Testamento biologico

Ugo Sette



Se un giorno dovesse mai accadere il fattaccio che io muoia, non lo escludo ma non me lo auguro, spero con tutto me stesso o ciò che di me resta, di avere fatte un po’ di cose importanti nella mia vita. Mi chiamo Ugo, ho trent’anni in questo momento, vivo una vita di simil felicità e il futuro mi arride, presto poi del tutto involontariamente e inconsapevolmente pubblicherò il mio primo romanzo, sebbene le prospettive esistenziali mi appaiano ristrette, vuoi per l’attuale condizione economica e politica del paese, vuoi per la mia emotività vacillante. Ho una famiglia benestante, una ragazza bellissima, e sinceramente, allo stato delle cose, non saprei proprio considerare se sono capace a vivere senza di loro. Immagino quindi che se dovessi ritrovarmi attaccato ad una spina che mi tenga in vita, senza possibilità alcuna di dire basta, stop, chiudiamola qui, la mia famiglia che tanto tiene a me, inevitabilmente si indirizzerebbe verso una scelta di stampo direi cattolico, ovvero trattenermi tra i meno, senza lasciarmi andare beatamente tra i più. Detto questo, da anticattolico e anticlericale che mi ritrovo, innanzitutto vorrei che prima di me schiattassero un tot di persone brutte che conosco, se fosse possibile vorrei dare loro una mano con ogni mezzo conosciuto o di futura invenzione, poi di sicuro accetterei più volentieri l’idea di de-fungere.
Alla spina però non vorrei stare attaccato. Questo no, mai. Ne ho vista di gente messa in quel modo, e non è un bello spettacolo. Vorrei dire al papa e a tutti, quella non è vita. Quella è sopravvivenza vegetativa. Ok, pensieri, sensazioni, respiro, battito cardiaco ma vivere s’intende scopare, mangiare, leggere, amare, scorreggiare, correre sui prati in fiore, limonare, e chi ne ha più ne metta. Ma se dovesse accadere, se accadesse quel fattaccio brutto e improvviso tale da rendermi una larva flaccida e rincoglionita priva di qualsiasi parvenza vitale, vorrei innanzitutto risparmiare l’energia elettrica che di questi tempi le bollette costano. E una volta Morto vorrei donare parti di me al mondo e vado a elencare come dovrà svolgersi il tutto.
Le mani vorrei donarle ai lavoratori, magari strette a pugno e indirizzate al Cielo per ricordare loro e alla nazione intera le lotte sindacali e i cortei che si facevano una volta, invece di stare incollati alla tv a guardare "Veline" e le partite di calcio o ancora peggio lucidare le loro automobili da simil ricchi.
Le gambe e i piedi al Governo attuale, perché si ricordino che c’è sempre qualcuno pronto a calciarli nel deretano, visto che hanno disatteso ogni aspettativa che tanto pubblicizzavano.
La testa vorrei imbalsamarla e regalarla ad un museo. Il cervello vorrei fosse messo in un barattolo di vetro sotto spirito come in Frankenstein Jr. Il cuore vorrei che venisse mangiato come fanno nelle civiltà tribali. Il corpo intero e parte degli arti, vorrei fossero arsi al fuoco sopra a una pira per ricordare i malanni perpetrati secula seculorum della Chiesa Cattolica verso intellettuali e scienziati.
Dimenticavo, le palle vorrei donarle agli scrittori.
Sì, perché è una razza smidollata che si nasconde dietro una penna o un pc, invece di scendere in piazza e gridare, di denunciare ciò che non va, di battersi per un ideale, di morire. Troppo impegnati a compiacersi delle proprie seghe mentali sull’Esistenza per rendersi conto che la vita va vissuta per strada. E questo è quanto. Né più né meno.
Ugo

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pubblicato da ilprimoamore nella rubrica testamento biologico il 6 ottobre 2008