Ukraina

Francesco Spiedo









Elena ha quarantadue anni, biondi capelli corti, una pelle tesa e bianca, nessun figlio e il terrore assoluto della profondità: lunghi corridoi e orizzonti lontani le fanno tremare le gambe e per questo quando mette piede in metropolitana sceglie sempre la fine del vagone. Quei posti in coda le garantiscono la tranquillità sufficiente per affrontare il viaggio e se non sono disponibili ci sarà la metropolitana successiva e, se è una giornata particolarmente sfortunata, quella dopo ancora. Se non c’è almeno un posto in coda Elena non sale.
Con questa stranezza giustifica se stessa quando non lascia posto agli anziani: non compie mai viaggi troppo lunghi e se è costretta ad attraversare la città allora si prende una pausa, scende e riprende il controllo. Le bastano pochi minuti per calmarsi e ripartire con la prossima corsa, nell’attesa deve solo fare attenzione a non perdersi con lo sguardo nei lunghi e bui tunnel dentro i quali i vagoni scompaiono. Se ci guarda dentro le tremano le gambe. Ha iniziato a lavorare via chat per distrarsi: con gli occhi fissi sullo schermo può viaggiare anche due ore.

La paga è buona e non c’è bisogno di rischiare troppo, si può guadagnare quel che basta per pagare l’affitto se si lavora dieci, undici ore al giorno: ogni ora si possono inviare cento messaggi e ogni messaggio vale qualche centesimo. Con un po’ fantasia riesci a guadagnare quanto una donna di servizio solo che non devi spaccarti la schiena nel pulire case in cui non vivrai mai. Le ragazze più giovani dicevano sempre che agli italiani piacciono le donne mature ed Elena era matura abbastanza: poteva fare carriera, ma non era l’imbarazzo a fermarla. Era la paura che tutto diventasse improvvisamente reale e che quelle parole, innocenti in fin dei conti, iniziassero a far del male davvero.
Così c’erano quelle come lei che scrivevano soltanto e quelle come Amalia che scrivevano poco e poi passavano ai fatti. Ad Amalia piacevano i ristoranti costosi e le feste eleganti, cambiava compagno con una regolarità disarmante e accusava il suo lavoro per questo triste destino: non riusciva ad incontrare uomini in grado di accettare quel lavoro più a lungo di qualche settimana, senza diventare gelosi e possessivi come tutti gli altri. Per di più non ne aveva ancora trovato uno abbastanza ricco da permetterle di ritirarsi a vita privata. Con un paio di appuntamenti a settimana si garantiva belle cene e viaggi in giro per il mondo evitando, tra le altre cose, la fatica di dover star tutto il giorno con gli occhi sullo schermo. Amalia le aveva detto che dopo un po’ diventava come lavorare in fabbrica: quegli uomini parevano fatti in serie, con gli stessi desideri e le stesse tappe dell’intraprendenza. Anche via chat il lavoro era sempre uguale, qualche volta capitavano delle foto, ma era raro: gli uomini avevano paura di essere ricattati e rischiavano soltanto per un incontro dal vivo. Per un messaggio, dicevano, non ne vale la pena. Ad Elena non restava altro da fare che assecondare le loro fantasie e ripetere che avrebbe davvero avuto voglia di un bel maschio italiano. Quelle tre parole in fila le facevano spuntare un sorriso ogni volta che le digitava. Si può essere così ingenui?

Elena ha quarantadue anni portati benissimo, biondi capelli corti e nessun figlio: pensava d’essere fortunata finché non arrivò la notizia.

Con i messaggi si può pagare l’affitto, ma resta poco altro e quel poco non basta per una malattia come la sua. Poteva risolvere tutto con un po’ di soldi, ma non li aveva. Quando le arrivò l’ennesimo messaggio di un cinquantenne arrapato scoppiò in una risata isterica. I soldi non li aveva però sapeva dov’erano: nelle case dei bei maschioni italiani. Così semplice.

Amalia conosceva la procedura e bastarono dieci minuti per trovare l’accordo; in qualche mese avrebbe guadagnato abbastanza, era sufficiente resistere ed Elena non aveva alcuna intenzione di cedere. Era malata mica morta.

La prima volta le toccò un quarantenne. I soldi non puzzano e ad Elena sarebbero andati bene quelli di chiunque; Amalia garantì mostrandole la foto di Vlad: sarebbe stato lui ad occuparsi dei creditori, semmai ce ne fosse stato bisogno. Non c’era mai stato bisogno.

Elena inviò qualche messaggio mentre si guardava allo specchio dopo essersi messa un po’ di rossetto, un trucco leggero: non aveva nessuna voglia di sembrare una prostituta. Se c’era una cosa che le sembrava virtuosa in tutto quell’affare era che non doveva starsene per strada né tanto meno in casa con altre dieci ragazzine di cui si sarebbe sentita madre. Il regolamento prevedeva qualche scambio telefonico e quando l’uomo si fosse mostrato abbastanza eccitato le sarebbe bastato organizzare l’incontro. Rigorosamente a casa di lei, con Vlad nei paraggi: pagamento orario e a fine prestazione, nessuno scherzo e nessun intoppo. Amalia le aveva detto così ed Elena non aveva motivo di dubitare. Si guardò per l’ultima volta allo specchio e non le parve di incrociare il volto di una malata: da fuori non si vedeva niente. Non aveva nessuna voglia di sembrare una prostituta malata.

Quando l’uomo arrivò la casa era in ordine ed Elena era molto bella: si sorprese emozionata neanche fosse un appuntamento galante. Un vero appuntamento. Quell’uomo era lì per qualcosa che non aveva niente a che fare con lei, ma apparteneva piuttosto al semplice gioco dei generi. Il rossetto le faceva sembrare le guance ancora più bianche e i capelli più biondi come quelli del bambino la cui mano era stretta a quella dell’uomo che avrebbe dovuto di lì a poco soddisfare. Era così sorpresa che non seppe neppure cosa dire e l’uomo ne approfittò per infilarsi in casa balbettando qualcosa sulle rondini e la pioggia. Elena annuì senza capire seguendo con lo sguardo la testolina di quel bambino che avrà avuto al massimo cinque anni. Quel bambino che era biondo come lei e come lei non parlava. L’uomo gli mise una mano sulla testa e guardò Elena impaziente.

“Andrea, saluta Elena” – disse al bambino puntando un dito verso di lei. Quella gonna e quei tacchi le sembrarono improvvisamente fuori luogo, così come erano fuori luogo gli orecchini e il rossetto. Come era fuori luogo lei. “Elena è una vecchia amica di papà ed è anche amica tua. Cosa ne dici di guardare un po’ i cartoni? Papà deve...” e sollevando gli occhi per un momento cambiò tono e tutta la dolcezza svanì: “Hai una Tv, vero?” le chiese come spaventato. Elena annuì ancora con la bocca di pietra. Sabbia del deserto e polvere si erano accumulati tra denti e lingua, non sapeva cosa dire e nel dubbio non avrebbe detto nulla. In silenzio condusse i due nel piccolo salottino dove oltre al televisore c’erano soltanto un divano grigio e un tavolino basso di vetro e plastica: le pareti erano spoglie e riflettevano tristezza. “Qui andrà benissimo” le sussurrò l’uomo passandole di fianco e si sedette per primo come a voler dire non c’è nulla di cui aver paura: il figlio accettò l’invito e andò a sedersi accanto al padre che nel frattempo aveva recuperato il telecomando e cercava i cartoni. Erano le quattro del pomeriggio e non fu difficile trovare qualche supereroe che rapisse il figlio: in televisione un uomo mascherato combatteva contro orde infinite di nemici.

Elena era rimasta tutto il tempo sotto l’arco della porta, fuori dalla stanza, come un ospite in casa propria. L’uomo le tornò accanto e le palpò il sedere. Sorrideva. Con la voce dei cartoni animati che copriva il suono dei loro passi cambiarono stanza e si chiusero nella camera da letto: le candele e il copriletto rosso, la tenda alla finestra e lo specchio di fronte al letto apparvero ad Elena come una ridicola perdita di tempo. Tutto le appariva inutile e la scatola di preservativi nel terzo cassetto del comodino le parve l’unica cosa ad avere un minimo senso d’esistere.

“Non dovresti portare tuo figlio” le parole le uscirono di bocca senza comando. Lui che si stava togliendo i pantaloni non sembrò infastidito dall’osservazione, anzi, pareva quasi che non l’avesse neppure ascoltata. Elena andò al comodino mentre osservava l’uomo piegarsi per togliersi i calzini: era bianco come le lenzuola e una fitta peluria gli ricopriva il petto. “Non è bene per lui vedere, lui...” disse mentre l’uomo si avvicinava e le sfilava la camicia da notte. Le restò addosso soltanto l’intimo nero che aveva scelto con una cura smaniosa perché si trattava pur sempre della sua prima volta: un intimo nero di pizzo e una scollatura indecente che le metteva in risalto il seno sodo nonostante l’età. “Sarebbe meglio portarlo al parco. Non hai paura che dica tutto alla madre e...” ma non finì la frase perché l’uomo le mise una mano sulla bocca. “Cosa sei? Una maestrina?” le disse senza staccarle gli occhi dalle tette. Premeva con forza, quasi a farle mancare il respiro e nei suoi occhi un lampo di rabbia s’accese. Durò per un attimo soltanto e ad Elena parve di morire, la mano poggiata sul terzo cassetto in basso socchiuso appena. Devo liberarmi, pensò e istintivamente prese a leccargli le dita strette attorno alle sue labbra. Morderle avrebbe voluto. La presa di lui s’allentò come una molla che si spezza. “Qualcuno si può prendere cura di lui?”. L’uomo la osservava stanco annuendo di riflesso, poi qualche parola gli scivolò dalla bocca per rafforzare il concetto: “Sì, la madre e la nonna. Siamo separati, non farti problemi”. Glielo aveva sussurrato con la bocca a pochi centimetri dalla sua. Gli occhi fissi sulle tette e l’alito che sapeva di birra. Elena lasciò andare la mano e chiuse il cassetto: l’uomo catapultò la testa tra le tette e non le restò altro che iniziare a lavorare. Una mezz’ora penosa trascorsa in silenzio, ricoperta dalla bava e dagli spasmi di lui che non aveva alcun timore d’essere ascoltato: nelle pause dell’andatura piuttosto lenta arrivavano nella stanza i motti indistinti di un supereroe che combatteva contro il male.

Il supereroe vinse e l’uomo venne, in una simultanea esplosione di grida. Mentre si ripuliva con la federa del cuscino Elena gli indicò il bagno in camera, ma lui alzando le spalle indicò l’orologio. Il bambino era lì dove l’avevano lasciato, con gli occhi incollati allo schermo anche se in onda c’era la pubblicità: si voltò a guardarli con incoscienza. Non aveva capito nulla. Andarono via e presero le scale, il bambino davanti e l’uomo gli andava dietro: prima di scomparire Elena vide la scintilla di un accendino, poi i due continuarono invisibili a scendere le scale. Le pareva di riuscire ad ascoltare le boccate di fumo dell’uomo e trasaliva ad ogni respiro.

I soldi poggiati sul comodino e l’orma del bambino sul divano grigio erano gli unici segni di quell’ora senza tempo. Recuperò il cellulare dal letto umido: quattro chat aperte, messaggi a cui dovrà rispondere. Chiamò Amalia e le chiese un favore.

Sei sicura? Come vuoi, saranno contente le altre. Il medico le aveva detto che per lei non sarebbe cambiato nulla, la sua vita poteva continuare come se nulla fosse.

Solo una cosa signorina: si ricordi che è contagiosa, prenda le dovute precauzioni.

Gli stronzi, i maniaci, quelli separati o divorziati con figli. Nessun ragazzo sotto i trenta, nessun cliente occasionale. Voleva solo il peggio del peggio e lo voleva solo per lei. Ripose il telefono accanto ai soldi e andò a farsi una doccia.








Immagine in alto: C. Escher, Incontro (1944), litografia.








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 18 aprile 2019