Opera Iniqua. L’inattuale bellezza del romanzo di Federico Febbo

Andreina Di Sanzo



Mentre l’estate esplode in tutto il suo spossante furore, mi ritrovo tra le mani Opera Iniqua di Federico Febbo, uscito per la casa editrice spagnola El Doctor Sax nel maggio 2018. Un romanzo che conduce in un tempo estraneo, pagina dopo pagina si ha la sensazione di trovarsi in un altrove sconosciuto, nonostante la sua lampante attualità. Immaginarsi su quella carrozza che trasporta i protagonisti e quel susseguirsi di avvenimenti così incerto, come fosse misurato da clessidre, meridiane… oggetti inattuali ma di rara bellezza, come questo romanzo. Il momento storico è il passaggio dalla fine degli anni ‘80 all’inizio dei ‘90, il mondo sta cambiando per sempre ma è lì fuori, lo sentiamo senza vederlo e continuando a leggere mi chiedo e richiedo “Quando siamo?”. Sempre più vengo rapita da una scrittura raffinata, elegante, accurata e cullata da un ritmo sognante, vago, in cui si attraversano spazi e tempi singolari e bizzarri.
Del suo protagonista sappiamo poco, Charme Genetti, un trentenne della Provenza trapiantato in Italia, viaggia insieme a due intellettuali, Aronne e Cleto, attraverso lo stivale con lo scopo di visitare la necropoli di Vulci. Ma il viaggio viene movimentato da una serie di incontri, tappe brevi e lunghe, intoppi, in cui fanno irruzione strambi personaggi, uomini misteriosi, spregevoli o opportunisti, tutti a riempire quel vuoto che Charme si porta dentro.
Opera Iniqua diverte, emoziona, fa sospirare, l’eleganza di uno stile ricercato e l’andamento a volte così sospeso accompagna il lettore in una peculiare nostalgia. Un universo grottesco popolato da personalità che in maniera eccessiva incarnano i mille volti dell’uomo servendosi di una prosa tagliente, articolata, ironica. Questi frammenti di mondi e situazioni che l’autore descrive, pur trovandosi in una bolla tutta al servizio di un protagonista votato al fallimento, inesorabilmente continuano a parlarci di una attualità sempre più deprimente.
Esempio di disperata mediocrità, su Charme però soffia un velo di tenerezza e una naïveté che non mi lascia indifferente e mi avvicina capitolo dopo capitolo a questo miserabile personaggio. Nonostante la goffaggine, la sua totale incapacità e la testardaggine di voler essere a tutti i costi ciò che non sarà mai, Charme mi commuove. La malattia mentale che lo colpirà dopo un importante incarico sottolinea ancora una volta la sua inadeguatezza esistenziale ma anche una triviale fragilità.
Tutto Opera Iniqua è infiltrato da un senso di nostalgica tristezza, non a caso uno dei personaggi che Genetti tenta di raggiungere è Sabò, “genio disobbediente”, poeta e tutto ciò che il nostro protagonista non sarà mai. L’ostinato desiderio di diventare sempre un altro, qualcuno diverso da lui e la continua conferma di se stesso, presumibilmente anche con la consapevolezza di essere causa del proprio naufragio. Charme forse è proprio la contemporaneità, venduta come qualcosa di insostituibile, ma per nulla il migliore dei mondi possibili.
Così come quel viaggio verso la necropoli di Vulci per “rivivere quel sentimento che aveva provato Goethe quando a Mantova aveva visto per la prima volta Mantegna”, Febbo con lo stile alto e accurato di Opera Iniqua mira a una forma da cui è difficile non rimanere stregati.
Nella sua smascherata disillusione verso il contemporaneo, Opera Iniqua racchiude una serie di pietre di preziosa banalità, una banalità necessaria per conservare ancora schegge di bellezza che probabilmente sono quei “segni da lassù”, di una notte d’estate che speriamo qualcuno ancora possa vedere.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 3 luglio 2019