Quale futuro per la nostra identità?

Giorgio Fontana



Un io in frantumi

David Hume, trecento anni fa, proponeva di ridurre l’io a un fascio di sensazioni. Non c’è un’unità di fondo, l’anima è un concetto superfluo, tutto ciò che resta è quanto percepito.
Un’immagine che sembra particolarmente azzeccata per descrivere la giornata di un giornalista, di uno studente e anche di un impiegato dei nostri giorni: praticamente di chiunque.
Mentre scrivo quest’articolo, faccio refresh sulla pagina di Facebook e sul mio account di posta elettronica ogni due minuti. Mi fermo, mi rendo conto di essere al limite della dipendenza, o forse di averlo già superato. Ma chi non lo fa?
In un articolo uscito su "il manifesto" il 18 giugno scorso, Marco Mancassola analizza con cura diversi aspetti della questione. In particolare si sofferma sulla CPA — la Continuous Partial Attention di cui parla Linda Stone, ex manager di Apple. Sappiamo tutti di cosa si tratta: saltare da una finestra all’altra, da un flash informativo all’altro, senza posa e senza mai approfondire realmente quanto leggiamo. Qualunque multitasker avrà provato la sottile ebbrezza di vedere un messaggio di posta in arrivo mentre fa alt+tab alla velocità della luce, passando dal sito di un quotidiano a un video di Youtube.
Insomma: la concentrazione dedicata non solo alla lettura ma anche alla scrittura e in genere a qualunque tipo di fruizione del reale è pericolosamente in calo, in un mondo in cui essere si avvicina sempre di più a essere connessi — e, di più, a essere frantumati.
Ma qual è lo sfondo di tutto questo? Dove siamo finiti?

Persi nell’infosfera
Il filosofo Luciano Floridi — professore a Oxford e massimo esperto di filosofia dell’informazione — ha coniato un termine perfetto per indicare dove siamo finiti: infosfera. La realtà, a suo avviso, sarebbe definibile innanzitutto in termini di dati ancora prima che di enti, o forme di vita, o qualunque altro concetto. L’infosfera include la biosfera e il mondo materiale: il bit diventa l’atomo del terzo millennio.
Il processo è stato rapido e non indolore per le generazioni a cavallo di questa rivoluzione che è insieme tecnologica e filosofica. Floridi è pacatamente ottimista, pur sottolineando i rischi del caso: con il tempo l’uomo si troverà sempre più a suo agio nell’infosfera, e sarà in grado di manipolare nel modo migliore la quantità esorbitante di dati cui è sottoposto.
Ma al momento l’ottimismo non sembra molto giustificato. E questo non solo per quanto riguarda la rete, ma anche per il modo in cui la rete sta contaminando — in tutte le sue forme — la realtà materiale.

Un’ontologia del frammento
Sì perché la frammentazione dell’infosfera non è soltanto una questione materiale o psicologica, sebbene questi siano risvolti molto importanti. È anche una questione filosofica: l’ontologia della rete è un’ontologia profondamente frammentaria, e il suo precipitato è la nostra vita di ogni giorno, la cara vecchia realtà cui eravamo abituati.
La società dell’infosfera è fondata sull’idea che vi sia qualcosa da ricevere — che senza una sollecitazione esterna di qualunque tipo, dall’e-mail alla friend request di Facebook ai feed dei nostri blog preferiti, non vi sia attività e dunque non vi sia realtà. L’attesa di un messaggio in arrivo è molto di più che uno stato mentale. È come se la nostra struttura cognitiva, il nostro io, stesse andando alla deriva in un mondo che la rispecchia in pieno: sono punto di continuo da minuscoli spilli, e va bene così.
In questo panorama, credo che la ricetta della disconnessione forzata sia quasi un’utopia. Certo, ci si può mettere a dieta dalla rete o persino isolarsi in un luogo dove il caos informazionale non ci raggiunga. Ma non è questo il punto. Il punto è che il mondo batterà i pugni contro la porta sempre di più, fino a impedire anche autentiche forme di solitudine o raccoglimento. Uno degli scenari possibili della rete futura, secondo Floridi, è quello di un "web 6.0" dove il confine tra online e offline, tra carbonio e silicio, è stato definitivamente eroso. Fantascienza? Non è detto. E non è nemmeno detto che questo futuro sia così remoto.

Il canto delle sirene
Ma per quanto riguarda il presente, l’incapacità di approfondire e gestire le informazioni rimane la cifra di questa società. Siamo immersi in un mondo che ha cambiato volto molto più rapidamente di quanto abbia potuto comprendere. E il problema ulteriore è che per comprendere ci vuole tempo e fatica, e un uso corretto dell’informazione: mentre la rivoluzione sembra scardinare anche questi assi.
Gli elementi del reale sono molto più attivi che in passato. Non ci aggiriamo più in un cosmo fatto di oggetti muti cui dare un senso: il pop-up è una forma dell’essere, e tutto richiede attenzione, tutto canta come una sirena che brama il nostro tempo. Persino lo schermo non è un ricettacolo o uno spazio neutro. Le sirene sono ovunque. E i rischi della loro musica sono molti. Ne cito soltanto due.
Il primo è quello di perdere un’autentica capacità dialogica e di argomentazione. Quanto tempo sono disposto a concedere allo sviluppo di un confronto serio? Non è molto più semplice limitarsi a twitterare uno slogan e leggere di sfuggita i commenti?
Questo non significa che online non vi siano contenuti di qualità: tutt’altro. Semplicemente, condividono lo spazio con una miriade di informazioni estranee — mentre quando leggo un libro, leggo un libro. Punto. Non è una questione di profumo della carta o di validità del supporto, quanto proprio del silenzio semantico che crea un oggetto come il libro: non ci sono disturbanti. Nessun pop-up.
A questo si lega l’altro timore: saremo ancora in grado di comprendere certe forme di bellezza? Un’umanità abituata a frammentare sempre di più la propria attenzione — e di converso, la propria idea di realtà — sarà ancora capace di dedicare tempo e fatica a Proust, agli ultimi lavori di Coltrane, ai dettagli di Kandinskij? O ridurrà tutto alla pagina della madeleine, al tema di A Love Supreme e a un’accozzaglia di colori?
Imparare a gestire l’infosfera significa anche questo: non perdere la nostra estetica. E uso il termine nel senso più ampio: non perdere la nostra capacità di percepire attivamente, di usare i sensi, di rapportarci con il mondo — di qualunque mondo si tratti.

Io penso
All’inizio di questo pezzo ho citato Hume. Bene, Kant tracciò una via per evitare la frantumazione dell’intelletto propugnata dal filosofo scozzese: non è vero che l’io è solo un fascio di sensazioni, non è vero che non c’è un’autorità centrale in grado di sintetizzare ed elaborare compiutamente i dati. L’io penso è la risposta energica a questa visione. Nonostante l’enorme quantità di sollecitazioni cui siamo sottoposti, siamo primariamente noi. C’è una funzione logica che ripete io, io, io — io penso. Ed è a questa identità che dobbiamo riferirci per ritrovare la via. Perché al di là dei tecnicismi, credo che Kant avesse in mente anche un ideale etico. L’unità del suo io era profondamente morale: un’anima spezzettata e plurale è incapace di riconoscersi e di distinguere cos’è giusto fare: ma anche cos’è bello, cos’è importante, cos’è umano.
Mentre finisco di scrivere, le sirene cantano di continuo. Posso sentirle. Per alcuni è impossibile tapparsi le orecchie. Per altri, è ancora necessario fare uno sforzo: se non altro per imparare a difendersi.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica qualità quantità il 24 giugno 2010