Il paese delle Tribù

Andrea Tarabbia



Werner Waas, attore tedesco con un passato di lotte politiche e spettacoli nel nostro paese, nel 2005 era tornato in Germania convinto che, ormai, l’Italia fosse un paese sfibrato, fermo e privo di futuro; è ritornato quando ha intravisto la possibilità, a Lecce, di dare vita alle Manifatture Knos, 4000 metri quadri di spazio in una ex scuola per metalmeccanici dove oggi, nonostante le difficoltà economiche e politiche, ci sono una radio, un bar, un teatro, e si fanno una rivista per bambini (Un, due, tre… stella!), «azioni di poesia» per le strade e una serie di eventi culturali e sociali che contribuiscono a mantenere viva una realtà altrimenti stanca e lasciata a se stessa; Sergio Bonriposi, responsabile del progetto milanese della Cascina Cuccagna, sta ristrutturando una cascina del Settecento chiusa tra i palazzoni di Porta Romana per portarvi la cultura del vivere lento e bene, per ospitarvi iniziative, un ristorante stagionale e in generale per provare a ridare a Milano una «piazza», un luogo di ritrovo dove le persone possano andare e riconoscersi; Antonio Catena e Serena Gaudino del Centro Hurtado di Napoli combattono contro la cultura dell’illegalità nei quartieri poveri del capoluogo campano, dove vige la legge dello spaccio, non ci sono spazi comuni e spesso l’unica via di sopravvivenza è affiliarsi alla camorra: ai ragazzi delle Vele di Scampia insegnano il bello della lettura, la cultura del lavoro e dello stare insieme allontanandosi dalle logiche malavitose imperanti. Quando entrano alle Vele, per qualche ora, il mercato della droga rallenta, perché molti ragazzi vanno a seguire le loro attività; il gruppo teatrale Laminarie di Bologna conta 14 operatori di strada, organizza laboratori volti alla conoscenza dei mestieri del teatro e ha fatto del teatro sociale in Bosnia durante l’ultima guerra; lo scrittore Franco Arminio e la sua Comunità Provvisoria vagano per le terre semiabbandonate dell’Irpinia e «danno attenzione» agli ultimi esseri umani rimasti, stanno con loro, leggono e provano a diffondere la bellezza; il progetto Suq, a Genova, da alcuni anni porta le culture del mondo nella città vecchia, mescolando le razze e gli stili e creando finalmente, a ridosso del porto, un luogo di incontro e di scambio tra le persone; il Gruppo volontario accoglienza immigrati di Lucca, invece, ha creato strutture di accoglienza e centri di ascolto per oltre 2000 persone seguendo il proprio credo: «Aiutare i cittadini stranieri a diventare cittadini inseriti. Aiutarli a trovare lavoro». Fanno prestiti a interessi zero proponendosi come garanti per i proprietari: in questo modo, in pochi anni, hanno aiutato un migliaio di persone a trovar casa e impiego nel lucchese. E così via.
Sono circa quaranta i gruppi, le associazioni, i teatri (per un totale di oltre cento persone) che sabato 17 e domenica 18 ottobre si sono ritrovati al castello Pasquini di Castiglioncello (LI), con il patrocinio di Armunia festival e della rivista «Il primo amore», e hanno dato vita al progetto «Tribù d’Italia», che ha coinvolto tra gli altri anche Lea Melandri, la poetessa Mariangela Gualtieri e l’attore Marco Baliani: due giorni per conoscersi, per capirsi e provare a immaginare un’Italia diversa da quella che siamo abituati a vedere: esiste infatti un paese sommerso (ma reale!) che è fatto di comunità attive, piene di voglia e capacità di fare in tutti i rami dell’agire umano, e che a Castiglioncello si è «seduto intorno allo stesso fuoco» per dar vita a una due giorni di discussione aperta e multidisciplinare, in cui si sono scambiate esperienze, condivise difficoltà e messe le basi, soprattutto, per un agire comune contro l’emergenza sociale, politica e di specie in cui siamo immersi. Coordinata dal fotografo ed editore Giovanni Giovannetti e dallo scrittore Antonio Moresco, «Tribù d’Italia» ha messo in evidenza quali sono i problemi e i bisogni di chi, oggi come oggi, propone una visione del mondo e uno stile di vita lontani da quelli imperanti, e improntati sull’attenzione per l’altro e sulla proliferazione della cultura in ognuna delle sue forme: il denaro, ovviamente, giacché quasi nessuna delle comunità in questione riceve aiuti pubblici e può aspirare a farlo; i luoghi, che spesso vanno letteralmente inventati e costituiscono uno dei nodi più indistricabili (si pensi ai numerosi teatri di produzione espropriati a Roma negli ultimi mesi, o anche ai ragazzi dell’Onda di Bologna, che nel loro spazio occupato – e più volte sgomberato – Bartleby stanno tentando di allestire degli atelier artistici, ma anche di lanciare una campagna sul reddito garantito); e la solitudine, perché spesso chi fa questo tipo di attività lo fa a fari spenti e in luoghi dove, quotidianamente, è costretto a confrontarsi con una realtà diffidente. Denominatore comune di tutte queste esperienze, si diceva, è una politica del fare, del scendere in piazza «nonostante tutto»: animati da una forte passione civile, i partecipanti a «Tribù d’Italia» rappresentano per molti versi la vera eccellenza del nostro paese, e si sono riuniti per connettersi, farsi conoscere, darsi man forte e dirsi chiaramente che, comunque vadano le cose, loro andranno avanti.
Cosa può nascere da un coacervo di tante esperienze così diverse e così lontane geograficamente tra loro? L’idea è quella di trovarsi periodicamente, di allargarsi e di intervenire concretamente nella vita del paese, portando il proprio «fuoco» dove ci sarà la possibilità di farlo. Per il momento, si sono già poste le basi per creare una rete, una comunità aperta (che confluirà presto nel sito www.tribuditalia.it) per lo scambio di pensieri, posizioni ma anche di azioni: un organismo pluricellulare italiano in grado di intervenire sul territorio sulla base di un sentire comune: quello che l’Italia è e può ancora essere un paese civile.

Pubblicato su Gli Altri del 25 ottobre 2009








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica tribù d’italia il 25 ottobre 2009