La nutrizione è terapia

Teo Lorini



Chi di silenzio ferisce… A ridosso del clamore mediatico e dell’esibizionismo cinico che hanno accompagnato il trapasso di Eluana Englaro la classe medica italiana ha preferito un atteggiamento di cautela e discrezione. Sembra quindi una sorta di contrappasso il vasto silenzio con cui gran parte della stampa nazionale ha accolto il documento sul fine vita che il 13 giugno è stato approvato con voto quasi unanime (85 su 97) dalla Federazione degli ordini dei medici (Fnomceo) riunitasi a Terni.
Il pronunciamento critica senza mezzi termini la legge sul testamento biologico fortemente voluta dal centrodestra (ma con cospicue sponde anche nell’opposizione, a cominciare dalla numeraria Opus Dei e senatrice PD Paola Binetti). Aristide Paci, coordinatore dei lavori, ha sottolineato come la legge, che potrebbe essere discussa prima della chiusura estiva della Camera, invada la sfera della deontologia professionale, andando in particolare a ledere i rapporti di fiducia tra medico e paziente. Dopo una menzione, doverosa e per nulla scontata in questo momento, del principio che l’azione del legislatore non muova da principi legati alla sfera -necessariamente soggettiva- della trascendenza, la Federazione ha espresso con chiarezza assoluta un pronunciamento destinato a lasciare il segno (proprio qui sta, forse, il motivo della scarsissima rilevanza data alla notizia).

In breve, i medici italiani affermano esplicitamente che la nutrizione costituisce un atto medico e non un una sorta di sinecura o di atto caritatevole. Essa, si dice esplicitamente, «consiste in procedure sanitarie» per cui sono indispensabili «specifiche competenze mediche e terapeutiche» da sottoporre al consenso informato del paziente.
Come sapeva chi aveva potuto -o voluto- documentarsi già al tempo della vicenda di Eluana Englaro, la nutrizione a cui sono sottoposti i malati in stato vegetativo permanente e irreversibile non consiste né si esaurisce nell’assunzione di cibi omogeneizzati o di semplici soluzioni a base di acqua e zucchero, magari tramite una flebo applicabile (con un po’ di pratica) anche da un parente pietoso. Prevede bensì la somministrazione di vari farmaci, inclusi (solo per fare un esempio) gli anticonvulsivanti. Medicinali, cito ancora dal documento della Federazione «in grado di modificare la storia naturale della malattia». Trattamenti, quindi, rispetto ai quali assume status vincolante l’opinione espressa e anticipatamente redatta dal paziente.
A questo punto appare evidente che il campo del sofisma e dell’interpretazione lambiccata si sta restringendo. A parlare non sono "specialisti dell’eutanasia" (definizione coniata da Mario Giordano, l’indipendentissimo direttore dell’house-organ berlusconiano "Il Giornale") né radicali in odore di eresia e scomunica come Emma Bonino o l’associazione Luca Coscioni, ma la Federazione che rappresenta i medici italiani, la categoria più titolata a pronunciarsi in materia. Il dato di fatto che emerge dai lavori dell’assemblea Fnomceo è che questo pronunciamento, assottiglia radicalmente i margini entro cui si poteva concedere il beneficio del dubbio a politici e opinionisti pronti a supportare le gerarchie vaticane in questa colossale battaglia di spossessamento della vita umana proclamando che il tema del testamento biologico e la legge che dovrebbe regolarlo attengano a comportamenti pietosi e funzioni naturali come "dare da mangiare e da bere". Ora infatti il dibattito sul delicatissimo tema del fine vita si è arricchito d’un ulteriore elemento, tanto inequivocabile quanto autorevole.
Risolutivo? Sarebbe sperare troppo.
Di certo però il documento di Terni confina la determinazione di chi brandisce l’argomento "pateticamente emotivo"[1] del pane e dell’acqua, nel vasto territorio della più cinica malafede.

[1] Il sintagma è dell’editorialista di "Avvenire", Francesco D’Agostino, che lo applica -con paradigmatica disinvoltura- alle "rivendicazioni a favore dell’eutanasia".








pubblicato da t.lorini nella rubrica testamento biologico il 16 giugno 2009