Personnages di Maliheh Afnan: le possibilità di un volto

Piera Ghisu



Allorché le forme delle cose sono dissolte nella notte, l’oscurità della notte, che non è né un oggetto, né la qualità di un oggetto, invade come una presenza. Nella notte in cui siamo inchiodati alla notte stessa, non abbiamo a che fare con un nulla. [...] Ed anche ciò che definiamo con il termine di ‘io’ viene sommerso dalla notte, pervaso, spersonalizzato, soffocato da essa. La scomparsa di ogni cosa e la scomparsa dell’io pervengono a ciò che non può scomparire, al fatto stesso dell’essere a cui, volenti o nolenti, si partecipa senza aver preso l’iniziativa, anonimamente. [...] La sua intensità ridiede proprio nella sua indeterminatezza. Non ci sono esseri determinati, qualsiasi cosa vale per un’altra (E. Lévinas).

"Suspended sentence" (1988) di Maliheh Afnan

Io sono proprio lo strumento per questo mio lavoro. Mi attraversa, ma io sono solo un mezzo. Non so mai con precisione cosa farò, e se mi capita di saperlo, non funziona altrettanto bene. Ho semplicemente della carta davanti a me. Comincio con una linea, che poi mi guida verso un’altra linea. È come se mi dettasse i movimenti.

Così parla di se’ e del suo lavoro Maliheh Afnan (1935-2016), artista di origini iraniane, palestinese di nascita (Haifa) e libanese di adozione, che visse la sua infanzia e adolescenza tra i conflitti mediorientali del suo tempo, e emigrò in seguito verso Occidente, formandosi e lavorando tra Stati Uniti, Francia e Inghilterra. Il museo MAN di Nuoro le ha dedicato la prima mostra personale europea, ed è curioso, benché Afnan conoscesse la Sardegna, che proprio in un’isola, non proprio di passaggio, siano state raccolte e allestite le sue opere. È curioso perché quella di Malileh Afnan fu una vita in cammino, una diaspora in moto tra libertà e costrizione che la portò a incarnare, si presume inconsciamente, il principio primo su cui ruota la religione Bahá’í, di origine sciita, religione alla quale la sua famiglia apparteneva: l’unità del genere umano e del divino. E che le permise di sviluppare un interesse autentico per l’umanità, per le tante persone incrociate sulla via, per l’incontro con l’altro, diventato così il centro della sua arte.

Personnages è il titolo della mostra e della serie di acquerelli (non ritratti, come lei amava sottolineare) che Afnan dipinse nell’arco di un trentennio, da quando, approdata a Parigi sul finire degli anni Settanta, gli anni della guerra nel suo Libano, inizia a fare i conti con il passato, con i volti umani, anche solo intravisti, solo di passaggio, che il suo inconscio le suggerisce di riportare alla luce.

Con un procedimento digestivo, come lei stessa lo definisce, l’assimilazione dell’alterità, di bocche, occhi, nasi, ci restituisce personaggi e non persone: non il Signor X o la Signora Y, ma la loro presenza nell’immaginario dell’artista e nel mondo, che diventa necessariamente anche la nostra. Anche noi avremmo potuto diventare personnage.
Spesso, come dichiara la stessa artista, si tratta di combinazioni di visi, o espressioni e modi di essere che accomunano tutti, senza distinzioni. La comédie humaine della Afnan ci restituisce un’antropologia fatta di mappe di vita, che hanno un sapore arcaico, in cui tutto si mischia; si mischia l’umorismo, l’orrore, la delicatezza. La leggerezza, come dice Luigi Fassi, direttore del MAN.
Sono, per dirla con Husserl, appaiamenti originari: volti a cui non si deve dare un nome perché già in noi, ma dei quali si esperisce e si ricorda l’esistenza, il loro esserci nel tempo. Sono ciò che rimane, tracce che l’artista, divenuta medium, sciamana, riporta alla luce per testimoniare il loro passaggio.

"Conference of the birds" (1996) di Maliheh Afnan

Ma è un’altra amicizia stellare a emergere, a latere rispetto alla fenomenologia, incontrando i Personnages: percorrendo l’esposizione, tra i visi dipinti su carta, sempre su carta, con colori delicati e terreni, ritorna alla mente, o meglio si manifesta, la filosofia di Emmanuel Lévinas, il suo pensiero completamente dedicato alla riscoperta dell’umano nell’uomo attraverso il volto, il volto inteso come traccia, e la sua idea di verità nomade:

L’epifania dell’assolutamente altro è il volto in cui l’Altro mi interpella e mi impartisce un ordine attraverso la sua stessa nudità, la sua stessa indigenza. La sua presenza è un ingiunzione a rispondere.

Afnan fa proprio questo: risponde. E sembra sintetizzare e sublimare Lévinas, che in comune con l’artista palestinese ha anche e forse sopra ogni altra cosa l’esperienza della guerra. In Warton e Silent Witness, entrambe del 1979, emerge il ricordo doloroso della guerra civile in Libano (1975-90) e non c’è spazio per l’incontro con l’altro, perché lo spazio possibile risulta violato, deteriorato, decomposto come il cartone che fa da supporto:

È evidente che nell’uomo c’è la possibilità di non risvegliarsi all’altro: c’è dunque la possibilità del male. Il male è l’ordine dell’esser tout court – e, al contrario, andare verso l’altro è l’apertura all’umano nell’essere: un ‘altrimenti che essere’. Non ho affatto la certezza che ‘l’altrimenti che essere’ possa trionfare, vi possono essere periodi in cui l’umano si estingue completamente.

Nella possibilità del male risiede la sua banalità, e non si può non farne cenno, una volta che si è conosciuta la guerra. Ma bisogna imparare a lasciare andare, e conservare solo ciò che serve, senza dimenticare la possibilità di un ritorno.
Maliheh Afnan lascia dunque una parte della sua memoria nei rotoli che oggi poggiano dentro una teca di vetro (Contained Thoughts, 2000):

Quando devi abbandonare un luogo frettolosamente, porti via ciò che puoi, ma lasci molto alle tue spalle. Ciò che rimane della mia infanzia sono i ricordi, perché le fotografie si persero, i mobili si persero, si perdette tutto tranne i ricordi, e li ho ancora molto vividi. Ci sono molte cose che non sono state dette e forse è meglio che non vengano espresse.

"Sam" (1990) di Maliheh Afnan








pubblicato da j.costantino nella rubrica arte il 24 aprile 2019