Khalat [ultima parte]

Davide Coltri



V.

Il lavoro mi piaceva molto. Si partiva la mattina presto su un furgone pieno di scatoloni. Scaricavamo, compilavamo la lista delle famiglie a cui dovevamo consegnare i pacchi, poi organizzavamo delle file e la distribuzione iniziava. Mi occupavo di parlare con la gente, controllare i nomi, raccogliere le firme. In questo modo conoscevo le storie di siriani che erano finiti in altri campi. Nelle pause parlavamo delle ultime notizie dalla Siria, ci chiedevamo se fosse una follia rimanere in Iraq, poi qualcuno raccontava un’atrocità – un bombardamento, una decapitazione pubblica – e ci sembrava che la nostra scelta fosse l’unica possibile. Rientravamo la sera tardi, e dovevamo scaricare quello che era rimasto sul camion, fare un piano per il giorno successivo, tornare al campo. Trovavo sempre qualcuno che mi accompagnasse: in ufficio a Dohuk lavoravano più di venti siriani, e almeno la metà stava a Domiz.
Superai i tre mesi di prova e mi offrirono un contratto di un anno. Accettai senza nemmeno chiedere il permesso a mio padre, e quando lo misi di fronte al fatto compiuto lui mi sgridò, ma senza convinzione.
Nel campo aumentavano le spose bambine, ragazzine di quattordici o quindici anni che si maritavano per garantire sicurezza economica e protezione a se stesse e ai genitori. A mio padre questo non piaceva, diceva che era una forzatura, anche se comprendeva le ragioni di quelle ragazze e delle loro famiglie. Forse temeva di esercitare la stessa pressione nei miei confronti, o forse Muhsen gli appariva in sogno e gli chiedeva di rispettare la promessa che si erano fatti.
A mio fratello avevo pensato ogni giorno da quando, ascoltando la poesia di Prévert, avevo capito che non c’era più. Avrei voluto che fosse con noi durante la fuga da Qamishli, avrei voluto raccontargli del mio lavoro, stare insieme la sera e giocare tutti e due con Kawa. A volte avevo la sensazione che mi guidasse. Spesso, sia sul lavoro che durante le discussioni con mio padre, era Muhsen a suggerirmi le parole giuste. Mi ripeteva ostinatamente che il futuro era un ventaglio di possibilità, non un vortice che mi avrebbe risucchiato.
Ma mio fratello non poteva sapere che proprio in quei giorni carovane di uomini vestiti di nero attraversavano il deserto tra la Siria e l’Iraq e conquistavano la città di Mosul, a neanche settanta chilometri da Domiz. Non poteva sapere che gli iracheni in fuga dalle loro case venivano accolti in campi tirati su alla meno peggio tutt’attorno a Dohuk, campi pieni solo di tende bruciate dal sole, polvere e sguardi desolati.
Nel frattempo Kawa cresceva: gli insegnavo parole in francese e lui le ripeteva quasi alla perfezione. Si era fatto molto vivace e mia madre faticava a stargli dietro mentre io ero al lavoro. Ma la sera era tutto per me, e anche nei fine settimana, quando coi colleghi dell’organizzazione facevamo delle gite sulle montagne. Di sua madre e della famiglia di lei avevamo notizie incerte: pareva si fossero stabiliti in un altro campo, e che un giorno avessero deciso di tentare la fuga verso l’Europa. Le loro tracce si perdevano sulla costa turca, dove secondo alcuni erano saliti su un gommone.
Di storie così ne sentivo sempre più spesso. C’era un senso di frustrazione crescente nel campo: quella che per molti doveva essere una permanenza temporanea, era diventata una sosta di sei mesi, un anno, due. Tanti avevano perso le loro case, spazzate via dalle bombe, occupate da milizie o da altri sfollati. Io non sapevo più nulla della nostra, mio padre però diceva che era intatta, che ora la città era in mano alle Ypg curde, e presto saremmo tornati. Ma il tempo passava, e io non ci credevo più. A poco a poco dimenticavo la vita a Qamishli, mi sembrava un vago ricordo d’infanzia.
Una mattina di agosto, un mio collega non si presentò in ufficio. Il nostro capo gli telefonò per verificare che non gli fosse capitato qualcosa.
«Certo, certo. Chiama appena puoi!»
Riagganciò. Pallido in viso, ci guardò e disse: «I terroristi sono arrivati a Sinjar, Mohammed sta scappando».
Scendemmo le scale che portavano alla sala riunioni e accendemmo la televisione. Era vero: l’Isis aveva conquistato Sinjar, una città a poche decine di chilometri. La gente del posto stava scappando: alcuni a piedi sul monte più vicino, altri con ogni mezzo verso nord. Io e i miei colleghi siriani eravamo sconvolti. Dovevamo fuggire di nuovo? Chiesi il permesso di tornare al campo.
Trovai mio padre e mia madre in lacrime. Sapevano già tutto, la notizia era corsa veloce. Kawa batteva i piedi per terra e lanciava sassi nel vuoto.
«Figlia mia», urlò mia madre, «figlia mia!»
Mio padre non parlava e scuoteva la testa. I nostri vicini stavano già raccogliendo tutto quello che potevano.
«Dove andate?», chiesi.
«A nord, a Zakho, poi in Turchia».
Giù, lungo il rettilineo, si stava formando una lunga fila di tuk-tuk, automobili, camioncini, trattori. Oltre l’uscita del campo, un ingorgo di veicoli di ogni tipo.
«Dobbiamo stare calmi. L’Isis non è arrivato qui», dissi.
«Guarda», disse mio padre, porgendomi un foglio scritto in arabo. Diceva: Col volere di Allah, Sinjar è presa. Il califfato è prossimo. Unitevi alla jihad. Allah è grande.
«Chi te l’ha dato?»
«Li ha portati qualcuno da sud, dal checkpoint».
Ibrahim comparve sulla soglia.
«Venite con me, sul tuk-tuk c’è posto», disse guardandomi.
I miei genitori lo seguirono. Presi Kawa in braccio e mi accodai. Buttammo in fretta sul cassone quello che capitava. Mi passarono tra le mani un materasso, delle scarpe, bottiglie d’acqua. Ibrahim si mise al volante e accese il tuk-tuk. Finimmo subito nell’ingorgo formatosi all’uscita del campo.
C’era gente di tutte le età, affannata, in lacrime, bambini che urlavano.
Un pensiero mi percuoteva la testa: chi assisterà queste persone?
«No!», urlai, e saltai giù.
«Dove vai?», gridò mio padre.
«Devo restare qui».
«Sei impazzita!»
Mia madre era rimasta sul cassone e tratteneva Kawa, che allungava le braccia verso di me e scalciava, urlando che voleva raggiungermi. Mio padre scese rovinosamente giù dal tuk-tuk e mi inseguì con passo affannato, avvolto nella polvere sollevata dall’ingorgo, incredulo, disperato. Ibrahim si voltò, non capiva, parlava con mia madre.
Tornai alla nostra tenda. Mio padre entrò e mi afferrò un braccio.
«Vuoi lasciare tua madre e Kawa soli? Con un uomo che non ci è neanche parente?»
Mi sentivo in colpa, svuotata e stupida. Era così che doveva finire? La mia fiducia infinita in Muhsen, in quello che mi aveva insegnato, in quello che mi aveva fatto sognare? Svaniva tutto così, risucchiato da una guerra nel mio paese e dai terroristi nel paese in cui avevo trovato rifugio e lavoro?
Mi lasciai trascinare via.


VI.

Io e Ibrahim ci fidanzammo durante quella fuga, in una sosta che servì a Kawa per fare pipì. Ci guardammo negli occhi, pronunciammo poche parole e risalimmo sul tuk-tuk. Raggiungemmo Zakho, dove vagammo per tutto il pomeriggio prima di trovare un luogo pronto ad accoglierci. Ci accodammo alla fila di pick-up che entrava nel cortile di un palazzo imponente e malandato. Dei ragazzini seduti con le gambe penzoloni sul cassone davanti a noi dissero che era un vecchio centro di formazione professionale. Attendemmo tanto a lungo da imparare tutti i passi della procedura di registrazione: un uomo, forse il direttore del centro, avrebbe scritto i nostri nomi su una cartelletta, poi ci avrebbe detto di raccogliere materassi e acqua dal laboratorio al pianoterra, infine ci avrebbe indicato dove sistemarci. Quando chiese se sapevamo quanto a lungo ci saremmo fermati, Ibrahim anticipò tutti: «Una notte, due al massimo».
Dopo aver scaricato le nostre cose in un’aula del secondo piano, impilammo i banchi davanti alla lavagna sbrecciata e recuperammo dei materassi dal pianoterra. Nel mezzo della notte fummo svegliati da una coppia di anziani che non riusciva a trovare posto: erano appena arrivati e l’edificio era stracolmo di gente. Mi alzai, spostai le mie cose e vidi che il materasso di fianco a quello di mio padre era vuoto. Quando i due vecchi si furono sistemati andai alla finestra: in un angolo del cortile, appena illuminato da un faro, Ibrahim discuteva con un uomo basso e tarchiato. Parlarono a lungo, fumarono una sigaretta, poi Ibrahim estrasse il portafogli e gli passò dei soldi. Mi buttai sul materasso e quando rientrò non gli chiesi niente; fu lui a dirmi di raccogliere quello che potevo, recuperare delle bottiglie d’acqua dal laboratorio e avvisare il resto della famiglia: l’uomo basso ci aspettava in strada, ci avrebbe guidato fino al confine. Presi Kawa in braccio senza svegliarlo; i miei genitori, assonnati, seguirono le indicazioni mie e di Ibrahim senza fare nessuna domanda.
L’uomo basso prese la guida del tuk-tuk per più di un’ora, salendo per una stradina tra le montagne. Mamma e papà si riaddormentarono nonostante gli scossoni, Ibrahim passò il tempo al cellulare: parlava con un cugino in Turchia. Eravamo diretti a Sirnex, una città curda poco oltre il confine. Ci fermammo all’inizio di una strada sterrata, l’uomo ci aiutò a scaricare la nostra roba.
«Non usate la torcia dei cellulari», disse risalendo sul tuk-tuk, «camminate su questa strada per...», guardò mio padre, «un’ora e mezza. Il mio amico vi aspetta dall’altra parte».
Riaccese il motore e sparì da dove eravamo venuti. Seguimmo le sue indicazioni, trascinandoci con fatica. Non c’erano nuvole in cielo e la luna emanava una luce fortissima. Credo che nessuno di noi avesse paura: la stanchezza era più forte di qualsiasi altra sensazione. A metà di una salita ripida mio padre cadde a terra: Ibrahim lo tirò su, lo adagiò su una pietra, gli diede da bere. Allora vidi che nei suoi occhi affaticati c’era una pace nuova: si fidava di Ibrahim, non doveva più sostenere il peso di decisioni e responsabilità troppo grandi per le sue forze. Era contento che avessi infine accettato di fidanzarmi e io provai una strana felicità: in quel disastro, in quello sfacelo che era stata la nostra vita da quando era iniziata la guerra, per la prima volta riuscivo a dare sollievo a mio padre. Superammo un torrente in secca e trovammo un pick-up ad aspettarci. Ibrahim parlò all’autista, salimmo e la vettura affrontò la strada a fari spenti.
A Sirnex ci sistemammo nello scantinato del cugino di Ibrahim: io e mia madre lo pulimmo a fondo e vi appendemmo un telo colorato in mezzo, per dividere gli uomini dalle donne. Non potevamo uscire, c’era il rischio che la polizia turca ci arrestasse, e a quel punto saremmo finiti in un altro campo profughi, o in una prigione. Rimanemmo lì per qualche mese, a guardarci negli occhi. Fu così che ci conoscemmo davvero, io e Ibrahim, in quelle giornate tediose e inutili.
Ci sposammo, gli unici invitati furono le persone che ci ospitavano. Rimasi incinta forse già la prima notte di nozze, e quando il ventre cominciò a gonfiarsi, Ibrahim disse che era ora di partire per l’Europa. Prima che ci fosse da pagare il biglietto per un migrante in più.
Si occupò lui di tutto: si fece prestare i soldi da amici e parenti e li diede a una persona che li distribuì agli altri anelli della catena. Una notte ci caricarono su un furgone, insieme ad altri trentacinque adulti e sei bambini. Non si respirava, tutti pregavano, qualcuno urlava e ci cadevamo addosso l’un l’altro. C’era gente di tante nazionalità: afghani, pakistani, iracheni. La mia pancia gonfia non sporgeva tanto come quella di altre due donne, così nessuno ebbe gesti di riguardo nei miei confronti. Ci fecero scendere in uno spiazzo aperto, nel buio più totale. Rimanemmo lì per ore. Verso mattina vedemmo due fari avvicinarsi. Era un altro furgone: salimmo. Questo era leggermente più grande, ma non ci stavamo comunque. Ancora due ore di strada, poi ci fecero scendere di nuovo. Sentimmo il rumore del mare. Ci fecero salire su un gommone, accesero il motore e diedero il timone a un ragazzo di Aleppo. Gli dissero di puntare verso una luce lontana.
«Hai mai guidato?», gli chiesero, ridacchiando.
Lui evitò i settanta occhi che lo fissavano e disse, scusandosi: «No».
I trafficanti salirono sul furgone e sparirono nell’oscurità.
Ci pareva che la luce si avvicinasse. Una persona si alzò e tutti la insultarono, perché aveva sbilanciato la barca facendo entrare dell’acqua. All’improvviso il motore si fermò. Il ragazzo alla guida tentò di farlo ripartire, tirando il cavo come aveva visto fare poco prima, ma niente. Ci furono urla, imprecazioni, pianti. Tutte quelle voci erano insopportabili, volevo solo che qualcuno le facesse tacere. Rimanemmo lì, sicuri di morire, un relitto a poche miglia da un’isola greca. I cellulari non prendevano. Molti di noi pregavano. Poi, all’ennesimo strattone disperato, il motore ripartì, ma nessuno ebbe il coraggio di esultare. Quando fummo vicini agli scogli, prendemmo le scarpe in mano, buttammo i piedi in acqua e raggiungemmo la spiaggia. C’era chi ringraziava Allah; io ringraziai Allah e Muhsen, perché sapevo che ci aveva seguiti per tutto il viaggio.
Attorno a noi non c’era nulla, solo spiaggia e rocce. Fu un pescatore di passaggio a indicarci di raggiungere una strada che passava a poche centinaia di metri: là ci raccolse un autobus, poi dei poliziotti greci ci caricarono su un traghetto che ci portò a Salonicco. Seguivamo l’onda, cercando di capire cosa facessero gli altri, tutti consapevoli che nessuno aveva certezze. Kawa mi stava addormentato addosso, o scalciava e piangeva.
Da Salonicco in poi fu tutto un susseguirsi di pause desolanti e spostamenti improvvisi: prendemmo treni, attraversammo campi, scappammo dalla polizia, salimmo su furgoni; vivemmo in tende sommerse dal fango e in vecchie baracche, a volte con un solo bagno per duecento persone; aiutammo e fummo aiutati da gente da ogni dove, gente da ogni dove ci insultò e ci maledisse.
Entrammo in Macedonia di notte, seguendo due afghani lungo la traccia dei binari che partiva dalla stazione di Idomeni. Kawa aveva la febbre alta, piangeva in continuazione e gli afghani ci insultavano perché avevano paura di essere scoperti. Quando minacciarono Ibrahim con un coltello mi sedetti a lato della massicciata e feci capire che saremmo rimasti a distanza.
Il terzo giorno della nostra permanenza in Serbia fui colpita da forti crampi allo stomaco. Mi ostinai a non dire niente, per paura di perdere il treno che ci doveva portare al confine con la Croazia, ma il dolore aumentò fino al punto che svenni. Mi svegliai distesa su una branda, in un ambulatorio dalle pareti crepate. Avevo un ago nel braccio destro e sentivo Kawa piangere fuori dalla porta. Una dottoressa dallo sguardo duro mi fissava. Ibrahim era al mio fianco e il dolore era passato.
«Il bambino?», chiesi.
«È tutto a posto», disse lui, e piansi.
In Ungheria un agente catturò mio padre, che era stremato e camminava a fatica. Io, mia madre e Kawa incrociammo lo sguardo del poliziotto, lui lasciò la presa e si mise a inseguire un uomo più giovane.
Di Ibrahim perdemmo le tracce durante quell’ultima fuga. Giungemmo in Austria senza di lui e lo aspettammo al confine. Durante quell’attesa, per la prima volta, sentii la mancanza della sua voce gentile, del suo fare premuroso. E capii che forse sì, non era solo il bambino che mi portavo dentro a darci la forza di restare uniti.
Arrivò dopo due giorni, col viso tumefatto, i vestiti strappati. Per la prima volta da quando ci eravamo sposati abbracciai mio marito.


VII.

Ora viviamo in Germania, vicino alle montagne, in un appartamento che ci ha dato il governo. Kawa è grande, l’anno prossimo andrà a scuola e sarà il primo di noi a imparare a scrivere in tedesco. Abbiamo smesso di cercare sua madre. Mio padre è sempre a letto, ma i dottori dicono che non ha niente. Credo che abbia deciso di chiudere i giochi, di morire ricordando Qamishli e fare finta che tutto questo non sia successo. Fino alla vecchiaia non si è mai mosso, poi nel giro di tre anni ha dovuto attraversare otto confini. Mia madre, invece, sembra serena. È tornata a fare la vita di un tempo: cucina, pulisce, gioca con Kawa. Non ha nessuna intenzione di imparare il tedesco. Ibrahim, dopo sei mesi, ha trovato lavoro in una ditta di traslochi, è lui che porta a casa i soldi. Fa pratica della nuova lingua con i clienti, e quando ci arrivano delle lettere è lui a tradurle.
Il nostro bambino è nato qui, l’abbiamo chiamato Muhsen. Ma non assomiglia allo zio: ha i miei lineamenti, tranne gli occhi che sono quelli di Ibrahim.
Ogni giorno arrivano altri rifugiati. C’è un campo di accoglienza temporaneo, dove siamo stati anche noi per quasi un mese. I ragazzi della Croce Rossa tedesca mi hanno chiesto se posso aiutarli con le distribuzioni. Ho accettato.
«Sei bravissima!», mi ha detto uno di loro il primo giorno. «Di’ la verità, hai già fatto qualcosa di simile?»
«Sì», gli ho detto io, e gli ho raccontato del mio lavoro a Dohuk.
«E prima di scappare in Iraq, cosa facevi?»
Andavo all’università, sognavo di fuggire col professore di francese e di innamorarmi di un ragazzo appassionato di Prévert e Rimbaud, sognavo di diventare una poetessa famosa, volevo fare l’insegnante o la giornalista e scrivere lettere ai miei genitori da un luogo lontano, volevo andare a trovarli una volta all’anno, per Nowruz, e raccontargli di una vita diversa, volevo passare tutto il tempo con mio fratello Muhsen. Ma poi Muhsen era morto.
«Niente», ho risposto.

[fine; è cominciato qui] Davide Coltri, Dov’è casa mia. Storie oltre i confini, minimum fax, 2019.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 21 aprile 2019