Bomzhes

Piera Ghisu



Boris Mikhailov, Senza titolo, dalla serie I am not I, 1992

La C/O Berlin, che attualmente occupa la Amerika Haus di Hardenbergstraße, in prossimità dello Zoo, è da svariati anni (da quando cioè ancora occupava il Royal Post Office, a breve distanza dalla Sinagoga di Oranienburgerstraße) uno degli spazi espositivi cittadini più affidabili: difficilmente si esce da lì senza portare a casa qualcosa di significativo.
Immagini, in genere, con le quali interloquire abbastanza facilmente, pronte a depositarsi nella memoria, e a ricomparire all’occorrenza, per riportare alla luce l’esperienza estetica vissuta. Emozioni, talvolta grandiose, quasi inevitabili davanti ai maestri della fotografia, che sanno sempre come fare per smuovere le cose in noi, che le opere le fruiamo.

Ma questa volta, con la mostra Before sleep/After drinking, dedicata al lavoro di Boris Mikhailov, succede qualcosa di diverso. Succede che davanti all’orrore dei bomzhes ucraini, ritratti dal fotografo russo nella serie Case History, alla fine degli anni ‘90, è difficile che lo sguardo si lasci completamente andare e inizi un dialogo aperto, fluido. Difficile che l’occhio si diverta, si senta libero di giocare e vagare sulla stampa fotografica per scovare i dettagli, per cercare le luci, le sfumature. I bomzhes sono pezzi unici, vite che sono blocchi sovietici e compatti di carni malate, sono la visione dell’estremo, dell’illimitato, del sublime irrazionale e purulento.
All’ennesima potenza.
Sono una visione a tratti impossibile. Il che potrebbe renderli il soggetto perfetto per capire i limiti, kantianamente intesi (si badi, il Kant della prima critica), dell’uomo.
Ma chi sono i bomzhes? I bomzhes spesso non hanno i denti, ma non importa poi molto, perché bevono e basta, vodka, l’acquetta russa. I bomzhes non sono mai soli, perché vivono con cani rabbiosi, con i quali si è obbligati a fare sempre i conti, anche quando sono alle spalle. Hanno gli occhi come spilli, occhi coi quali piangono, ma più spesso ridono. Occhi che hanno visto che qualcosa, a un certo punto, è andato storto.
I bomzhes non sono solo senza denti, ma sono anche senza un tetto. E quello che trovano, se lo trovano, serve in primo luogo a coprire gli scarti corporei, da cui essi, che non hanno null’altro che i loro stessi corpi, faticano a separarsi.
I bomzhes (parola traducibile con senzatetto: è l’acronimo di Без Определённого Места Жительства, che letteralmente significa senza fissa dimora) di Mikhailov sono lì per dirci che la specie umana è capace di sopravvivere anche in condizioni di completo degrado, dove non esistono standard igienici (utilitarie e palazzi dello sport, ripeterebbe forse Adorno, in questo caso), e dove la zona comfort è una bottiglia di vodka in più. E in più, aldilà del duro dato biologico, ci raccontano altro.

Boris Mikhailov, Senza titolo, dalla serie Case History, 1997/98

Nella storia della fotografia, ci sono stati altri autori che hanno deciso di entrare in contatto diretto con il conradiano heart of darkness. Viene in mente il lavoro realizzato negli anni della Depressione americana da Walker Evans, Let us now praise famous men (Sia lode ora a uomini di fama): reportage dall’Alabama commissionato a James Agee dalla rivista "Fortune", che lo giudicò poi impubblicabile.

Scrisse Agee:

Mi fosse solo possibile, non metterei affatto scrittura qui. Ci sarebbero solo fotografie; il resto sarebbero frammenti di tessuto, fibre di cotone, zolle di terra, trascrizioni di discorso, pezzi di legno e ferro, fiale di odori, piatti con su cibo ed escrementi […]
Un pezzo di corpo strappato alla radice sarebbe forse più appropriato.

Evans e Mikhailov, fittavoli e bomzhes, corpi strappati alla radice.
È interessante affiancare i due lavori perché, seppur nati con intenti diversi (puramente documentaristico quello dell’americano, più incline all’arte e decisamente lontano dal reportage quello del fotografo ucraino) mettono in luce aspetti analoghi.
Il primo: difficilmente entrando a contatto con certe realtà ai margini, al limite, al confine, si potranno prevedere i risultati e tenere le distanze. In entrambi i luoghi, Alabama e Ucraina, e in entrambi i tempi, ci si trova davanti a situazioni che superano ogni immaginazione, davanti alle quali si impone una re-azione creativa sul campo.
Quella di Evans sarà di carattere quasi attoriale, e consisterà nell’entrare nella vita delle persone ritratte, svestendo i panni del reporter. Quella di Mikhailov, di costruire la scena, di lavorare in un certo qual modo nella direzione del sogno (o dell’incubo) per rendere surreale, o meglio iperreale il soggetto fotografato.
Il secondo: accostare i due lavori permette di porre a confronto diretto i due grandi sistemi economici del XX secolo e i relativi principi di matrice razionalista. Che si tratti del più grande paese comunista, o del giovane e rampante capitalismo a stelle e strisce in affanno, sembra non esserci scampo per chi vive ai margini delle magnifiche sorti e progressive.

Boris Mikhailov, Senza titolo, dalla serie Case History, 1997/98

Dice quindi bene Francesco Zanot, che nel suo breve saggio Case History, o la fine della Storia cita Francis Fukuyama:

Il pessimismo del presente riguardo alla possibilità di progresso nella storia nasce da due crisi separate ma parallele: la crisi della politica del ventesimo secolo e la crisi intellettuale del razionalismo occidentale.

Che fare dunque, quando tutto sembra non avere senso, quando la dialettica storica si inceppa?
Tra più di 400 foto esposte a Berlino una soluzione si deve pur trovare, e difatti si trova nell’inevitabile arretramento verso la dimensione privata, spogliata, ludica, della serie I am not I, anch’essa come Case history nata dopo la fine dell’URSS: la completa nudità di Boris, il suo porsi come corpo esistente, come corpo nostro, è l’unica maniera che abbiamo per poter resistere agli urti della storia, con la quale comunque, inevitabilmente, dovremo ancora confrontarci. Cosi come, sempre inevitabilmente, dopo la visita alla C/O porteremo a casa con noi non un qualsiasi je ne sais quoi, ma il bomž più tremendo incrociato nelle sale della C/O Berlin.

Poveri e nudi chi siete, dove andate?
A sfidar scrosci spietati di tempesta;
Teste senza casa, fianchi affamati,
Stracci tutti buchi e finestre, che difesa
Sono da un tempo come questo? Troppo poco
Ci ho pensato! Ecco la cura, o potere,
Esponiti a sentire quel che i poveri sentono,
Scuotiti di dosso il superfluo, dallo a loro,
E mostra che i cieli sono più giusti

(Re Lear, atto III, scena IV)

Boris Mikhailov, Senza titolo, dalla serie Case History, 1997/98








pubblicato da j.costantino nella rubrica arte il 10 maggio 2019