Dal cuore dell’Italia

Antonio Moresco (intervista di Lorenzo Guadagnucci)



Antonio Moresco, perché da Firenze a Recanati?

«Per dire che il cuore dell’Italia è questo, non solo in senso geografico. Questo territorio, fra Toscana, Umbria e Marche, è stato il cuore di quanto di più alto l’Italia è riuscita a dare nel tempo. Abbiamo scelto come figure di riferimento Dante, Francesco e Leopardi. Certi loro scritti, letti oggi, sono esplosivi e ci aiutano a mostrare che l’Italia è stata grande quando ha avuto un orizzonte ampio, aperto, quando ha parlato al mondo, non quando si è chiusa in sé stessa e nelle sue paure».

In che modo i tre animeranno il vostro cammino?

«Leggeremo assieme i loro testi; i nostri cammini sono come una scuola, cioè occasioni di conoscenza e di approfondimento. E poi leggeremo in pubblico alcuni loro scritti. Terremo dei comizi».

Comizi?

«Sì, come i vecchi comizi, nelle piazze dei paesi che toccheremo, solo che il comiziante dirà le parole di Dante, Francesco, Leopardi. Porteremo a tutti i loro pensieri, mostreremo quanto sono attuali e dirompenti. Finiremo a Recanati sul colle dell’Infinito per dire che mai come oggi abbiamo avuto bisogno di infinito».

Che testi avete scelto?

«Già stasera leggeremo alcuni pezzi della Commedia, a cominciare dal celeberrimo “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!” L’Italia fratricida, questa strana indole che ancora ci caratterizza. Siamo un paese che raramente riesce e inseguire insieme qualcosa di grande; un paese che sperpera forze, crea pretesti per far combattere gli uni contro gli altri: è così che funziona il potere. Leggeremo anche qualcosa dalla Monarchia, è il Dante che già nel Trecento preconizza un governo universale degli uomini, del quale avremmo bisogno oggi per fronteggiare l’emergenza climatica e anche di specie che ci affligge, come dicono da tempo gli scienziati».

Quando passerete a Francesco e Leopardi?

«Ciascuno nella sua regione. In Umbria leggeremo Francesco, il poeta che unisce con visione panica le persone, gli animali, gli elementi naturali: un grande messaggio, molto moderno. Nelle Marche leggeremo Leopardi, qualcosa dai Canti, dalle Operette morali e dal Discorso sul carattere degli italiani: qui c’è un passaggio in cui dice che in Italia le classi alte, e anche le classi basse, sono le più ciniche d’Europa».

Perché camminare? Che importanza attribuite a questo gesto?

«I nostri sono viaggi fatti da persone molto diverse fra loro ma che faticano insieme, mangiano insieme, dormono insieme in condizioni a volte difficili, affrontando disagi. Il cammino è prefigurativo. Mi sono reso conto che se alle persone chiedi molto, ti danno tutto, perché vuol dire che le stimi. Se chiedi poco, non ti danno niente. Oggi c’è bisogno di questo: chiedere molto alle persone, non poco. Bisogna far venire fuori la forza che le persone hanno dentro, il desiderio di qualcosa di diverso e di grande rispetto alla vita che tutti stiamo vivendo, con la mente prigioniera di mille cose, di mille narrazioni che non ci raccontano la verità.»

Che relazione c’è fra la sua scrittura e i cammini?

«L’una rafforza l’altra. Compiendo imprese che credevi impossibili a livello fisico, acquisisci forza interiore. E viceversa: le idee si trasformano in atti. Proprio di questo abbiamo bisogno: dobbiamo riuscire a trasformare le idee in passioni collettive».

Pubblicato su “Il Giorno” dell’11 giugno 2019.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica Il cuore dell’Italia il 12 giugno 2019