Corpo morto, corpo vivo, corpi inerti

Franco Foschi



Questo scritto è lo scritto di uno scritto. Tratta di ciò che è stato suscitato da un altro scritto, quindi potrebbe essere vissuto come una specie di gatto stupido che si morde la coda. Io lo so che non è così. Perché quando si parla di qualcosa di cui (più) nessuno parla, c’è un che di giustizia interna, in questo – come nell’occuparsi di coloro dei quali nessuno si occupa.

Il libro

in questione è Corpo morto, corpo vivo di Giulio Mozzi. Che inizia in questo modo: «Io sottoscritto Giulio Mozzi, di anni cinquanta, scrittore di finzione…», eccetera eccetera. Che significa: «Ecco, io mi metto in piazza, e voi?».
Può una cosa del genere, quando tutto ciò che di solito nel mondo è messo in piazza è «i muscoli torniti del maschio, il corpo burroso della donna, oppure la disgrazia assortita, e magari qualche emergenza inventata», ebbene il mettersi in piazza non come figura pubblica, ma come impressionante, totalizzante sé – ebbene, ancora, tutto ciò può lasciare indifferenti?

Il problema

è un altro – e cioè che un libro non fa più niente, non colpisce, non scuote, non cambia, non risistema, non decostruisce, non rinegozia, niente e nessuno. Tutt’al più defatica, e allora via tutti a leggere Stig Larsson. Il patetico tentativo può allora essere quello di dire «Io sottoscritto Giulio Mozzi, di anni cinquanta…» – ma la destinazione è lontana, e i viaggiatori nemmeno partono. Eppure ci sono

Gli esploratori

, quattro gatti spelacchiati, tre anime in fuga, otto nostalgici, un paio di arrabbiati e qualche assortito nessuno. Che ostinatamente leggono un libro, che accettano le provocazioni, che ascoltano le voci, che subiscono o il fascino o gli stimoli (morali o intellettuali), e talvolta, incredibilmente, pensano. Che avventura, pensare… Proprio quello che il corpo morto per antonomasia, Silvio Berlusconi, vorrebbe evitare alla gran massa della gente. Insomma il libro di Giulio Mozzi c’è, è un vero peccato (laico) non leggerlo, e per un po’ ci si sente o un po’ meno stupidi o un po’ stupidi, il che non guasta in entrambi i casi, perché significa che, almeno per una volta, non si rimane indifferenti. E che se si è predisposti, si può ragionare sulla propria indignazione. Ma ora è necessario

contestualizzare

, perché se Mozzi dice «Io sottoscritto Giulio Mozzi…» come posso io, che ho l’ardire spaventoso di ri-scrivere sul già scritto, a mia volta non dire… «Io sottoscritto Franco Foschi, di anni cinquantatre, pediatra…».
Io, questo costui che mi pare di imparare a conoscere da così poco tempo (e solo un pochino), non farà del sé lo specchio di sé. Vuole, voglio, solo dire che qui, in questo scritto, programmaticamente non c’è

dio

, proprio così, minuscolo, come lo scrive Giulio Mozzi ( e quando non scrive il dio) lungo tutto il suo scritto. Contestualizzare, dunque. Mi sembra sempre difficile, vista la mia educazione cattolica, la mia crescita, fino a università conclusa, nell’associazionismo cattolico, il mio matrimonio in chiesa, mi sembra difficile, quasi incredibile che nel mio scritto non possa comparire dio. Eppure così sarà, perché la sparizione è già avvenuta – niente di nuovo, né sconvolgente. Il periplo è tutto sommato banale: educazione cattolica à crescita nella tradizione à improvvisa spallata esistenziale à lenta, progressiva scomparsa di dio, del dio.
Quand’ero giovane, anche senza eccessivo entusiasmo, la risposta alla domanda «Si può vivere senza dio?» era «No». Poi questa coscienza si sfarina, diluisce, fino a che un giorno…

Tentazione

al protestantesimo, come Giulio Mozzi, l’ho avuta anche io: un sano dio rassicurante anche se esigente, privato, con pochi fronzoli, atto perfetto della dimensione privata del sacro… Ma poi no, no: la fiaba è solo per chi ha bisogno di sentirla.

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Nel senso: si può parlare di Eluana Englaro senza che il parlare, così transeunte, si svuoti di senso, solo perché non c’è dio? Già parlare, oggi, è un eroismo – se poi è parlare di ciò di cui nessuno più parla, mi ripeto, più che un martirio è lucida idiozia, dostojevskiana. Senza dio, poi?
La realtà è che tutto è detto – pardon, scritto – sui meccanismi di calcolo dei governi, sulla necessità di rimozione pubblica di Englaro (e di Welby, santa miseria, Welby…), sulla frantumazione indifferente delle opinioni, sulla senescenza precoce delle prese di posizione… Allora che rimane da

dire

: ecco, quando il caso Englaro e il suo corredo di clownerie esplose – inizia qui lo sguardo intimista, non politico, non spirituale, non devozionale, non governativo – tutto quello che il mio corpo e il suo cervello desideravano era una sola cosa: silenzio. Il magico silenzio delle tv spente, il mancato fruscio dei giornali sfogliati, l’azzeramento coatto delle chiacchiere superficiali in autobus… Ma ora, ora che a nessuno frega più niente di quella questione – come dei morti sul lavoro, come della mafia padrona, come dei barconi (se questo argomento appena resiste, è perché servirà a scalzare Berlusconi, al momento opportuno, ad opera dei suoi stessi ex camerati), come della sparizione di milioni di euro dalle casse dello Stato, e anzi, a nessuno frega più niente dello Stato e basta – ecco, di Englaro e di tutte queste altre epifanie disumane è proprio adesso che vorrei sentir parlare, discutere animatamente fino a strapparsi (a vicenda!) i capelli, sarei disposto a leggere con attenzione persino il testo di nuove leggi, sempre così piene di simboli fatti apposta per rimanere oscuri al volgo

Ma insomma, cos’è che vuoi?

Proprio per questa voglia di silenzio, inopportuna a quel tempo, so poco di Eluana Englaro. Ma so molto di Welby, un caso altrettanto esemplare – e forse ancor più eversivo, perché qui era addirittura in gioco la volontà cosciente del dichiarante, non quella di un suo intermediario…
Da circa 15 anni sto scrivendo un libro sul suicidio (che probabilmente non finirà mai), quindi mi pare di avere alcune cose da dire sullo

sparire

, e non è qualcosa che riguarda i diritti o il Diritto: è qualcosa che importa alle fibre muscolari, alle cellule nervose, al sangue circolante, e a quel senso vagamente misterico che è la estesia, che potremmo definire per praticità il sentire: quello del corpo intendo, non quello dell’anima, qualsiasi cosa si voglia intendere con questa parola.
Le cellule lo sanno quando vogliono morire, e appena lo sanno iniziano una serie di meccanismi per esercitare la loro determinazione, meccanismi ai quali abbiamo dato il nome di apoptosi.
Io non sono come Giulio Mozzi, non conosco il greco, e quindi perdo tanto senso, ignorando l’etimologia. Ma ho il linguaggio scientifico, sono un medico, e per tutta la vita ho avuto e ho per le mani corpo, corpo, corpo. Carne, cellule, liquidi organici, emissioni, corpo. E se pur di rado, ho avuto occasione di trovarmi di fronte, inerme, imbambolato, a un

Corpo sfinito.

Cinque anni di terapia psicologica, ho fatto. Di cui sono molto soddisfatto. E credo di essere stato molto utile alla mia psichiatra, scusandomi per la presunzione. E il momento più bello della mia terapia esistenziale, come la definì lei in quanto sosteneva che io non avessi niente che non andava, fu il giorno in cui mi dichiarò la morte della madre, amatissima: «Finalmente», disse. E quella miscela sorprendente di dolore e sollievo assieme, di senso di perdita e senso di liberazione assieme, di soddisfazione per il risultato assieme alla tristezza del risultato, ecco, questo immagino sarà stata l’espressione che avrei potuto ritrovare sul viso di Englaro padre. E ora è necessario fare una chiosa su

La madre

: in tutto lo scritto di Giulio Mozzi la parola madre è scritta solo due volte, e né queste due volte né mai, la madre di Eluana è un soggetto, un protagonista, o un semplice agonista. Come a quei tempi, tanto quanto Beppino Englaro urlava (ma questo verbo è ingiusto: la definizione corretta è "garbatamente e fermamente difendeva") la sua determinazione, tanto al contrario la madre era invisibile. Come sarebbe stato facile essere una Medea, una suffragetta del voto universale alla morte, una partigiana (esuberante o moderata, sarebbe stato indifferente) col fucile in mano, pronta a sparare qualsiasi tipo di cartucce contro qualsiasi nemico. Invece: silenzio.

Quasi il feroce e immenso silenzio di dio.

A proposito

di dio: è noto a tutti che i più grandi crimini contro l’umanità sono stati commessi nel nome di dio, dal Got mit uns della soldataglia nazista al Allah achbar di chi si fa saltare in mezzo a un mercato – senza parlare dei secoli scorsi. Ma forse non tutti sanno che il partito, se cosi si può definire, del generale Pinochet si chiamava «Dio, Patria e Famiglia» (con le maiuscole), tre valori del tutto volatili e indefinibili, salvo forse il terzo, che almeno una componente genetica ce l’ha.
Quindi, per favore: se dobbiamo parlare di corpo e della sua oggettiva fine, lasciate stare, per giustificarvi, i valori ambigui come dio, patria, società, chiesa, eccetera. Parliamo di chi e cosa vuole veramente chi vuole qualcosa – su questo argomento.

La sensazione di essere inutili

è la prima che viene al cosiddetto uomo comune quando viene posto di fronte a grandi temi per l’umanità: «Oh!», magari grida, ma subito dopo pensa: «E io che posso farci? Io posso solo essere spettatore» – e allora tanto vale essere spettatore di una partita di calcio, o magari giocare a essere intelligenti risolvendo uno dei tanti quiz televisivi.
Quanta gente, a quei tempi, inchiodata a una sedia, avrebbe saputo avere un’opinione su Eluana Englaro, e soprattutto motivarla? Quanti, a un sondaggio tipo, avrebbero barrato la casella «Non sa, non dice»?

Nel frattempo

, oramai il carpiato che abbiamo eseguito dalla realtà vera a quella realistica ma fittizia è compiuto. L’indignazione, o anche semplicemente la riflessione sulla realtà (vera, non fiction), si accende solo se riguarda il nostro portafoglio. Il resto, è notizia. Sic transit notizia mundi.
Quanti hanno già dimenticato il nome di Eluana Englaro? (ah, sì, quella, adesso che me lo ricordi, poverina, quella che hanno ammazzato, no? Quella sulla Casilina, quel rumeno, o era zingaro…) – ma soprattutto: a quanti gliene frega ancora qualcosa, di Eluana Englaro?
È adesso che questo silenzio è insopportabile. È adesso che dobbiamo introdurre i

Corpi inerti

dei soldati in Afghanistan. Quelli morti, certo, ma anche quelli vivi. Perché li chiamo inerti? Perché a parte i familiari e la cerchia ristretta degli amici intimi, questi sono esattamente identici a Eluana Englaro – corpi. Coloro che hanno (per finta, come ci ha spiegato Giulio Mozzi) tanto combattuto per mantenere in vita Eluana Englaro, un corpo sfinito, non dovrebbero tanto più combattere per mantenere in vita i soldati in Afghanistan, corpi vivi e vegeti, almeno tranne alcuni, corpi senza tubi, senza alimentazione enterale, senza obnubilamento totale del sensorio, e con elettroencefalogrammi per niente piatti? Per esempio facendoli tornare a casa?
Eppure anche i soldati in Afghanistan sono inerti, materiale televisivo, lacrime ben tornite per l’indignazione catodica (anzi digitale, adesso) – pronti per essere dimenticati domani. E già lo sono. Ho visto, il giorno dopo i funerali, alcuni uomini di stato partecipare a salotti televisivi, con grande nonchalance e non risparmiando le risate.
Napoleone almeno aveva il coraggio di non occultare la sua indifferenza sul fatto che dei 600.000 uomini che aveva mandato in Russia ne erano morti 500.000.

Santità e sofferenza

Come Giulio Mozzi posso dire che non so cos’è la santità – so che ho incontrato dei santi, ma in tutti, tutti, i casi, erano assolutamente senza nome. Erano epifanie improvvise, fugaci apparizioni, portatori di eroismi dagli esiti risibili e immensi nello stesso tempo, il santo è eroico, soprattutto nel suo disprezzo per la forma a favore della sostanza – e soprattutto in virtù del suo silenzio.
Ma il silenzio non cancella un’altra domanda che in qualche modo, secondo Giulio Mozzi, è affine alla santità: che c’è di male nel voler uscire dalla sofferenza?
Quale assurda colpevolezza ci sarebbe nel non accettarla – e soffrendo, tra le spire della volontà misteriosa, divina, diventare santi.
Quale colpa avrebbero commesso, Beppino Englaro e la moglie, nel combattere per uscire dalla loro sofferenza?

La tecnica

Che la tecnica non sia dio lo sappiamo, ma è difficile accettarlo. Il corpo morto per antonomasia, Silvio Berlusconi – che ha cambiato cellule e tessuti, ne ha aggiunti di nuovi, ne ha stirati altri, ha introdotto tubicini nelle coronarie, e si dice faccia altre cose ad organi meno nobili – è il primo che non riesce ad accettarlo. Ieri ha detto, per esempio, che «governerà per sempre». Che bella immagine. I miei figli, i figli dei miei figli vedranno Berlusconi, e penseranno che sia l’Eterno. Ma anche lui dovrà fare i conti con la tecnica, anche se sono tanti ad augurargli un colpo secco. E potrà così verificare di persona che la tecnica non gli somiglia, non è dio cioè, e ha un solo destino: perdere. Ciò nonostante

il medico

che rigurgita in me, essendolo, ha bisogno di precisare che a questo proposito Giulio Mozzi è stato troppo drastico, e alla fin fine manicheo: la tecnica è il male, la fine, la morte, nel suo incedere quieto (beh, non sempre) e incontestabile è il bene.
Tutt’erba un fascio, non si può fare: la tecnica non solo allontana la morte, qualche volta salva. La tecnica può alleviare la realtà più oscena della vita umana, che nemmeno Darwin è riuscito a spiegare: il dolore. Quindi la tecnica non persegue solo scopi suoi, non umani, disinteressandosi dell’umanità – anche perché non è indipendente, sono gli uomini a produrla. A mio parere, ha molti più scopi non umani

La Chiesa

alla quale affibbio la maiuscola per rabbia, per disprezzarla in quanto istituzione, per qualche verso satanica (non lo dico io: lo dice Giulio Mozzi). Se la conferenza episcopale italiana chiama Beppino Englaro «assassino» ha finito di essere umana, una cosa per gli uomini – senza nemmeno sfiorare la possibilità di essere divina.
Pensa, lettore improbabile, se la Chiesa, in quei giorni, non avesse detto neanche una parola: pensa che meraviglia, pensa quanta gente si sarebbe coagulata, gente anche lontana mille miglia dalla Chiesa, a condividere una cosa rispettosa come il silenzio, negli spazi della chiesa, a produrre preghiera anche rivolta a nulla e nessuno, solo un onore, una legittimazione dolorosa ma necessaria che vita e morte sono nostre e separate, che l’entità persona che sfugge nel pneuma appartiene a tutti, è di tutti, è tutti.
E invece.

Silvio Berlusconi

è sicuramente la locuzione più detta, in Italia, da alcuni anni – in tutte le sue declinazioni. Se le merita tutte. Eppure ha detto una delle cose più orribili che si potessero dire, in quei giorni affannosi in cui fingeva di volere una legge (e dunque: perché adesso non la fa? Finita l’ora di lezione di retorica? Pensa che non ci siano altre Eluana Englaro a vivere una vita meccanica in Italia?): ha sventolato la bandiera della vita sopra un corpo morto – «Questa donna potrebbe avere dei figli, una famiglia…» – perché non si è preteso che andasse a vedere quel corpo, che rimanesse una notte in quella stanza… – perché non si obbligano tutti i cultori del no a ogni costo a vivere lunghi periodi con questi corpi tecnici?
Ma basta, di Silvio Berlusconi non voglio più parlare – per una volta faccio come lui – e se lo vedo, se vedo come impregna la realtà, mi volto dall’altra parte.

Romanticismo

«…santa Eluana Englaro potrebbe scrutare quella porzione di mondo nella quale si trovano le persone che sono nella condizione indescrivibile nella quale lei è stata; potrebbe, con i mezzi misteriosi che immaginiamo disponibili ai santi, portare a queste persone comprensione e conforto» scrive Giulio Mozzi. Questo estratto non rende forse ragione al tono complessivo di Giulio Mozzi – che è un tono molto serio, molto vissuto, mai patetico. Non rende ragione (addirittura Giulio Mozzi parla di «burocrazia celeste», poco più avanti…), ma a me serve per un discorso assai solido, e altrettanto rigoroso del suo: io sono ormai privo di immagini romantiche, io trovo insopportabili, e mi rendono insofferente, le valanghe di zucchero che quotidianamente vengono versate sulle amarezze della Storia – proprio quella con la S maiuscola, dispensatrice generosa di malumore e astio e ferocia – tutti miscelati in informazione, o meglio, come accennato in precedenza, in notizia, alla fine vuota, ricambiabile senza difficoltà, veloce, inerte – e spalmata di sciroppo di glucosio tanto da suscitare una specie di diabete esistenziale – parafrasando il poeta, m’illumino di melenso. È sparita la critica, e ormai è una pallida imitazione di se stessa anche l’indignazione.
Ma la domanda topica, quella che cambia e sostanzia lo scritto di Giulio Mozzi, è lì, solo poche righe prima della citazione proposta, è la domanda immensa (e provocatoriamente senza risposta, nello scritto di Giulio Mozzi) su

l’uccidere

: «La questione è: se vi siano casi nei quali uccidere può essere un bene». Dicevo: nessuna risposta diretta nello scritto di Giulio Mozzi.
Dicevo: un giorno mi venne chiesto, in qualità di scrittore bolognese (ammesso che questo significhi qualcosa) di partecipare a un reading notturno, reading che durava complessivamente 24 ore, per protestare sull’attacco Onu-americano, benedetto da un cosiddetto governo di sinistra italiano, alla Bosnia, spacciato come sempre per guerra che portava la pace. Già l’ira era sollevata dal netto fuori tempo massimo – perché non prima, allora? Quanti morti innocenti bisogna attendere prima di scaldare i motori degli aeroplani?
Dicevo: un giorno mi venne chiesto, in qualità di scrittore bolognese (ammesso che questo significhi qualcosa) di partecipare a un reading notturno, reading che durava complessivamente 24 ore, per protestare sull’attacco ONU-americano, benedetto da un cosiddetto governo di sinistra italiano, alla Bosnia, spacciato come sempre per guerra che portava la pace. Già l’ira era sollevata dal netto fuori tempo massimo – perché non prima, allora? Quanti morti innocenti bisogna attendere prima di scaldare i motori degli aeroplani?
Motivazione del mio ’no’ al reading: era di protesta contro tutte le guerre. Decisi, lì, in quella occasione, e definitivamente, che io non ero per principio contro la guerra – che il pacifismo a tutti costi (ho letto molto Capitini, i testi sulla non violenza i più trasversali, da don Tonino Bello a Paul Goodman) suscitava certo le mie simpatie e la mia condiscendenza (e anche il rispetto assoluto per le persone-nomi che ho citato), ma io no, in caso di necessità non sono pronto a porgere l’altra guancia.
Io approvo senza condizioni la guerra alla barbarie, e la liberazione dell’uomo umiliato, schiacciato, violentato, dai suoi violentatori.
Inutile fare esempi, e se il nostro mondo, anzi il nostro paese natale, dovesse diventare ancora più orrendo e ingiusto di oggi, ottobre 2009, per i miei figli, per amore della giustizia, per una ipotesi di futuro che preveda l’uomo come entità complessiva e non mero esecutore del desiderio di altri, io lotterò, potrei anche imbracciare armi contro l’oppressore.
Ebbene: la guerra di liberazione della Famiglia Englaro, liberazione dall’oppressore che non ha tanto il nome di respiratore automatico, quanto di dittatore spietato contro la scelta autonoma e responsabile, non è forse una guerra contro la barbarie? Io prenderei, e spero di non essere costretto a farlo sul serio, il fucile.
Ora che l’ho fatto, il mio discorso mi sembra abbia la stessa forza di quando parlo

contro la pena di morte

: «Non uccidere chi non vuole essere ucciso» è per me, semplicemente, l’undicesimo comandamento.
Ebbene, la "pena di vita" alla quale si vorrebbe – fascismo – condannare la famiglia Englaro è praticamente l’orgia del potere, di chi vuole condannare alla vita. C’è del marcio in questo – e l’ho definito fascismo perché vi trovo lo stesso accanimento malato, la stessa passione nera che ha il fascismo per la morte, quel culto oscuro e violento – basta pensare ai canti delle camicie nere – però ribaltato al colore bianco: è così che si somministra il potere, nella passione per gli estremi, impedendo sempre e comunque la libera volontà.

Contro il grande tritatutto

Paradossale, lo scritto di Giulio Mozzi – la rappresentazione perfetta del grande tritatutto contemporaneo che miscela in un unicum sbiadito padre Pio e Noemi Letizia (e Chuck Norris…), la Chiesa e Niccolò Ghedini, Renzo Piano e la Madonna: per non parlare del corpo morto per antonomasia: Silvio Berlusconi – e per fortuna che il correttore automatico di Word ancora sottolinea questo cognome in rosso – un errore.
Contro questo muscoloso e inespressivo tritatutto concludo con una breve citazione da uno scritto che peraltro non lo merita. Un ingiustamente famoso (per fortuna dalla fama medio-bassa) scrittore contemporaneo chiede a un medico di Emergency come si fa a salvare l’umanità: «Una persona alla volta», è la risposta.
Non sarà molto marxista approvare questa risposta, ma la approvo – soprattutto per quei pochi che continuano ostinatamente a combattere per il benessere dell’umanità.
Non c’è niente di male ad essere umani – siamo uomini…

Giulio Mozzi, Corpo morto e corpo vivo. Eluana Englaro e Silvio Berlusconi, Transeuropa, euro 10








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica testamento biologico il 14 dicembre 2009