Alma trema

Chiara Donnini



Non tirare Garm, è ancora troppo presto per liberarti, dice Alma e inciampa in una buca, devi aspettare di essere al bosco. D’altronde manca poco, ne sento già l’odore. Fa caldo, si alza Alfredo, sopra l’umana creazione e con una manata spalanca l’uscio che dà verso il monte; che egli piantò nella terra, si pianta a gambe larghe sulla soglia e si fa vento con il libro, sul puzzo, sulla morte e sul dolore scampanano sino a estenuarsi: ha ancora una buona memoria. Il Vettore crepa, è appena un brivido che attraversa la pelle grigia del monte, un presagio a ovest dell’abitato. Domani voglio andare a nuotare al Tronto, si illumina Giovanni; come l’altra volta mi terrò a Garm, non c’è pericolo, lo dico a Alma; strizza gli occhi, becca un sasso con la ruota destra dello skate, si sbilancia e cade graffiandosi ginocchio e mano. Giacomo soffoca, non riesce nemmeno a fumare, si tocca la barba di continuo e a tratti arriccia la tonda sommità della sua chonmange da samurai. Me ne devo andare. E Alma non verrà, lo so; io qui morirò ma non rinascerò: rimarrò murato vivo nel mastio. Ride e poi si acciglia. Sale in piedi sul masso di arenaria al limitare del suo giardino e guarda l’orizzonte che lo aspetta. Così giunge il buio da est e si stende su Amatrice, prima il fianco nero che lascia intravedere le gambe infinite, poi la spalla puntuta e infine la testa con i capelli ragnatela; placa il paese sotto il suo corpo impalpabile.

Da eoni il mare incandescente del mantello ondeggia senza posa, mosso da un vento segreto, e dondola immense zattere di crosta. Le zattere sono i frammenti di una buccia d’arancia crepata, una folla assiepata che struscia paziente i propri fianchi. Ci sono bambine diorite, vecchi basalto, uomini granito, ragazze marmo, donne arenaria, ragazzi porfido, bambini calcare, vecchie marna, ragazzi alabastro, donne dolomia.  Stanotte la folla è inquieta - è immobile da tempo, è schiacciata. Due leghe in profondità cede un piede, poi un altro e un altro e un altro, gambe si piegano, braccia ciclopiche percuotono intorno, è un colpo di gong: la massa compatta si frattura scomposta con un grido da animale.  Alma trema nel suo lettino sgualcito che pare abbia la febbre. Intorno è neve di souvenir, infiorata di filodelfo, sfarinare di muri. Alma sogna e non sa che anche la terra trema. Guarda il vuoto da una ringhiera bianca, i capelli-serpente vermigli e il bordo macramè le sfiorano i piedi nudi, suo padre le dice vieni Alma, scendi con me dalle scale, ma lei vuole volare, batte le braccia al folle volo. L’anima nostra, come un passero, è stata liberata dal laccio dei cacciatori: il laccio è rotto e noi siamo volati. Alfredo cammina sulle onde come un gesucristo e a ogni assalto apre le braccia scarne. Ha perso gli occhiali e porta una camiciola che gli lascia scoperti le gambe e il sesso, mentre intorno è un digrignare di mattoni, lo stridore di denti contro denti. La casa geme e sussulta, è scossa da conati. Alfredo riesce a uscire dalla finestra infranta che dà sul vicolo; si è ferito, il sangue cola lungo le gambe che sembra un dono della luna sulle maree che non ha mai avuto. Un boato lo insegue, un cavallone crestato di spuma che lo sospinge e lo induce a girarsi come a volerlo fermare, ma quel che vede attraverso la nebbia di calcinacci è il ghigno di uno scheletro - un tempo il volto della sua dimora - le orbite vuote di camere da letto, le fosse nasali di corridoi, la cavità orale di una cucina. Un altro scossone e la faccia impietrita vomita un ammasso di corpi con un ultimo fuoco d’artificio. Il mio cuore è divenuto cera e si strugge dentro al petto: perché lo zelo della tua casa mi ha divorato. Giovanni canta sotto al tavolo dove si è rifugiato, la tovaglia è scorza di olmo di una lunga casa irochese esposta ai colpi della buriana. Il bambino si stringe al tepore del cane, gli occhi faro e gli orecchi ricetrasmittenti, entrambi accordando la propria paura agli ottoni di una banda. Ascolta la voce con la quale ti ho invocato: cercai la tua faccia, la tua faccia cercherò. Non rivolgere la tua faccia da me. Giacomo è alla schiaccia. Batte più volte il corpo contro l’uscio deformato dal peso dell’architrave. Il soffitto è scivolato al chinarsi dei muri e lo costringe a mollare, a lasciar correre, a ridere, a crepare dal ridere. Non può accadere a me, non a me, a me no! E giù a ridere. Ciao vita, ciao Alma. Invece sì, del suo bel futuro non resta altro che morire e della sua libertà l’arbitrio di gradirlo. Giacomo chiude gli occhi e sente il corpo esile di Alma contro il suo, i muscoli magri da cerva, la sua adolescenza indecente che gli intorbidiva il sangue e gli faceva sporcare le mani. Anima consacrami. Corpo salvami. Sangue inebriami. Acqua purificami. Passione confortami e esaudiscimi. Terra nascondimi dentro le tue piaghe, non permettere che io mi separi da te.

Scappo, non riesco a fare altro che scappare. Sono nudo, sono sporco, sono scalzo, non ho gli occhiali. Sento urla di paura, lamenti, richiami strazianti provenire da ogni porta che sorpasso: chi siete? tacete! Tutto quello che riesco a fare è correre: Alma dove sei? Tuo padre ci sarà sempre per te, te lo prometto. Ma ho mancato, non ci sono. Non riconosco nemmeno una strada; è tutto buio, è saltata la luce, le pietre mi colpiscono le ginocchia e la schiena, la polvere mi riempie la testa come una clessidra entrando da occhi, naso, bocca, orecchie, pori della pelle. Il tempo ha contrazioni crescenti, ogni dieci minuti, ogni cinque, tre, uno. La sua casa non c’è più, un’enorme crepa l’ha inghiottita, oppure mi sono perso, ho sbagliato strada. Cado carponi singhiozzando, mi strappo i capelli, metto a soqquadro il cervello, ma ci trovo solo polvere e fossili di memoria. Allora mi alzo, non sono più io, sono trasparente, una calma irreale mi ha invaso. Cammino fino a un prato, ci ho messo un anno (due?) a arrivare fin qui? Mi accartoccio sull’erba, sa di rugiada (che spregio!). Vorrei piangere (non ci riesco) tanto da sciogliere il grumo che sono divenato – abbi pietà, passami a fil di lama. Vorrei annegare nel dolore di quella piena, scivolare a valle nel silenzio delle sue acque, sentire la pioggia in superficie, lievi ali di libellula. Vorrei bere la pace dell’abbandono, dell’oblio, dell’essere e del non essere più.

Perché sono vivo? Tu che cosa vuoi da me?

Non lo so (è la risposta più sensata che mi è venuta).

Ci sta. Nessuno capisce mai nulla prima. E dopo è troppo tardi.

(Il paese non c’è più. Il signor sindaco si portò una mano alla fronte, incurvò le spalle, parlò voltandosi di tre quarti a nascondere la smorfia che di soppiatto gli corse sul viso.) Taciute tutte le voci della tragedia, i pianti disperati, le sirene di allarme, i richiami e le grida di soccorso, il frastuono di pale, ruspe, scarponi sui cocci, i crolli improvvisi cominciò ad allargarsi il silenzio, un buco nero in espansione che inghiottiva uno a uno tutti gli spazi, qui l’atrio sbilenco di una chiesa, là quel che restava di un’osteria, le sedie rivoltate come scarafaggi stecchiti, le tovaglie che oscillavano storte e senza scopo. Anche i rumori della natura – il becchettare di un picchio, il gorgoglio dell’acqua in una polla - faticavano a infrangere quel silenzio, quasi sembrasse loro di dissacrare la memoria di un tale lutto. Solo qualche refolo innocente e temerario sfuggito alla bocca del vento correva a rallegrare l’occhio spalancato di una stanza o un luogo che era stato di tutti, facendo scricchiolare le giunture di una madia, cantare le canne dell’organo, fischiare e schioccare una busta di plastica trattenuta da un sasso. (Cosa avrà contenuto? Resisterà ancora a lungo?). Gran parte di ciò che si ergeva a riparo da tenebra e gelo giaceva ora scomposto in mille rottami che parevano le parole sconnesse di un oracolo dietro alle quali si celasse una verità non afferrabile in alcun modo; e quello che era ancora in piedi era comunque almeno sfregiato o al peggio mutilato. La vita che aveva animato il paese era intrappolata negli oggetti sparsi scrollatigli di dosso dal grande tremore: un pettine tra sedano e cicoria a districare le erbacce dell’orto, una pentola sul colmo di un tetto che pareva stata lasciata di proposito per raccogliere la pioggia (una pioggerellina sottile cominciò a picchiettarne il fondo) , un cuscino fané con l’impronta d’un sonno recente sul cruscotto sfondato di un’auto; uno scialle di lana scura volato fino a un lampione sghembo come un enorme pipistrello tropicale. Tuttavia qualche quadro era ancora appeso proprio là dove doveva essere: integro, imperturbabile, crudele. (Il nasturzio ricadeva languido, la luce del mattino ne appiccava la fiamma, il balcone proteso in un gesto di pace sfidava in solitudine la gravità). Presto il cielo cambiò d’abito e le grida in picchiata degli uccelli si armonizzarono in un levare compatto chiudendo la rappresentazione con un’ultima pirouette. Intanto, la frutta matura cadde e marcì senza essere raccolta, il vento sbiadì i colori dei ciclamini cresciuti tra le zucche e spettinò l’erica, gli arbusti che avevano preso dimora tra mattonelle e parquet si coprirono di pustole rosse e poi rimasero nudi. Nel catino del Tempo cadevano i giorni. La lunga notte piantò le tende anche nella mente degli sfollati che con in cuore i sassi giravano alla larga dalle case diroccate e dalle macerie; sembrava che nulla potesse sopravvivere alla cascata di tenebra tranne il ricordo di un gemito o di una risata, una mano levata a proteggersi da qualcosa, l’eco di un passo sotto l’arco di un vicolo. Da ultimo venne la neve che copri tutto come un sudario: i sogni infranti erano case a cui tornare solo con la memoria, ognuno aveva dentro un paese in rovina.

Una mattina nondimeno (l’aurora tremava ancora ma la notte già le girava le spalle) il ruggito di una ruspa squarciò il sonno del campo: un cane abbaiò da qualche parte, qualcuno tossì; il lavoro era ricominciato, le grida si davano la mano. Il sole scostò le tende, vide Alma - era una bambina da nulla, le lunghe gambe abbandonate, la piccola fiamma dei capelli sparsi - non si trattenne e le si insinuò tra le palpebre. Lei, risvegliandosi, si aggrappò al lenzuolo come a salvarsi dal precipizio. Batté gli occhi, si sedette ritta. Il sogno che aveva fatto (non lo ricordava) la faceva sentire bene. Non tremava più, era di nuovo in sé. Sveglia.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 8 maggio 2019