Khalat [4a parte]

Davide Coltri



IV.

Dopo averci fatto scendere, il padrone del tuk-tuk ci disse che eravamo stati fortunati.
«Due anziani, una donna sola e un bambino piccolo. Precedenza su tutti. Vi mancava un malato, e vi avrebbero scortato fino alla tenda».
«Lei dove vive?», chiese mio padre.
«Gli uomini soli li mettono lontani, sto vicino all’uscita».
«Aspetta sua moglie?»
«Non sono sposato», disse.
Mio padre rimase in attesa.
«Nemmeno fidanzato. Mi chiamo Ibrahim», aggiunse, e cercò di incrociare il mio sguardo.
Mio padre d’istinto lo invitò per un tè, come noi curdi facciamo sempre, poi si scusò e lo pregò di passare più avanti, quando saremmo stati pronti ad accogliere ospiti. Gli disse che la nostra tenda era la sua tenda. L’uomo lo ringraziò, e prima di ripartire mi salutò con un sorriso gentile.
Mentre mia madre teneva in braccio Kawa, io e mio padre raccogliemmo il sacco. Lo trascinammo lungo una gettata di calcestruzzo che conduceva all’entrata. La luce del mio cellulare illuminò le pareti interne. La tenda era divisa in due. Non c’era il bagno, ma Ibrahim ci aveva spiegato che i servizi erano in comune, ce n’erano per uomini e per donne, uno ogni otto tende. Il sacco conteneva tre pacchi: nel primo trovammo un fornelletto a gas, pentole, stoviglie, una confezione di riso, olio, sale, zucchero, tè e carne in scatola; nel secondo lenzuola, due torce, batterie, panni da cucina, spago; nel terzo pannolini, assorbenti, sapone, spazzolini e dentifricio, un kit di emergenza con forbici, garze e gel disinfettante. Accesi una torcia.
«Proprio un brav’uomo quell’Ibrahim», disse mio padre.
«Davvero», risposi.
«Sarebbe un buon marito».
«Lo sarà».
Intuii che quel tipo di scambi sarebbe divenuto costante. Ogni volta che avessimo conosciuto un uomo celibe e gentile avrei dovuto far fronte alle stesse poche parole, pronunciate con dolore e rassegnazione. Mio padre aveva fatto una promessa a Muhsen, il suo unico figlio maschio, e non poteva tradirla. Ma si sarebbe spinto fino ai confini di quel territorio protetto dal giuramento, con disperazione, per piegare a poco a poco la mia resistenza.
In un paio di giorni imparammo ciò che importava davvero a Domiz: le date delle distribuzioni dei viveri, dei vestiti, dei kit igienici, quale fosse il prezzo ragionevole della verdura nei negozi sul rettilineo, come mantenere un minimo di riservatezza quando ci lavavamo, che cosa pensassero i curdi iracheni di noi curdi siriani, quale fosse la differenza tra il nostro campo e tutti gli altri sparsi per la regione, dove si trovassero le organizzazioni che si occupavano di donne, anziani, bambini, e gli ospedali.
Dopo due settimane vennero a cercarmi due ragazzi in maglietta rossa.
«Mi chiamo Rosie, lui è Pietro», disse la ragazza, parlando lentamente, «ci hanno detto che parli inglese».
«Sì. Ma me la cavo meglio col francese».
«Il tuo inglese è ottimo», disse con un sorriso. «Stiamo cercando personale per la nostra organizzazione, vorresti fare un colloquio?»
«Non so... ma che lavoro è?»
«Scusa, hai ragione», intervenne Pietro, «si girano i campi profughi e i villaggi dove ci sono molti rifugiati. Distribuiamo viveri, coperte, kit igienici... insomma, tutto quello di cui c’è bisogno».
«Avete l’ufficio qui?»
«No», Rosie sembrò volersi scusare, «l’ufficio è in città, dovresti venire là».
Rimasi in silenzio.
«Se ti interessa, domani ci trovi all’ingresso, a quest’ora».
«Ok».
Tornai nella tenda. Mio padre dormiva. Disteso su quel materasso mi sembrava ancora più curvo. Mia madre stava imboccando Kawa, che appena mi vide chiamò il mio nome e allungò le braccia. Lo presi. La somiglianza con Muhsen era incredibile. Sottovoce, in francese, gli chiesi cos’avrei dovuto fare. Il bimbo sgranò gli occhi, aprì la bocca e rise forte. Mio padre si svegliò, si tirò su a fatica, incrociò le gambe e si passò una mano sulla faccia.
«La settimana prossima comincerò a lavorare», disse.
«Sei sicuro?»
«Non abbiamo scelta. Oggi è passato Ibrahim e mi ha detto che, se me la sento, c’è bisogno in un cantiere qui fuori».
«Sarà pesante».
«Ibrahim dice che mi troveranno qualcosa di poco faticoso».
Questa storia l’avevo già sentita. Era vero che i risparmi lasciati da Muhsen e i pochi soldi che le famiglie delle mie sorelle ci avevano consegnato prima della partenza non sarebbero durati a lungo, ma ne avevamo ancora a sufficienza per qualche tempo. E poi pensavamo che non ci saremmo fermati per molto, che saremmo tornati indietro non appena la situazione a Qamishli fosse ritornata stabile. Semplicemente mio padre non riusciva a stare fermo, doveva dimostrare a se stesso e agli altri che nonostante l’età era ancora in grado di svolgere tutte le mansioni di un capofamiglia. Così si era messo sul mercato. Andava di tenda in tenda a elemosinare un lavoro. La gente rifiutava gentilmente, chiedendosi cosa potesse fare un uomo così debole. A me sembrava chiaro che Ibrahim, offrendogli quel lavoro, volesse fare buona impressione su di lui per guadagnarsi credito nei miei confronti.
La sera dopo informai mio padre che ero stata assunta da un’organizzazione internazionale. Il colloquio a Dohuk era andato bene: non avevo esperienza, ma non mi mancavano entusiasmo, un inglese discreto e soprattutto il desiderio di un’alternativa alla vita monotona del campo. Mio padre non ne fu contento.
«Come ci siamo ridotti... lavorerai con degli uomini, uomini che non sono neanche curdi, per giunta!»
«Anche all’università era così, e ci stavo bene».
Fece una smorfia.
«E se ti succede qualcosa, se ti mancano di rispetto?»
«Papà, sono brava gente».
«E poi, in città... Ma lo sai cos’è successo il mese scorso a una ragazza come te, su un taxi?»
Lo sapevo, lo sapevano tutti. Un tassista le aveva fatto dei discorsi strani, le aveva detto che erano come fratello e sorella, che poteva fidarsi di lui. Lei gli aveva chiesto di farla scendere, ma lui prima si era preso quello che voleva. Ora la ragazza era rovinata per sempre, nessuno l’avrebbe voluta in moglie. Molti dicevano che era colpa sua, che se l’era cercata.
«Papà», gli presi la mano, «non andrò mai da sola. Farò in modo che ci sia sempre qualcuno con me. Non ti devi preoccupare».
Si calmò un poco. Sapevo cosa pensava: che non riusciva a proteggermi, che sempre più avevo bisogno di qualcuno. Lo salutai e andai a letto. Quella notte Kawa dormì senza interruzioni, come non aveva mai fatto da quando eravamo scappati da Qamishli.

[4 – continua qui; è cominciato qui] Davide Coltri, Dov’è casa mia. Storie oltre i confini, minimum fax, 2019.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 20 aprile 2019