Chiara Guidi: Edipo, il corpo della voce

Umberto Sebastiano



Chiara Guidi mi ha insegnato che le voci hanno un corpo. E che in certe particolari occasioni, il corpo della voce può apparire distinto da quello dell’attore: a lei è capitato di vedere la sua voce camminarle accanto. Poi mi ha confidato che possiamo rubare le voci degli altri, sottrarle ai legittimi proprietari e portarle via con noi.

L’infanzia degli artisti è quasi sempre segnata da momenti rivelatori, ferite, attimi che assalgono e decidono il destino. «Quando avevo undici anni», scrive nel libro La voce in una foresta di immagini invisibili, «mio padre morì, nel cuore della notte. Mi svegliò il verso disperato dei suoi ultimi respiri. La voce era come soffocata dalla ricarica di ossigeno che il suo cuore cercava. Lì per lì pensai a un animale, non al babbo, poi mi alzai ed entrai nella camera da letto dei miei genitori. Lì sulla porta, quella voce sparì dentro i colpi ritmici del pugno della mamma che, contro la parete, chiedeva aiuto. Io ascoltavo. Non capivo cosa stesse accadendo, ma vidi quel suono che cercava il suo posto, dentro di me, come se l’azione del babbo e il gesto della mamma fossero, prima di tutto, una musica da conoscere». Da quel momento Chiara Guidi ha cominciato a usare il suo corpo come antenna, registratore, cassa armonica. Nel 1981 ha fondato insieme al fratello Paolo e a un’altra coppia di fratelli, Claudia e Romeo Castellucci, la Socìetas Raffaello Sanzio, una delle compagnie d’avanguardia più importanti e innovative della scena teatrale internazionale. Il successo non l’ha cambiata: per natura schiva, diffidente dello star system, non ha mai smesso di andare a caccia di suoni, voci, rumori, è rimasta concentrata sulla ricerca sperimentale, sulla creazione di un teatro musicale radicale. L’altra sua passione, l’infanzia, l’ha portata a dedicarsi all’ideazione di spettacoli teatrali destinati ai bambini. E se questo non bastasse, si è convinta, ha compreso, nel corso degli anni, che il lavoro più interessante, più nobile, è quello fatto sul territorio, nelle realtà locali, coinvolgendo i cittadini, e quindi si concede, con generosità, organizza laboratori, corsi di formazione.

La incontro, insieme a molti altri, nell’Auditorium del Palazzo delle Esposizioni di Roma, proprio in occasione di un laboratorio, destinato a cittadini con o senza esperienza attoriale, che servirà a formare il coro poetico dell’Edipo Re di Sofocle. Esercizio di memoria per quattro voci femminili. Lo spettacolo è il risultato di tre anni di lavoro di Chiara Guidi intorno al mito di Edipo: una stratificazione densissima di suoni e voci. Le tracce sonore sono sessantasei, molte composte appositamente dal musicista Scott Gibbons. Fra rumori di pietre e coltelli, si percepisce anche l’eco della musica scritta da Andrea Gabrieli per l’Edipo Re che inaugurò nel 1585 il Teatro olimpico di Vicenza. E poi ci sono le parole del testo di Sofocle, le voci delle quattro donne e del coro. Ogni livello, ogni partitura ha un suo ritmo e una sua melodia. Non è uno spettacolo facile, non strizza l’occhio allo spettatore. Al termine del laboratorio è prevista un’unica rappresentazione pubblica, sempre al Palazzo delle Esposizioni, come evento della mostra Il corpo della voce. Carmelo Bene, Cathy Berberian, Demetrio Stratos.

Sbrigate le pratiche burocratiche, firmate la collaborazione occasionale a titolo gratuito e l’esenzione dai contributi Enpals, Chiara Guidi ci consegna personalmente i cinquanta fogli che compongono il copione, e nel farlo ci guarda negli occhi e ci chiede di scandire i nostri nomi, anche se siamo troppi, più di sessanta, e sarà impossibile ricordarli. Ci invita a incollare i fogli sul nostro quaderno. Il termine laboratorio affonda le radici nel labor latino e quindi nella fatica più che nel lavoro intellettuale: va da sé che si debbano usare le mani. Poi ci chiede se abbiamo portato il materiale che ci è stato richiesto. Aggiunge che nel caso qualcuno si fosse dimenticato la colla, non è un problema, ce l’ha lei. Tranne il flauto dolce, che non era obbligatorio, io ho portato tutto: il quaderno con la copertina nera, le matite, la gomma, la colla, le forbici, la piccola torcia elettrica. Qualche giorno prima, al momento di acquistare la colla, ho avuto un’esitazione: stavo per prendere la Pritt, quella nel tubetto rosso, ma mi è sembrata esteticamente inadatta, troppo chiassosa, e allora ho comprato la Coccoina liquida, sempre in tubetto, ma con l’etichetta grigio chiara, la marca scritta in corsivo blu: bellissima. Con un certo compiacimento la tiro fuori dall’astuccio, e proprio in quel momento Chiara Guidi poggia sul palco, accanto alla sua sedia, una scatola piena di tubetti rossi. Com’è possibile? Ci resto male. Per orgoglio, per testardaggine, decido di usare comunque la Coccoina liquida e dopo pochi minuti il mio quaderno prende la forma di una fisarmonica, i fogli sembrano foglie autunnali, increspate e umide.

Quando abbiamo finito, lei ci invita a dimenticarci di Freud. Quello di Sofocle, come ebbe modo di spiegare lo storico Jean-Pierre Vernant in un testo illuminante, è un Edipo senza complesso. Aggiunge che è una favola che attinge a una sapienza ancestrale e che in futuro, chissà, le piacerebbe mettere in scena un Edipo per bambini. Ci sono favole in Russia, in Africa, che pur senza derivare dalla tragedia di Sofocle, ne ricordano la struttura simbolica e narrativa. La osservo. Penso a come vorrei, potrei descriverla: non so perché, la prima cosa che mi viene in mente è immaginarla come un nucleo di uranio, avvolto da ossa fragili, pelle umana e abiti elegantemente sobri. Lo dico in altro modo: c’è in lei un’energia potente concentrata esclusivamente sulla sua ricerca artistica. Comincio a prendere appunti. Alcune parole mi colpiscono più di altre, fanno breccia: nella favola, come nel mito, si nasconde un animale che ci spaventa… quell’animale siamo noi… la bocca rappresenta il caos… la voce è un corpo… ogni voce si collega a uno stelo d’erba che nasce… Provo a rileggere quello che ho scritto e mi rendo conto che è frammentario, lacunoso. Getto lo sguardo sul quaderno di chi mi siede accanto: non mi è di alcun aiuto. Ma forse è giusto, vista la materia che stiamo trattando, che gli appunti abbiano la forma di frammenti oracolari. La sibilla cumana scriveva i suoi vaticini su foglie che il vento sollevava, mischiava, disperdeva. E nello stesso modo queste parole affiorano sui miei fogli/foglie e poi si disperdono, volano via. Chiara Guidi continua a parlare. Scelgo di farmi rapire, non oppongo resistenza alla voce di questa donna che è depositaria di una sapienza antica. Inizio a fantasticare, a pensare che lei non abbia bisogno di nutrirsi e allora, nelle brevi pause in cui è possibile farlo, anch’io rinuncio a mangiare.

Voglio indagare ogni parola. Questo dice l’Edipo Re di Sofocle quando inizia la sua ricerca, la sua indagine per individuare l’assassino di Laio. E Chiara Guidi, che recita la parte di Edipo nello spettacolo, prende alla lettera quelle parole e veste i panni del detective. E poi si spinge oltre, si trasforma in medico legale, anatomopatologo: impugna il bisturi e seziona quelle unità di senso riducendole a fonemi, consonanti, vocali. Riduce la comunicazione verbale a lallazione, e quindi a una forma prelinguistica e infantile. U A E I A U A I I E Ì I O O E E U A O A? Quale sciagura vi impedì di conoscere la verità? Con tono materno e paziente ci invita a non “appoggiarci” sul significato delle parole, perché in questo modo si rischia di limitarne la potenza: le parole devono essere suonate. L’eccesso di fedeltà al testo soffoca la voce. Ci esorta a riempire d’aria le nostre voci, anche quando è necessario che siano sussurrate. Riproduce il verso dell’anatra muta, lo definisce bellissimo. E in questo modo ci spiazza, ci diverte e cattura l’attenzione. Proprio come si fa con i bambini.

Alla fine della prima giornata mi avvio verso casa frastornato. Non so perché, mi fisso su un particolare della vicenda di Edipo che in precedenza mi era sempre sfuggito: dal momento in cui l’eroe tragico, senza volerlo, senza rendersene conto, uccide il padre e si unisce con la madre, al momento in cui comincia a dubitare della sua origine, passano dieci anni. Dieci anni durante i quali Edipo è un uomo felice, amato dalla madre/moglie, dai fratelli/figli e dal popolo di Tebe. Se in quel lungo periodo anche quelli che sanno tacciono, se nessuno si lascia trasportare dalla parresia, dall’impulso a rivelare il vero, è perché Edipo è un buon sovrano, illuminato, che ha a cuore il benessere della città. Dieci anni di felicità nella vita di un uomo sono tanti, soprattutto se vissuti da colui che è considerato il più sventurato degli uomini, quello contro il quale gli dèi si accaniscono. Penso che sarebbe bello raccontare quegli anni, scrivere un Edipo Felice.

Il giorno seguente conosciamo le tre attrici che affiancheranno Chiara Guidi sul palco: Angela Burico, Anna Laura Penna, Chiara Savoia. Mi colpisce subito la loro fisicità: contrasta e in qualche modo dà risalto, fa emergere la spiritualità della prima donna. Corpi concreti, attaccati alla terra, visi espressivi, buffi, misteriosi, intensi. Sono tutte e quattro belle, di una bellezza ricca di senso e di vita. In attesa che i tecnici finiscano di allestire lo spazio per la rappresentazione, usiamo l’auditorium come sala prove. Leggiamo il testo tutti insieme. Noi del coro proviamo, goffamente, a dare vita a un organismo unico, non rigido, malleabile. Mi rendo conto che fino a quel momento non ho prestato attenzione ai miei compagni: li guardo come se fosse la prima volta e un po’ me ne vergogno. Sono quasi tutti giovani, senza dubbio più giovani di me. Le ragazze sono nettamente in maggioranza, i maschi saranno una decina. Immagino provengano dall’Accademia, dalle scuole di recitazione, alcuni hanno l’eleganza, la postura dei danzatori. Nonostante la giovane età, sono tutti seri e concentrati. Lavoriamo con Chiara sull’intonazione, sul ritmo, sulla fonazione, intuiamo, non c’è tempo per approfondire, la straordinaria gamma di suoni che il nostro corpo è in grado di produrre. Ci concentriamo sulla ripetizione delle consonanti, delle vocali. Proviamo a ripetere una P immaginando di riprodurre il suono di una pallina che rimbalza. Ci esercitiamo in un’armonizzazione corale che deve far risuonare il palazzo e poi si deve riverberare tutt’attorno, nella città, che non è Roma, ma Tebe. Lavoriamo sulla mimica facciale: serve per il finale, quando saremo di fronte al pubblico e dovremo pronunciare invettive mute. Per le espressioni del volto, Chiara ci suggerisce di ispirarci al Compianto sul Cristo morto, alle figure in terracotta scolpite da Niccolò dell’Arca e conservate nella chiesa di Santa Maria della Vita a Bologna.

Il terzo giorno ci spostiamo nella sala che ospiterà lo spettacolo e vediamo per la prima volta la scenografia: dietro al palco svetta un totem, un’insegna con dieci cerchi bianchi collegati fra loro. Mi ricorda l’Atomium di Bruxelles, solo schiacciato, bidimensionale. In ogni cerchio bianco è inscritta una lettera nera. Nella fila di mezzo, quella portante, dall’alto in basso sono presenti quattro E. La prima, quella in alto, è collegata a una C e a una T. Sotto la C, sul lato sinistro, ci sono una M e una G. Sotto la T, sul lato destro ci sono una P e una L. Le lettere sono legate da un intreccio semantico che prende la forma di struttura metallica. Raccolgo la sfida, decifro l’enigma. Le quattro E rappresentano la vita di Edipo: la prima, quella più in alto è legata a una C e a una T, lettere che ricordano il nome del monte dove l’infante avrebbe dovuto trovare la morte, il Citerone. Ma la C e la T sono anche le iniziali di Creonte e Tiresia. Scendendo, troviamo la M di Merope e di Madre, la P di Polibo e di Padre. Più sotto ancora la G di Giocasta, la L di Laio. E infine l’ultima E di Edipo che solitaria sprofonda in basso. Risolvo il rebus e me ne vanto, anche se era facile. Un paio di ragazzi mi guardano con sincera ammirazione. Nel frattempo Chiara Guidi decide di dividere il coro in due parti e io mi autoproclamo capo del coro B. Nessuno si oppone. So che il bello di lavorare in gruppo, di far parte di un organismo collettivo, dovrebbe essere quello di sciogliersi nell’insieme, far riposare l’ego, far tacere l’io narrante, ma non ce la faccio. E allora per lo meno cerco di rendermi utile, di mettermi al servizio degli altri. Proviamo gli spostamenti, cerchiamo le posizioni nello spazio. Chi ha il flauto esce dalla sala e trova un luogo esterno dal quale far risuonare la voce di Tiresia. Ammiro la meticolosità con la quale Chiara Guidi decide i dettagli: tutti i suoi spettacoli hanno una cura formale e una precisione che sono già di per sé motivi di godimento per il pubblico. Starle accanto mentre quella precisione viene messa a fuoco è un privilegio di cui siamo tutti consapevoli, e allora la seguiamo in silenzio, limitiamo le richieste di chiarimenti, cerchiamo di assorbire, per quanto sia possibile, la sua lucidità, la sua grazia.

Nel tardo pomeriggio arriva il momento della prova generale. Ci raccomandano di comportarci come se si trattasse dello spettacolo vero e proprio: non ci si può fermare, si deve andare avanti fino alla fine, bisogna essere precisi, concentrati. All’inizio il coro è nascosto alla vista, immerso nel buio delle due stanze ai lati del palco. Al segnale pattuito faccio avanzare il coro B e lo porto alla luce. Insieme alle donne ripetiamo Tu! Libera! La! Città! Flagella! U! La! Città! Tu! Libera! Flagella! Città! La! Tu! Flagella!… Poco dopo avanziamo ancora, ai lati della platea, fino alla quarta fila, e poi ci giriamo verso le attrici sul palco. Fin qui tutto bene. Arriviamo al punto in cui ci sono tre sequenze di vocali da scandire. Dopo la prima lettura vanno ripetute in modo libero e confuso, fino a quando non si sente il suono registrato di un colpo. Solo in quel momento e non prima, sul copione è segnato in modo molto evidente, i due cori si devono muovere per ricongiungersi dietro al pubblico. Ignoro la raccomandazione, non la vedo, e comincio a muovermi in anticipo, mentre tutti ancora scandiscono le vocali. Un paio di persone mi seguono, ma il grosso del coro B rimane immobile e compatto. Dovrei comprendere che sono io a sbagliare, ma tale è la sicurezza di essere dalla parte della ragione, che non mi limito a cercare di trascinare i miei, cerco di comunicare al coro A, dall’altro lato della sala, che anche loro si devono muovere, che è giunto il momento, e per farlo inizio a sbracciare in maniera scomposta, mi metto ad agitare il mio quaderno nero per attirare l’attenzione. Chiara Guidi non se ne accorge, è concentrata sul testo, immersa nel suo lavoro. I ragazzi al mixer invece si godono la scena, ridono di gusto. È facile passare dalla superbia al ridicolo. Quando mi rendo conto dell’errore rientro nei ranghi a orecchie basse. Mi sciolgo nella massa, incomincio a dondolare, a mormorare Ai, Ai, Ai, Destino. Mi consolo, se così si può dire, riflettendo sul fatto che è proprio l’eccessiva fiducia in se stesso a condannare Edipo. La prova generale si conclude senza altri sussulti. Abbiamo un’ora di tempo per rilassarci, per concentrarci, per ripassare.

Quando già i primi spettatori stanno facendo l’ingresso in sala, Chiara Guidi ci raduna per ringraziarci: preferisce farlo prima, perché poi ci sarà confusione e sarà difficile salutare tutti. Vede i volti tesi di qualcuno e cerca subito di sdrammatizzare: ricordatevi di divertirvi, anche se stiamo per mettere in scena una tragedia, ricordatevi che il teatro è un gioco. Sorridiamo e ci avviamo verso le nostre posizioni, in silenzio, al buio. Pochi attimi prima dell’inizio Chiara passa e ci dice “Amara!”. È l’abbreviazione di “amaracmand”, “mi raccomando” in dialetto romagnolo. Quelli della Societas dicono così prima di ogni spettacolo. “Amara!” rispondiamo in coro, sussurrando. E poi, tutti insieme, andiamo a raccontare la favola di Edipo.

Alla fine, dopo gli applausi e gli inchini, scorgo Anna Laura, la più schiva delle quattro attrici, quella con il volto più antico, misterioso: vado a salutarla e lei mi stringe, anche se non ci siamo mai parlati, e in quell’abbraccio sento l’energia, il calore di corpi che si sono incontrati per mettere in scena un rito magico e che adesso stanno per separarsi e disperdersi nello spazio. E capisco che quello stare insieme all’interno delle regole ferree del gioco teatrale serve a mettere ordine nell’oscurità. Ma non ha l’arroganza di riconoscersi come vero e unico. È solo una possibilità. Preziosa. Uno sguardo compassionevole sulla fragilità umana e sulla sua bellezza. Prima di allontanarmi rubo a Chiara Guidi due cose: l’armonizzazione con la quale le voci del coro si fondono e la melodia solitaria e triste del flauto, la voce di Tiresia. Nascondo quei suoni dentro di me. Li proteggo dalla pioggia. Vibrano. Sono sottili e pesantissimi. Hanno il corpo della voce e la sostanza di un respiro profondo e sapiente. Con il mio bottino, che risplende già come un tesoro, abbandono Tebe, socchiudo gli occhi e mi sciolgo nella notte marcia di Roma.


Le foto delle quattro attrici su fondo scuro sono di Eva Castellucci; quelle delle prove sono di Nicolò Gialain; quella del copione è di Umberto Sebastiano.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 26 aprile 2019