Alla fiera dell’Est

Giovanni Giovannetti



Guido Pasolini, fratello minore di Pier Paolo, è tra i partigiani della Osoppo massacrati nell’eccidio di Porzûs, in Friuli, del febbraio 1945; un martirio che segnerà Pier Paolo per tutta la vita. Ma una scottante verità preme allo scrittore mentre lavora a Petrolio: la verità sulle relazioni intercorse tra la brigata partigiana Osoppo e la Decima Mas repubblichina di Junio Valerio Borghese, tanto che, per saperne di più, nell’estate 1971 lo scrittore chiede inutilmente di incontrare il principe filo-golpista. Purtroppo Borghese è ormai latitante in Spagna. Pasolini avrebbe potuto allora rivolgersi a qualche altro testimone diretto, come ad esempio l’ex maestra e missionaria del fascismo Maria Pasquinelli, agente di collegamento tra Governo del Sud e Borghese e fautrice di quell’accordo: vent’anni prima a Lucca, al processo per l’eccidio di Porzûs, Pasquinelli aveva ammesso d’aver preso contatti con l’Osoppo «attraverso l’ufficiale che il Borghese mi aveva indicato», e che i capi osovani «si dichiararono pronti a trattare in merito personalmente con il Borghese» (e deponendo al “processo Borghese” dirà inoltre che fu «introdotta presso le formazioni Osoppo per mezzo dei partigiani Enea e Bolla», i partigiani osovani Gastone Valente e Francesco De Gregori, poi massacrati a Porzûs. In seguito negherà d’aver conosciuto Bolla). Ma la conferma più autorevole arriva dallo stesso Borghese, e proprio al processo lucchese: «Vi fu un incontro a Vittorio Veneto fra il capitano Morelli ed un signore che allora si faceva chiamare colonnello Verdi e che recentemente ho saputo chiamarsi Grassi». Di questi incontri se ne potrebbero contare forse due: come scrive l’aiutante di campo di Borghese Mario Bordogna, «il 1° gennaio 1945, d’accordo col comandante Borghese, il capitano Morelli ebbe un primo abboccamento col capo partigiano Verdi (nome di battaglia di Candido Grassi) alla presenza del tenente Boccazzi» (Alfonso Cino Boccazzi, ambigua figura di ufficiale del Sim badogliano, “catturato” dalla Decima). Verdi è tra i firmatari, il 23 giugno 1945, della denuncia per l’eccidio di Porzûs. A dire di Bordogna, il partigiano aveva infine avanzato «una sorprendente proposta: formare un gruppo il cui comandante sarebbe stato un elemento della Decima (che avrebbe dovuto fornire le armi) e il vicecomandante un elemento della “Osoppo”». Inutile ricordare che «l’accordo da stipulare per la formazione di questo gruppo militare-partigiano sui generis, avrebbe ovviamente contemplato anche un patto di reciproca non-aggressione». Di più: questi “italiani” si autoproclamano patrioti e nazionalisti ma sono collaborazionisti di un esercito di occupazione, quello tedesco. Doppiamente collaborazionisti: dall’ottobre 1943 il Friuli, la Venezia Giulia, la provincia di Lubiana, Fiume, Gorizia e le isole del Quarnero, sottratte alla Repubblica sociale, passano infatti sotto l’autorità civile del Gauleiter di Klagenfurt. Il Nordest è rinominato Adriatisches Künstenland, Litorale adriatico, e si prospetta a fine guerra, se vinta, un suo qualche accomodamento nella futuribile Grande Germania.

Osovani in camicia nera

A fronte di uno scenario tanto magmatico, che dire poi degli osovani in camicia nera visti all’opera nel cosiddetto “presidio di Ravosa”, costituito il 28 gennaio 1945 (pochi giorni prima dell’eccidio di Porzûs) in un “patriottico” accordo tra la Milizia fascista e il comandante della 1ª Divisione Osoppo Marino Silvestri Alfredo (è la Divisione a cui appartiene Guido Pasolini, il fratello minore di Pier Paolo; nel dopoguerra ritroveremo Silvestri in Gladio), con il beneplacito di Francesco De Gregori Bolla e del suo delegato politico Alfredo Berzanti Paolo, il futuro primo presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia. Al processo di Lucca diranno che era per proteggere Ravosa dai saccheggi dei cosacchi, alleati e complici delle malefatte di nazisti e camicie nere. L’accordo è preceduto da vari incontri preparatori di Silvestri, Berzanti e altri osovani – Dino Bonetti Tullio, Agostino Benetti Gustavo e Armando Cuberli Astrakan – con il capitano della Milizia difesa territoriale Bruno Valter Pozzi e il federale udinese Mario Cabai, quest’ultimo legato a Bolla da «fraterna amicizia» sin dai tempi del comune apprendistato militare all’Accademia di Modena. Costoro – fascisti, osovani, spioni e clero – son tutti votati a comuni intendimenti antislavi, tanto da confezionare false notizie che davano per imminente una «invasione slava» del Veneto e giustificare anche così quello strano miscuglio di forze formalmente nemiche inscenato a Ravosa; arrivano persino a prefigurare un attacco al presidio partigiano sloveno di Robedischis, approvato tra gli altri dallo stesso Bolla. Al solito, non viene meno la tolleranza germanica (come scrive Jože Pirjevec, «è un fatto che gli osovani intrattennero rapporti “diplomatici” con la Wehrmacht e con i suoi collaboratori cosacchi»). Pare incredibile ma, guidati da ufficiali repubblichini e da loro addestrati e armati di tutto punto, questi osovani prenderanno parte a più d’un rastrellamento anti-garibaldino. Al processo di Lucca ne ha dato fra gli altri testimonianza Zeffirino Rossi Amos, un garibaldino arrestato nel marzo 1945 dai doppiogiochisti del presidio di Ravosa e rinchiuso nel collegio Marconi di Udine: da lì, il prigioniero vede «gli osovani uscire ed entrare con la macchina e la moto, ed io mi domandavo come potevano fare ciò». E sempre a Lucca, l’osovano Francesco del Negro: «Ci dissero di andare a Ravosa e qui giunti ci dissero di andare a vestirci a Udine con la divisa dei repubblichini. Con me erano diversi altri. Ci dettero la divisa grigio verde, una camicia nera ed una camicia grigio verde. Sul berretto ricordo che c’era il fascio». Ermenegildo Qualizza, altro osovano, ai giudici: «Il presidio era comandato da ufficiali repubblichini. Il comandante è sempre stato un tenente e c’erano anche tre sottufficiali». Qualizza puntualizza che era «vestito come gli altri, in grigio verde, ed avevamo due camicie una grigio verde ed una nera». Ma ben di peggio Qualizza ammette di aver preso parte a rastrellamenti antigaribaldini: «Ricordo che a Udine un giorno, mentre facevamo istruzione, ci portarono a un rastrellamento e bisognò andare» (questa circostanza è confermata dal capitano della Milizia fascista Bruno Valter Pozzi e da altri testimoni).

La realtà è romanzesca

Altrettanto surreale appare la deposizione di Remigio Rebez detto “la belva di Udine”, nuotatore paracadutista della Decima Mas di stanza al Centro di repressione presso la famigerata caserma “Piave” di Palmanova, un luogo in cui lo stesso Rebez tortura e ammazza i partigiani: come si legge, la maggior parte erano garibaldini, mentre i pochissimi dell’Osoppo «erano trattati benissimo e io stesso sono andato con loro al cinematografo». Rebez porta numerosi esempi, concludendo che «i patrioti dell’Osoppo arrestati sedevano alla mensa unitamente ai sottufficiali del Comando della Milizia» (questa deposizione, resa a Udine del 13 giugno 1945, è agli atti del processo lucchese di Porzûs). Su un altro piano, Rebez ricorda il capitano delle SS Pakebusch, (comandante del centro di repressione antipartigiana della caserma “Piave” di Palmanova) gradito ospite a Villa Mangilli del facoltoso marchese Ferdinando Mangilli, esponente dell’Osoppo e membro dell’Organizzazione Franchi di Edgardo Sogno. Questa “guardia civica” patriottica e anticomunista di Ravosa è gerarchicamente alle dipendenze del comando tedesco; associa osovani, camicie nere, cani sciolti e gli alpini repubblichini del Reggimento “Tagliamento” (fucilatori di partigiani, a guerra ormai finita confluiranno nella Osoppo), poiché l’ombra lunga dello strano consorzio sembra riverberarsi sull’Italia a venire: nel “presidio” si intravvede infatti il primissimo vagito di Gladio.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica Il cuore dell’Italia il 22 aprile 2019