Le leggi non scritte

Roberta Salardi



Esistono delle leggi non scritte, diceva Antigone al tiranno della sua città, che non le permetteva di seppellire il corpo del fratello, reo di aver combattuto contro la patria. L’argomento di una tragedia greca molto antica (V secolo a.C.), una delle prime di Sofocle, si rivela oggi di straordinaria attualità. Queste leggi profonde dentro di noi pare che reclamino universalmente, in tempi e luoghi diversi, sotto qualunque sistema o regime, rispetto per i morti e per i loro familiari. Come hanno dimostrato negli ultimi decenni le vicende di Nancy Cruzan negli Stati Uniti, di Ramòn Sampedro in Spagna, di Vincent Humbert in Francia, di Piergiorgio Welby in Italia, o il drammatico caso di Eluana Englaro non ancora concluso, è sentimento generale che tali leggi debbano estendersi anche a chi non può vivere in condizioni degne di essere vissute e invoca una morte che la società tecnologicamente avanzata gli ha tolta, o a chi è tuttora sospeso in un limbo premortale mentre diversi macchinari collegati a parti del suo corpo espletano funzioni che il suo organismo nel complesso non è più in grado di organizzare. Piergiorgio Welby, nel suo libro, chiama morti insepolti coloro che giacciono anni e anni, persino decenni, in uno stato vegetativo permanente.
Il coro di filosofi, medici, giuristi, opinionisti che in questi anni si sono espressi in materia di diritti del morente è l’eco di un sentire che viene da molto lontano, dalla tragedia antica come dalle riflessioni di pensatori di tutti i tempi, amici della conoscenza e del genere umano.
Ho voluto lasciare a questo coro di voci la sua voce, poiché è come se ci trovassimo ancora di fronte a una tragedia.

Gli antichi
"Resta pure quella che sei, quella che ti piace essere. Io lo seppellirò. E poi sarà bello morire." (Sofocle, Antigone, 442 a.C. circa)
"Io non credevo, poi, che i tuoi divieti fossero tanto forti da permettere a un mortale di sovvertire le leggi non scritte…" (Sofocle, cit.)
"Gli stoici affermano che il saggio, seguendo la ragione, porrà fine alla propria vita per la salvezza della patria e degli amici, o qualora sia tormentato da dolori insopportabili, o sia afflitto da gravi mutilazioni o da mali incurabili." (Frammenti di stoici antichi)
"La vita, come sai, non sempre merita di essere conservata. Non è un bene il vivere, ma il vivere bene. Perciò il sapiente vivrà tutto il tempo che ha il dovere di vivere, non tutto il tempo che può vivere. Vedrà lui dove dovrà vivere, in quale società, in quali condizioni e in quali attività. Egli pensa sempre quale sarà la vita, non quanto debba durare. Se gli si presentano molte disgrazie che turbano la sua serenità, dà l’addio alla vita. E non lo fa solo nell’estrema necessità. Appena la fortuna comincia a sembrargli sospetta, considera con cura se non sia il momento di por fine alla vita. (…) Quel che conta non è morire più presto o più tardi, ma morire bene o male. Ora, morire bene significa sfuggire al pericolo di vivere male." (Lucio Anneo Seneca, Lettere a Lucilio, lettera 70, 62-65 d.C.)
"… libertà va cercando, ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta…" (Dante Alighieri, La divina commedia, Purgatorio I, 1307 circa)

I moderni
"… il compito del medico non è solo quello di ristabilire la salute, ma anche quello di calmare i dolori e le sofferenze legati alle malattie; e di poter procurare al malato, quando non c’è più speranza, una morte dolce e tranquilla." (Francesco Bacone, De dignitate et augmentis scientiarum, Londra 1623)
"La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce agli altri…" (Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, Parigi 1789, art. 4)
"Lo scopo della società è la felicità comune. Il governo è istituito per garantire all’uomo il godimento dei suoi diritti naturali e imprescrittibili." (art. 1 della Costituzione francese del 1793)
"Lodo a voi la mia morte, la libera morte, che viene a me perché io voglio." (Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra, 1883-1885)
"Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana." (art. 32 della Costituzione italiana, 1948)

Storici, sociologi, psicologi contemporanei
"La morte è un fenomeno tecnico ottenuto con l’interruzione delle cure, cioè, in modo più o meno confessato, da una decisione del medico o dell’équipe ospedaliera (…) La morte è stata scomposta, frazionata in una serie di piccole tappe di cui, in definitiva, non si sa quale sia la morte vera, quella in cui si è perduta la conoscenza, o quella in cui è venuto meno il respiro." (Philippe Ariès, Storia della morte in Occidente, Rizzoli, Milano 1978)
"La società contemporanea sembra aver smarrito il senso del valore della morte; del legame indissolubile tra morire e vivere; dell’organicità della morte rispetto alla vita." (Iona Heath, Modi di morire, Bollati Boringhieri, Torino 2008)
"Il senso cifrato della morte, l’interrogazione radicale sul senso del vivere e del morire, della vita e della morte (sulla terrestrità o sulla trascendenza della morte) sembra divenire sempre più estraneo alla coscienza occidentale (…) L’angoscia della morte tende a scomparire dagli orizzonti di esperienza contemporanea (…) nondimeno al di là delle apparenze continua a vivere, nascosta e mascherata, negli abissi segreti dell’anima" (Eugenio Borgna, Ai confini della vita, lettura al Collegio Ghisleri, 8-9-2008)

Filosofi contemporanei
"La coincidenza di corpo ed esistenza è in quel ben-essere in cui l’Io aderisce al suo stato corporeo, lasciandosi invadere dalla calma, dal silenzio, ascoltando e ascoltandosi vivere." (Umberto Galimberti, introduzione a Karl Jaspers, Il medico nell’età della tecnica, Cortina Milano 1991)
"Opportuno. Etimologicamente significa che spinge verso il porto. Il porto è, al tempo stesso, la fine di una traversata non sempre agevole, la meta del viaggio e l’approdo a una terra sconosciuta o già visitata. In questo libro vorrei dimostrare come la morte possa essere opportuna e perché bisognerebbe renderla tale." (Jacques Pohier, La morte opportuna. I diritti dei viventi sulla fine della loro vita, Avverbi, Roma 2004)
"Nessuno vive perché lo vuole. Ma una volta che vive lo deve volere." (Ernst Bloch, Diritto naturale e dignità umana, Giappichelli, Torino 2005)
"A causa dell’assurdità per un essere umano di continuare a vegetare in modo incosciente, il medico può, addirittura deve staccare il respiratore e rimettere alla morte il compito di definire se stessa attraverso ciò che inevitabilmente accade." (Hans Jonas, Tecnica, medicina ed etica, Francoforte ’85, Einaudi, Torino 1997)
"Nessuno vorrà negare che l’aspetto cerebrale è decisivo per la qualità umana della vita di quell’organismo chiamato uomo." (Jonas, cit.)
"… la morte può avere la sua giustezza e dignità e l’uomo il diritto che lo si lasci morire." (Jonas, cit.)
"Ci avviamo verso una sempre maggiore espansione della pura cosalità e dell’utilità senza limiti." (Jonas, cit.)
"Nessuno ha il diritto, men che mai il dovere, d’imporre (la sopravvivenza) a un altro negandogli prolungatamente l’autodeterminazione." (Jonas, cit.)
"(Nei casi di coma irreversibile)… si lasci morire come il corpo richiede la povera ombra di chi fu una persona e si ponga fine alla degradazione della sua sopravvivenza coatta." (Jonas, cit.)
"Si ha questo diritto (alla morte) perché si è uomini liberi e perché lo scopo della terapia medica presuppone la persona; presuppone quindi che si abbia a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato." (Hans Georg Gadamer, intervista rilasciata il 4-7-02)

Malati
"E’ orribile tra i vivi essere un morto. Essere il pupazzo con cui rappresentano un’assurda parodia…" (Ramòn Sampedro, Mare dentro. Lettere dall’inferno, Barcellona ’96, Mondadori, Milano 2006)
"Come vedi, a dio non importa – secondo i suoi intermediari – che si muoia d’inedia, ma se si ingoiano delle pillole allora se la prende." (Sampedro, cit.)
"… amo tutti gli esseri viventi, razionali o irrazionali, perché sono tutti misteriosamente belli. E visto che sono un essere razionale dotato di sensibilità estetica, non accetto la bruttezza di contemplare un essere vivente – in questo caso, me stesso – in uno stato di impotenza così miserabile." (Sampedro, cit.)
"… sono convinto che la libertà sia l’unica cosa che dà senso alla vita. La libertà è il desiderio più forte di qualsiasi essere dotato di capacità di movimento. Certo, si può rinunciare a gran parte di questo movimento continuando a sentirsi liberi e ci sarà chi si rassegna a sopravvivere senza alcuna volontà di muoversi. Io no. Io non accetto la vita senza la pur minima libertà di movimento che il corpo mi può offrire per permettermi di sopravvivere da solo. Senza questa libertà minima non è possibile provare felicità o allegria. Ci sono animali che in cattività non si riproducono nemmeno. Altri che muoiono di tristezza e malinconia, se privati della libertà. Anch’io sono un animale, in grado però di chiedersi quale sia il senso della vita, e la risposta che mi do è sempre la stessa: il senso della vita è la libertà per poter vivere, amare e morire…" (Sampedro, cit.)
"Io mi considero agnostico. Però penso che se l’utopia di tutti gli esseri viventi è riuscire a liberarsi del dolore, aspirazione che è propria anche dell’essere umano, allora dev’essere la speranza o la volontà anche di un ipotetico creatore. Il male che i cristiani vedono nell’eutanasia è, se non falso, erroneo, perché il male non è nell’atto in sé ma nelle intenzioni. Gli stessi cristiani sperano che venga un redentore a spazzare via il male dalla faccia della terra, mentre bisognerebbe pensare che questo è un dovere morale degli uomini." (Sampedro, cit.)
"Quel che pensano le autorità religiose a proposito dei miei diritti personali lo considero un crimine." (Sampedro, cit.)
"Capisci perché mi si nega questo atto di libertà, rispetto e amore per me stesso, che alla fine non è altro che un gesto di amore e rispetto per la vita stessa? La risposta è ovvia: per mantenere il principio di autorità e non per amore e rispetto della vita, della specie o dell’individuo. Così facendo non mi hanno mai rispettato. Il mio raziocinio e la coscienza passeranno dalla vita alla morte schiavi di altre coscienze. Avrò sofferto la più atroce e immorale delle schiavitù solo perché ai miei padroni conveniva politicamente. A un certo punto hanno abolito la schiavitù dei corpi, ma a quanto pare temono molto di più la libertà di coscienza." (Sampedro, cit.)
"I medici non salvano la vita. Riparano infortuni o curano malattie, e sperano come logica conseguenza di prolungare ancora un po’ la vita. Ma quando non si può sistemare o curare nulla, la loro autorità morale e i loro giudizi di valore su come e quando una persona può porre fine alla propria vita, la loro influenza sulle decisioni giuridiche o sulla coscienza dei legislatori non dovrebbero avere più peso della mia – in questo caso – o di qualsiasi altro cittadino che reclami di diritto alla propria morte." (Sampedro, cit.)
"Caro pretino, optare per l’eutanasia come atto di volontà personale è una condotta positiva. Superare la paura e rifiutare il dolore vuol dire diventare umani. (…) Ma giustificare la sofferenza come mezzo di purificazione morale può venire in mente solo a un essere moralmente degenerato, che sente di avere la coscienza sporca." (Sampedro, cit.)
"Non ci si può fare beffe dell’etica senza pagarne le conseguenze in termini di sofferenze umane." (Sampedro, cit.)
"Pensa, ministro e giudice, che non c’è violazione più immorale di quella di impossessarsi della volontà di un essere indifeso. Pensa che non c’è condizione più vulnerabile di quella di non poterti difendere da solo…" (Sampedro, cit.)
"Io voglio andarmene dall’inferno, per cui mi chiedo: che senso ha il dolore assurdo contro la volontà dell’essere umano?" (Sampedro, cit.) "Io sono stato imprigionato in una gabbia grande quanto il mio corpo, poi hanno buttato via la chiave." (Adolfo Baravaglio, Perché mi torturate? Tea, Milano 2007)
"… sono già morto una volta…" (Piergiorgio Welby, Lasciatemi morire, Rizzoli, Milano 2006)
"Io maledico i medici e i loro tubi infernali… Rivoglio la mia morte: niente di più niente di meno!" (Welby, cit.)
"L’eutanasia è, in molti casi, l’unica possibilità di opporsi all’onnipotenza della tecnologia, restituendo la morte alla morte…" (Welby sul sito dei radicali il 26-7-2002)
"Ancora alla metà di questo secolo non era raro trovare persone che temevano di essere sepolte vive, mentre oggi sempre più persone temono di non essere sepolte affatto. Anche se lo vorrebbero." (Welby, Lasciatemi morire, cit.)
"L’opinione pubblica è sempre più cosciente dei rischi insiti nel lasciare al medico ogni decisione sulle terapie da praticare." (Welby, lettera al Presidente della Repubblica Napolitano, videoappello del 22-9-06)
"Olanda e Belgio hanno introdotto delle procedure che consentono al paziente terminale che ne faccia richiesta di programmare con il medico il percorso di approdo alla morte opportuna." (Welby, Lasciatemi morire, cit.)
"Vorrei che i sogni perduti o abbandonati al mattino vicino al dentifricio, o quelli traditi per vigliaccheria o per calcolo cinico o per timore degli altri, ritrovassero la strada e rimanessero al mio fianco per farmi compagnia. E vorrei morire all’alba insieme a loro." (Piergiorgio Welby, Lasciatemi morire, cit.)
"Lasciatemi andare." (Karol Wojtyla, citazione riportata da Lina Ravanelli nell’articolo "La dolce morte di Karol Wojtyla", Micromega, settembre 2007)

Medici
"La medicina, da Ippocrate in poi, si esercita fra téchne e valori umani (…) proprio l’essere amico dell’uomo (filantropo) era il modo migliore per essergli veramente di aiuto usando le risorse dell’arte (tecnofilo)." (Giorgio Cosmacini, La qualità del tuo medico, Laterza, Bari 1995)
"Se l’arte medica è nata, se è stata trasmessa, se va perfezionata, lo è come misura del potere della natura, cioè come valutazione delle sue forze. A seconda del risultato di questa misura, il medico deve lasciar fare la natura, deve intervenire per sostenerla e aiutarla, oppure deve rinunciare a intervenire, poiché esistono malattie più forti della natura. Dove la natura cede, la medicina deve rinunciare." (Georges Canguilhem, Sulla medicina, Einaudi, Torino 2007)
"La trincea della Chiesa non può reggere. Per noi moderni la libertà è inarrestabile." (H. Tristam Engelhardt, Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano 1999)
"Il principio di non disponibilità della propria vita da parte degli esseri umani è, secondo me, un principio crudele che sequestra la libertà individuale…" (Umberto Veronesi, Il diritto di morire, Mondadori, Milano 2005)
"Sospeso intorno al finale resta il nucleo dei problemi che riguardano l’esperienza di un medico: ci sono differenze tra lasciar morire, aiutare a morire, provocare il morire? Sul piano della legge e della deontologia è evidente che sì. Ma, se queste differenze possono valere ai fini del codice penale e del codice di deontologia professionale, saremmo ipocriti a pensare che sono diverse anche sul piano filosofico ed etico. Non sono diverse e per una ragione logica: rispondono tutte allo scopo che si persegue, cioè abbreviare con un atto di pietà le sofferenze del malato." (Veronesi, cit.)
"Con il testamento biologico sarebbe un’altra cosa. E’ un allargamento del consenso informato, c’è una legge italiana secondo cui una terapia deve essere accettata dal paziente adeguatamente informato. E quel paziente può anticipare la sua decisione ed esprimere le sue volontà quando è nel pieno delle sue facoltà, nel caso non sia più in grado di esprimerle durante la malattia." (Veronesi, la Repubblica, 24-9-06)
"L’assenza di regole è la peggiore delle regole." (Veronesi, la Repubblica, 13-12-06)
"Spesso ho pensato che Welby aveva rischiato di non veder soddisfatta la sua legittima richiesta per una sorta di timore mediatico che lui stesso aveva creato. Il fatto di essere al centro delle cronache aveva fatto di lui, insomma, un paziente intoccabile, la cui sola colpa era di aver rivendicato un diritto apertamente e non clandestinamente. Rivendicandolo alla luce del sole si era quasi condannato a non vederselo riconosciuto nei fatti." (dal diario di Mario Riccio, in Gianna Milano e Mario Riccio, Storia di una morte opportuna, Sironi, Milano 2008)
"L’Italia è al penultimo posto in Europa, prima del Portogallo, per l’uso farmaceutico degli oppiacei. Ai primi posti sono Irlanda e Gran Bretagna. (Veronesi, cit.; dati confermati dal recente articolo "Dar sollievo agli ammalati" di Pietro Calabrese sull’inserto del Corriere della sera, Magazine, del 16-10-08).
"La straordinaria potenza delle nuove tecniche, infatti, mentre permette di salvare molte vite un tempo destinate a morte prematura, porta non di rado ad allungare il periodo dell’agonia e con ciò le sofferenze dei morenti, nonché a esiti disastrosi quali lo stato vegetativo permanente." (C. Alberto Defanti, Soglie. Medicina e fine di vita, Bollati Boringhieri, Torino 2007)
"Più che parlare, a questo punto bisogna fare, mi dico." (Mario Riccio, cit.)

Giornalisti, giuristi e altri commentatori
"Non capisco come sia legittimo per un uomo pianificare o decidere della propria vita, ma non sia legittimo decidere della propria morte!" (Indro Montanelli, citato da Veronesi nel Diritto di morire, cit.)
"Contraddittorio, perché l’ordinamento giuridico, che pur prevede il diritto di autodeterminazione e il divieto di accanimento terapeutico, è ispirato nel suo complesso al principio di indisponibilità della vita… (Gustavo Zagrebelsky, la Repubblica, 19-3-07)
"Di fronte al progresso della farmacologia e dell’ingegneria medica rimane ambiguo il concetto stesso di accanimento terapeutico sicché appare indispensabile e urgente un intervento del legislatore che affronti e chiarisca i gravi problemi che sempre più frequentemente si presentano al giurista e al medico." (Gaetano Nicastro, Presidente facente funzioni della Cassazione, Relazione inaugurale dell’anno giudiziario 2007)
"L’accanimento terapeutico, un concetto su cui si creano spesso fraintendimenti, non può essere definito da una legge, ma è solo il paziente stesso che può stabilire quando le cure si trasformano in un inutile e doloroso accanimento…" (Ignazio Marino, Il mattino, 2-3-07)
"Non è vero che il rifiuto delle cure sia ammissibile solo in presenza di accanimento terapeutico. Tra i moltissimi casi, mi limito a ricordarne uno solo, di particolare evidenza: quello della donna che, non ritenendo accettabile vivere con una menomazione, ha rifiutato l’amputazione di una gamba in cancrena ed è morta." (Stefano Rodotà, la Repubblica, 18-12-06)
"In particolare non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite - di valutare se le cure che gli vengono proposte, in tali casi di eccezionale gravità, sono effettivamente proporzionate." (Carlo M. Martini, Il Sole 24 Ore, 21-1-07)
"Dio non ci chiede di essere ostaggi di una macchina, dobbiamo guardarci dal trasformare la sacralità della vita in sacralità della tecnica, fino a fare della tecnica quasi un dio che dice: alzati e cammina." (Giovanni Reale, citato sul Corriere della Sera del 23-1-07, articolo di Gian Guido Vecchi)
"E’ importante sottolineare una contraddizione nella posizione della Chiesa cattolica sulle questioni di fine vita: da una parte si dichiara contraria all’accanimento terapeutico, mentre dall’altra si oppone ripetutamente all’interruzione di qualsiasi trattamento." (Matthias Bock, Valter Ciarrocchi, Christian J. Wiedermann, "Case involving end-of-life decision issues in Italy", Intensive Care Medicine, 14-4-07)
"Parlare di libertà nella scelta di morire non dovrebbe sembrare a nessuno una difesa arrogante del disprezzo della vita indebolita. Ma un atto d’amore per un’esistenza che ci è stata data, affinché, anche nel momento estremo, almeno in un barlume di coscienza, rimaniamo a immagine e somiglianza di chi ce l’ha donata. Non si tratta di attentare alla sacralità della vita. Al contrario, di avere della vita una concezione alta, come di un dono che si accoglie e si esprime nella libertà e nella dignità, non in un attaccamento, o accanimento, animalesco all’esistenza." Per quanto riguarda il medico, "non si tratta di tradire il giuramento di Ippocrate (…) E’ evidente che Ippocrate non era a conoscenza delle tecniche di mantenimento della morte in vita che noi conosciamo." (Gabriella Caramore, La fatica della luce, Morcellina, Brescia 2008)
"Mario Riccio, anestesista. Fra miliardi di parole spesso inutili, ha fatto l’unica cosa che contava. E non era facile." (Gianni Mura, "I cento nomi dell’anno", la Repubblica, 31-12-06)
"E’ la questione della natura, del lasciar che la natura faccia il suo corso… Lasciar fare alla natura imporrebbe, per coerenza, di rinunciare a ogni vaccino, a ogni antibiotico. Che cosa, se non un’ipocrisia, separa l’omissione, l’astensione dall’accanimento terapeutico, la spina staccata dall’azione (una flebo attaccata, una compressa fornita) che ottiene lo stesso risultato?" (Adriano Sofri, Panorama, 9-12-99)
"… la rianimazione somiglia a una sala di tortura. E’, per così dire, una tortura alla rovescia (…) per risanare un corpo già esanime…" (Adriano Sofri, la Repubblica, 18-10-06)

"La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi." (Epicuro, 341-271 a.C., Lettera a Meneceo sulla felicità)








pubblicato da a.tarabbia nella rubrica testamento biologico il 27 ottobre 2008