occhi di mio padre, forse per la prima volta, ho riconosciuto le lacrime di un figlio. Gli esseri umani non sono fatti per vivere nelle tane. Tu, che non sei cresciuta per non occupare spazio, nemmeno nelle nostre vite. Che non eri triste e arrabbiata perché erano già tristi e arrabbiati gli altri. Tu, che amavi cantare e ridere fino alle lacrime. Tu, che facevi il caffè e offrivi biscotti e vino a tutto il paese. Tu, felice fino all’ultimo respiro, con i tuoi occhi di luce nel paese innevato e ombroso.

Chissà che cosa ti ha serbato, il tuo stupido Dio. Un bel niente, io temo, io credo. Una cupa estate, niente più. Ti ha dato una bella fregatura, il tuo insopportabile Dio. Proprio a te, che eri più buona di ogni bontà. Io non ho bisogno di lui: sono uno sciagurato, e mi sta bene così. Ma per te? Lo prenderei a sberle, per la fregatura che ti ha dato, a sberle nel muso, fino a fargli sanguinare le gengive.

Te ne sei andata da anni, nonna. I piselli restano il mio cibo preferito, e li cucino ancora come mi hai insegnato tu. Quando torno in montagna faccio visita spesso al tuo paese, alla bottega in cui mi mandavi a ritirare la spesa che avevi fatto per telefono, al torrente dove da bambini costruivamo la diga per alzare il livello dell’acqua e poterci tuffare dalla cascata. Torno anche a vedere il piccolo ponticello di pietra e, anche se so che non vuoi, lo percorro ancora camminando al contrario. Non si sa mai.

Ma stai tranquilla, amore. Il Diavolo non si è mai fatto vedere.
Come Dio, del resto.





In memoria di Rosina Pioli (22 agosto 1923 – 20 dicembre 2015)








pubblicato da t.iacconi nella rubrica racconti il 12 luglio 2019