Tra il multicenter e l’apocalisse

Roberta Salardi



Forse nel giro di qualche decennio non ci saranno più librerie. Ognuno si stamperà da internet gli e-book che lo incuriosiranno, magari previa consultazione delle riviste o dei siti di critica letteraria. Li leggerà e li rilegherà, se gli saranno piaciuti, con metodi casalinghi, altrimenti riciclerà la carta. Questa prefigurazione apre scenari lievemente inquietanti su una società più rarefatta, con individui che lavorano e vivono per molte ore in spazi chiusi, connessi al mondo in prevalenza grazie al proprio pc. Chissà, forse si tratterà di sopravvissuti a qualche catastrofe che avrà fortemente ridotto la densità di popolazione e risorse di uso comune come i carburanti, la carta…
Distogliamo il pensiero e facciamo subito quattro passi in libreria.
Che cos’è oggi una libreria? Molto spesso è diventata un bazar di oggetti vari come magliette, agendine, poster, borse, cd, dvd e molto di più, ma t’innalza comunque di fronte, all’entrata, delle torri di libri, volumi che fanno da scaffalatura, da sostegno a se stessi. Questi libri accatastati gli uni sugli altri che fanno da struttura portante di se stessi, e fanno quasi da bastioni architettonici a guardia dell’ingresso, il più delle volte non hanno bisogno di presentazione, si conoscono già, ne hanno già parlato tutti, sono i best seller del momento. Alte pile dello stesso romanzo, intere vetrine colonizzate dall’identico titolo, riproposto con l’ossessività della Marylin di Andy Warhol quando veniva riprodotta in serie. Fatto qualche passo oltre l’ingresso, se si spinge lo sguardo un po’ più in là, è un occhieggiare di gialli e noir da tutti gli angoli, o, nella più spregiudicata alternativa, di titoli ironici comico-rosa che invitano le donne a farsi quattro risate sulle faccende di cuore o di letto andate storte. Le autrici, quasi tutte inglesi e americane (ragazze, ma siamo proprio sicure che noi italiane non abbiamo niente da dire in proposito…?).
Questo è il mercato. Imperano i generi commerciali, le clonazioni, con la variante di qualche recente trovata importata rigorosamente dall’estero, obviously dagli States. Tonnellate di banalità, cose già dette e ridette, trite e ritrite, in forme già codificate, divulgate proprio perché convenzionali, conformiste, ansiolitiche. Così come la serialità di una stessa copertina invade i campi visivi, l’uniformità delle strutture narrative e dei generi si riproduce con inesausta prolificità e chiude ogni spazio. Alla faccia di Tzvetan Todorov, che scriveva coscienziosamente in La letteratura fantastica del 1970: "… un testo non è soltanto il prodotto di un procedimento combinatorio preesistente; è anche una trasformazione di questo procedimento" (Garzanti, Milano 1983, p. 11). Ogni libro degno di questo nome si staglia sullo sfondo della tradizione, tutta la letteratura che lo ha preceduto, ma rappresenta pur sempre qualcosa di nuovo. Del Bildungsroman, per esempio, il romanzo di formazione molto diffuso nell’Ottocento, esistono diverse varianti e reinterpretazioni, che ne hanno fatto spesso un romanzo di deformazione, di pervertimento o di sconfitta già in epoca romantica.
Per molti degli odierni prodotti della carta stampata si può dire semmai che siano permeati da una forte aspirazione all’uniformità. Romanzo generalista, parola chiave del marketing, che cosa vuol dire? Romanzo omologato, che vada bene per tutti, che sia qualcosa di medio, di mediocre. Oltre che la pop-art per i motivi seriali riscontrati a colpo d’occhio, sarebbe appropriato citare Piero Manzoni e il suo gesto provocatorio dell’inscatolamento dei propri rifiuti biologici. Sì, perché questo culto della banalità, dell’indistinzione, di una sensibilità degradata e ottusa, non esclude, anzi prevede, che si possano lanciare sul mercato e vendere anche prodotti molto scadenti. E’ sufficiente che siano confezionati, impacchettati, promossi, firmati da nomi famosi e il risultato è garantito: si può vendere qualunque cosa, persino in grande quantità. Niente di più facile che in mezzo agli eleganti scaffali, grazie all’accompagnamento ipnotico della musica di sottofondo, l’ingenuo lettore si trovi di fronte a confezioni giganti di merda d’artista e ne resti conquistato!
Lo scrittore come l’artista, grazie al suo carisma, grazie alla brillante gestione del proprio ruolo, potrà riciclare continuamente se stesso, sfornare ogni anno una novità di straordinaria ovvietà che si autoproclama novità perché intanto nessuno la confronta col resto, nessuno la mette in discussione, si regge da sola, con la forza della propria massiccia invasività, del lancio pubblicitario che la sostiene, della macchina industriale che le sta dietro e che produce nel contempo i gadget, le agendine, i film, i periodici e i quotidiani che fanno corona. Se tutte le pagine di certi tomi voluminosi fossero bianche, importerebbe a qualcuno? Non farebbero lo stesso la loro bella figura nel salotto di casa, non se ne potrebbe comunque citare il titolo nelle conversazioni fra amici, non potrebbero ugualmente vincere i premi concordati con la casa editrice? Se tutte le pagine fossero bianche, l’operazione forse sarebbe più onesta. Nella quarta di copertina potrebbe esserci scritto con candore dall’autore stesso: non ho più niente da dire, di libri d’altra parte ne ho già pubblicati una valanga, se volete leggervi qualcosa di buono andate a cercare il mio primo romanzo, quello scritto nell’anonimato e nel silenzio, l’unico che abbia un qualche valore, lo so bene anch’io; ma se volete sostenermi ancora, per simpatia, per fedeltà, compratemi lo stesso, vi faccio questo bel sorriso in copertina.
Peccato per la carta.








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica qualità quantità il 8 dicembre 2008