Khalat [3a parte]

Davide Coltri



III.

Sempre più spesso ci giungeva notizia di vicini che scappavano, o che si preparavano a farlo. Mio padre diceva che noi saremmo rimasti ad ogni costo, ma sapevo che mentiva. Lavoravo in un piccolo negozio di alimentari, ma la merce costava il triplo dell’anno prima e vendevamo pochissimo.
A volte mi arrabbiavo con Muhsen, perché mi aveva messo in testa tante cose strambe, che non mi servivano a orientarmi in quella nuova vita. Mi chiedevo se anche i miei compagni di università, tornati ai loro paesi, avessero la stessa sensazione, o se era quello che provavano tutti, perché la guerra ci toglieva il terreno sotto i piedi.
Una mattina mio padre bussò alla porta e mi chiese di aprire. Sembrava molto più vecchio della sua età: lavorava di nuovo nei campi, usciva la mattina presto e ritornava a casa dopo l’ora di cena. Camminava storto: il freddo gli era entrato nelle ossa e lo aveva piegato.
«Stanotte partiamo», disse.
«Per dove?»
«Andiamo in Iraq. Prenditi cura di Kawa e prepara tutto quello che riesci».
«Perché adesso?»
«Dicono che i terroristi di Jabhat al-Nusra stanno arrivando. E se non saranno loro, arriveranno i rinforzi dell’esercito siriano, o i ribelli. Non si capisce più nulla, ora bisogna solo scappare».
Avrebbe voluto avere Muhsen lì a consigliarlo, a guidarlo. Compresi che quella fuga era per me, non per lui, o per mia madre. Loro sarebbero anche rimasti a Qamishli, ad aspettare una morte violenta o un lento declino. Se non ci fossi stata io, se non ci fosse stato Kawa.
Preparai le mie cose, cercando di concentrarmi su quello a cui proprio non volevo rinunciare. Biancheria intima, vestiti, una giacca per l’inverno, scarpe comode, un cellulare vecchio ma resistente, i pochi soldi che avevo. Mia madre mi diede un hijab e mi mostrò come indossarlo: io non lo avevo mai messo. Lo piegai e lo infilai in tasca. Raccolsi le cose di Kawa e le unii alle mie. Cercai in fondo all’armadio il libro di poesie che mi aveva regalato il professore. Lo schiacciai dentro la vecchia valigia e la richiusi.
Rimasi con Kawa, mentre mia madre premeva le sue cose e quelle di mio padre dentro a dei sacchetti di plastica. Mi chiedevo cosa sarebbe stato del bambino se avessimo ritrovato sua madre in Iraq: sarebbe tornato con lei? Cosa ordinava la tradizione? Cosa avrebbe deciso mio padre?
Subito dopo il tramonto presi in braccio Kawa, raccolsi la valigia, feci un cenno a mia madre e ci dirigemmo fino alla piazza grande, davanti alla moschea. Mio padre ci aspettava lì: aveva addosso vestiti sudati e sporchi di terra. Era arrivato direttamente dai campi. Parlava con altri uomini, più giovani di lui, che avevano al seguito famiglie numerose. Alcuni ci vennero incontro e ci aiutarono a portare le borse e la valigia. Mio padre ringraziava continuamente, scusandosi della sua mancanza di forze, della sua vecchiaia. Il piazzale si andava affollando di gente: riconoscevo volti di vicini, ex compagni di scuola, bottegai, tassisti.
Un autobus mezzo pieno si fermò e raccolse una decina di persone; un altro, stipato di gente, passò senza fermarsi; infine ne apparve uno vuoto. Si fermò davanti a noi, mio padre diede dei soldi al conducente e ci fece segno di salire. Kawa dormiva tra le mie braccia, gli uomini di prima ci aiutarono a caricare le nostre cose. Guardai fuori dal finestrino e vidi la città allontanarsi. Scoprii quartieri periferici squartati dalle bombe, muri trafitti, mucchi di sabbia, mattoni e filo spinato. Il fronte doveva essere stato lì, per qualche tempo. Mia madre si addormentò presto, mio padre dormiva con la testa appoggiata al finestrino: sussultava a ogni buca.
Ci fermammo nei pressi di un fiume, appena prima dell’alba. Un uomo anziano, scendendo, disse che non vedeva tanta gente da almeno trent’anni, dal suo hajj, il pellegrinaggio alla Mecca. Non c’era nessuno a spiegarci cosa fare. Mio padre si accodò alla fila che si incamminava su per un ponte e noi lo seguimmo. Si procedeva a passo lentissimo e avevo paura che il ponte cedesse. C’erano famiglie, uomini soli, anziani, neonati; le ragazze della mia età stavano aggrappate ai loro mariti, o fidanzati. Ognuno portava con sé quel che poteva, ma ormai era giorno e faceva un caldo terribile: anche il peso più leggero sembrava insostenibile. Misi l’hijab per proteggermi dal sole.
Giunti dall’altra parte, uomini e donne vestiti di blu ci divisero in file. Il grande ingorgo si trasformò in sei rami, e alla fine di ciascuno c’erano tre persone sedute a un banco. Domandavano e scrivevano. Quando fu il nostro turno ci chiesero, in arabo, quanti eravamo, l’età, da dove venivamo, cosa facevamo prima di partire, se sapevamo già dove saremmo andati a stare.
Mio padre disse: «A Domiz».
Quello che scriveva si voltò e disse a un suo collega: «Tre adulti, un bambino di tre anni, campo profughi». Riconobbi l’accento del mio professore.
«Anch’io parlo francese», dissi, senza pensarci.
«Bene. Parli anche inglese?»
«Un po’».
Lo scrisse sul foglio.
Ci caricarono su un altro autobus. Superammo molti check­point. Dopo quasi tre ore giungemmo all’entrata del campo di Domiz. Altre sei ore di fila in una baracca all’ingresso, poi ci fecero entrare e presero di nuovo i nostri dati. Ci diedero un sacco, grosso e pesante, e ci indicarono la nostra tenda su una mappa. Non sembrava difficile arrivarci, ma come fare? Pensai di accompagnare prima i miei genitori e Kawa e poi tornare a raccogliere il sacco, ma avevo paura che ce lo portassero via. Mi guardai intorno per cercare una faccia nota, magari qualcuno di Qamishli. Non riconobbi nessuno. Mi voltai. Mio padre si era caricato il sacco sulle spalle. Tentai di fermarlo, ma mi urlò contro. Si sbilanciò all’indietro e cadde. Il sacco attutì il colpo. Si rialzò, tenendosi un fianco. Un uomo si avvicinò, lo prese sottobraccio e ci indicò un tuk-tuk. Caricò il sacco nel cassone e ci fece cenno di salire. Aiutai mia madre prima e mio padre poi, passai loro Kawa che piangeva disperato, infine salii anch’io.
Superammo un lungo rettilineo; alla nostra sinistra, un po’ sotto la strada, si susseguivano tende che esponevano vestiti, generi alimentari, detersivi, persino canarini in gabbia. Riconobbi una coppia di Qamishli: avevano un negozio in città, fino a tre mesi prima. Tutta quell’attività mi suscitava un misto di sollievo e preoccupazione: se la gente trasferiva lì la propria vita significava che era pronta a rimanerci. Ero pronta, io? O avrei preferito ritrovarmi in un luogo desolato, dove fosse più difficile adattarsi e più facile alimentare il desiderio di tornare a casa? Feci un cenno di saluto alla coppia. Quelli risposero sbracciandosi come se fossimo fratelli che si ritrovavano dopo un lungo viaggio. I miei genitori sorrisero e si scambiarono qualche parola.
Il tuk-tuk si inerpicò tra due file di tende. I bambini giocavano un po’ ovunque, nella terra smossa e nei rivoli d’acqua sporca. Qualche famiglia stava aprendo un sacco uguale al nostro: ne uscivano stoviglie, riso, coperte, una torcia. Altre dovevano essere lì da molto tempo: c’erano donne che cucinavano, uomini che aggiungevano mattoni e calce a piccoli divisori in muratura. C’era odore di cibo fritto e di terra. In alto, si stagliavano enormi cisterne bianche, mentre un sole rosso scendeva velocemente dietro la linea dell’orizzonte, colorando di arancione le pareti bianche delle tende.

[3 – continua qui; è cominciato qui] Davide Coltri, Dov’è casa mia. Storie oltre i confini, minimum fax, 2019.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 19 aprile 2019