A scuola di vita

Tiziano Scarpa



I romanzi di formazione insinuano che la formazione vera si attui fuori dalle sedi istituzionali messe in piedi per garantirla. La “vita” insegna cose che nessuna scuola potrà trasmettere. E che in ogni caso non succedono lì dentro: mai nelle ore di lezione, men che meno per bocca degli insegnanti. “La scuola non è la vita”, “La vita vera inizia dopo la scuola”, “La vera scuola è la strada”… Le ultime lezioni, sesto romanzo di Giovanni Montanaro, rovescia questi cliché. La formazione si innesca nell’ultimo posto dove uno si aspetterebbe di trovarla oggi: in classe. Il formatore è cruciale, decisivo. E il professor Costantini si fa apprezzare dal protagonista Jacopo per le sue caratteristiche in aula: «lei aveva una chiarezza, una serietà che erano soltanto sue», gli dice il ragazzo.

Questa storia si concentra sì sul punto di vista e la situazione del giovane protagonista, ma la sua formazione personale consiste anche nel capire che cosa c’è dietro la figura istituzionale del suo formatore. Naturalmente il romanzo racconta anche altre cose: il rapporto di Jacopo con i compagni, con le prime morose, con i genitori… E però, per una strana fascinazione esistenziale, Jacopo continua a frequentare il suo vecchio professore e sua figlia disabile anche dopo gli esami di maturità, va a trovarlo nella sua casa in un’isola della laguna, molto grande e poco popolosa: passa le giornate studiando lì, preparando gli esami universitari in una stanza che a poco a poco diventa sua.

Qual è il compito di un bravo insegnante? Formare persone o studenti? Per contratto sociale, un professore deve trasmettere metodi e informazioni, addestrare i suoi alunni al ragionamento, alla deduzione, all’argomentazione, alla chiarezza nell’esprimersi, in vari campi del sapere. La sua missione non è necessariamente quella etica. Usando altre parole, è ciò che diceva un aforisma di Georg Cristoph Lichtenberg: «Un maestro e un professore non possono educare individui, educano solo delle categorie». Questo romanzo invece racconta la formazione di un giovane che si svolge attraverso la conoscenza della vita di un suo formatore. Jacopo è attratto dalla figura di Costantini in quanto professore, e lo frequenta anche dopo la scuola, perfino dopo la fine del liceo. Ribaltando l’aforisma di Lichtenberg, l’educazione di Jacopo viene innescata da una categoria (un professore), ma si attua nel conoscere l’individuo che la impersona: l’anziano signor Costantini, con le sue debolezze e i suoi slanci, padre di una ragazza disabile, abitante di un’isola della laguna.

Oggi la figura del formatore è uno dei punti di sofferenza delle nostre società. La cronaca continua a offrirne episodi significativi. È recente il caso del professore in Francia che si è suicidato dopo essere stato accusato di avere strattonato un alunno a scuola. Nell’Italia di questi anni mi torna in mente la denuncia ai carabinieri per un voto nemmeno troppo basso, un 5 dato a un compito in classe a Macerata, o una maestra in Sardegna, processata per aver rimproverato un alunno in classe, e che ha dovuto affrontare sei anni di traversie giudiziarie prima di essere assolta.

Sono ricorrenti le lamentele di insegnanti che si sentono soli perché i genitori si schierano sempre con i figli, si mettono dalla loro parte giustificandoli sistematicamente: padri e madri non sono più alleati di maestri e professori, ne mettono in discussione la professionalità, la preparazione, l’autorevolezza. Si ritira la delega di fiducia nella classe insegnante: di fatto, se ne contesta il potere. Ed è probante che a farlo siano non tanto, come nel secolo scorso, gli studenti, ma la categoria di adulti che, per il patto sociale che fonda l’istituzione scolastica, quel potere dovrebbero averlo ceduto agli insegnanti: i genitori.

La società funziona, o almeno dovrebbe, prima di tutto nell’interazione fra ruoli. La lingua, da questo punto di vista, è rivelatrice: dire “professor Costantini” implica che, per l’interazione alunno-insegnante, è rilevante la qualifica, l’essere professore, cioè quello che succede in classe, a scuola; meno rilevante è chi sia Costantini. Ma il giovane Jacopo fa una specie di involontaria indagine nella figura dell’uomo Costantini. Da questo punto di vista l’ambientazione scelta dall’autore – l’isola – è del tutto congrua. Leggendo questo romanzo chi non ha dimestichezza con la laguna veneziana scoprirà paesaggi e scenari ammalianti, ancora poco conosciuti. Ma tutto questo non è stato certo ideato da Giovanni Montanaro per verniciare di esotismo casalingo il suo romanzo. L’isola, in Le ultime lezioni, è ciò che la teoria letteraria chiama “cronotopo”: uno spaziotempo vissuto, indissolubilmente coimpastato negli eventi e nei personaggi. Jacopo è attratto dall’isola in cui vive il professore, dal suo personale recinto esistenziale. Ci torna spesso, nonostante Sant’Erasmo sia piuttosto disagevole da raggiungere (i veneziani lo sanno bene), perché più che l’isola-Sant’Erasmo vuole conoscere l’isola-Costantini.

Con la sua scrittura elegante, asciutta ma inesorabile, Giovanni Montanaro si inoltra in profondità, portando il lettore fino ad apici di commozione e compassione. Arrivato a una certa pagina ho pianto, non per modo di dire, ma secernendo lacrime vere (ovviamente non posso riassumerla qui per non svelarla).

Il ruolo – la funzione delle categorie sociali – sta crollando. Allora non resta che conoscere gli individui? Ho ripensato al Mago di Oz, la fiaba di L. Frank Baum, quando Dorothy e i suoi compagni di avventure scoprono la vera identità del «Grande Mago»: non è niente di più che «un vecchietto, calvo e con la faccia rugosa», un «omino» che confessa alla piccola Dorothy di avere usato dei patetici «trucchi».

Le ultime lezioni merita di essere letto perché racconta non l’ennesima formazione che accade fuori dall’istituzione, ma una formazione che parte necessariamente dall’istituzione e la attraversa. In questo caso, passa attraverso il formatore, attraversando il suo ruolo. E questo accade proprio nell’epoca in cui gli individui sembrano essere conoscibili come mai lo erano stati prima: perché si mettono in mostra da sé, nelle bacheche digitali personali; ma lo fanno trascegliendo solo ciò che conviene alla loro rete di relazioni.

Nei media, anche i ruoli pubblici cercano di consolidarsi sfruttando sempre di più l’ostentazione di sé come individui: poco tempo fa, ci è toccato vedere due vicepremier presentare simultaneamente ai media le loro nuove fidanzate (e lasciamo stare che, come cittadini, dovrebbe interessarci che un ministro faccia bene il ministro, non se sia fidanzato o no, né insieme a chi stia; che adempia bene al suo ruolo, non che individuo sia).

Tutt’intorno l’intimità personale viene ostentata per convenienza pubblica, nella propria piccola cerchia o di fronte a vaste platee. Intanto i romanzi, questi catorci preinformatici, continuano a fare il loro vecchio mestiere, tanto più urgente oggi: sostano nel punto critico fra l’individuo e il suo ruolo. Possibilmente con coraggio e compassione, come è riuscito a fare Giovanni Montanaro.

Giovanni Montanaro, Le ultime lezioni, Feltrinelli, 2019.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 17 aprile 2019