Khalat [2a parte]

Davide Coltri



II.


Ci furono i funerali. Ricordo solo l’urto del dolore. Per giorni e settimane. Mi chiusi in camera, e quando ne uscii dovetti scontrarmi con il fatto che fosse mio padre, ora, a prendere le decisioni. Per mia madre non fu altro che un ritorno al passato; per le mie sorelle non cambiò nulla: vivevano fuori casa con i mariti, e a nostro padre non dovevano niente più che un rispetto ossequioso e lontano. Ma per me fu un trauma: ero abituata a discutere con Muhsen di tutto quello che mi riguardava, di quello che riguardava la nostra famiglia e il mondo.
Mio padre, invece, prendeva decisioni senza consultare nessuno e me le comunicava a cena. Capivo che faceva del suo meglio, che non avrebbe voluto trovarsi in quella situazione, e usava i criteri con cui era stato educato. Ma in un’atmosfera di allerta costante, di guerriglia tra le fazioni curde e nemici sempre nuovi alle porte della città e dentro la città, la rigidità delle leggi non scritte della tradizione era insopportabile.
Alla morte di Muhsen, Kawa aveva solo due anni. Sua madre tornò a vivere con i genitori. Andavo a trovarli ogni volta che potevo. Il bambino somigliava tantissimo a suo padre, non solo fisicamente. Quando piangeva, sua madre tirava fuori un vecchio libro e glielo apriva davanti: il bambino smetteva di singhiozzare e seguiva le linee nere, come se leggesse davvero. Mia cognata mi disse che ogni giorno conosceva una nuova vedova e questo, per quanto terribile, la aiutava a fare i conti con la sventura. Fu lei, non mio padre, a raccontarmi quello che era successo.
La polizia aveva preso Muhsen. Gli agenti lo avevano portato a casa per raccogliere le sue cose e salutare i genitori. Poi era stato arruolato con la forza nell’esercito siriano e mandato a combattere contro i ribelli a Homs. Durante un corteo, un superiore gli aveva ordinato di sparare sulla folla. Muhsen si era rifiutato. L’ordine era stato ripetuto tre volte. Al terzo rifiuto, una rivoltellata in testa. La notizia era giunta a Qamishli quasi subito, tramite un disertore. Dopo una settimana era arrivata una lettera dell’esercito siriano, che riportava solo il suo nome e la data del decesso. Più un avvertimento che un messaggio di condoglianze.
Una sera il nonno materno di Kawa venne da noi, parlò a lungo con mio padre. Volevano scappare. Dei loro conoscenti si erano rifugiati in Iraq: dicevano che la situazione era dura, si viveva in un campo profughi, ma almeno non si rischiava la vita.
«Una soluzione temporanea, finché non si aggiustano le cose».
Mio padre ascoltava e annuiva. Teneva il bicchierino di tè tra le dita e pareva cercare nel fondo una risposta adeguata.
«Voi andate, Kawa resta con noi», disse all’improvviso.
Mi preparai a una reazione di rabbia dell’altro, forse a un prosieguo della discussione, ma non ci fu niente di tutto questo. Si abbracciarono, si augurarono il meglio e si salutarono. Attesi che il nostro ospite uscisse. Mio padre stava ancora seduto a fissare il tè nel bicchierino.
«Ti sembra giusto?»
Volevo provocarlo. Lui non alzò lo sguardo.
«Figlia, così vanno le cose».
«Hai chiesto alla mamma di Kawa cosa ne pensa?»
«Non importa».
«Ma è la madre!»
«Tu non capisci: le cose devono andare così. Il bambino qui starà al sicuro e sua madre avrà più possibilità di trovare un nuovo marito».
Sapevo che insistere non sarebbe servito a niente.
«A proposito», disse, «dobbiamo pure parlare di te».
Mi sedetti.
«È ora di cercarti un uomo».
«No papà, è presto».
«Le tue sorelle erano già fidanzate alla tua età».
«Ma io sono diversa, lo sai».
«Non importa se sei diversa. Coi tempi che corrono non potrei mai perdonarmi di avere lasciato mia figlia senza protezione. Sono vecchio, una donna non può stare da sola. Muhsen, prima di partire, mi ha chiesto di concederti un po’ di tempo. Io ora, per rispetto verso mio figlio morto, ti do la possibilità di cercarlo da sola, un marito. Però tu devi fare in fretta».
«Papà, per favore, cerca di capire».
«Sei tu che devi capire. A Damasco ti sei fatta un’idea sbagliata, ma la realtà è questa. E le cose peggioreranno sempre più. Cosa succederebbe se io morissi? Chi proteggerebbe Kawa, te e tua madre? Tu lo sai cosa succede alle donne, durante una guerra?»
Pensai ai discorsi che si facevano al mercato, a mezza voce. Ragazze che non uscivano più di casa, violentate dai miliziani nelle loro dimore o durante la fuga verso l’Iraq.
«Scusa se ho urlato», disse. «Kawa starà con noi. Aiuta tua madre a prendersi cura di lui».
Uscii dalla stanza e mi rifugiai in camera. Piansi a lungo, perché capii che l’ostacolo più grande non era mio padre, né l’assenza di Muhsen, ma qualcosa di immenso e invincibile. Era quello che molti chiamavano guerra, pensando a soldati, morti e bombe, e per me assumeva i contorni di un vortice nero che distruggeva pezzo dopo pezzo tutto quello che avevo sognato di diventare. Se ancora vedevo una via d’uscita, ora mi spaventava quasi più del vortice stesso.
Mi ritrovai a sorridere pensando che Kawa sarebbe rimasto con noi, poi pensai a sua madre e mi vergognai della mia gioia.

[2 – continua qui; è cominciato qui] Davide Coltri, Dov’è casa mia. Storie oltre i confini, minimum fax, 2019.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 18 aprile 2019