Testamento biologico

Alessandro Zanghi



Milano, Settembre 2008

Io, Alessandro Zanghi, nato a Taranto il 31 ottobre 1973, nel pieno delle mie facoltà mentali e fisiche, dichiaro che in caso di morte cerebrale, coma irreversibile o malattia grave, tanto grave da vedermi tenuto in vita da una macchina, inibita per sempre la mia facoltà di giudizio, nonché di libera scelta, le persone a me care, coloro che mi amano o chi, in tale sfigata situazione, ne avesse facoltà, potranno chiedere, per mio conto, l’eutanasia. Potranno chiedere insomma, di staccare la spina.

Potranno aggiungere, a suffragio di questa decisione, che non ho neanche mai avuto troppa voglia di vivere. E che una buona morte, a buon diritto, la meriti chiunque la desideri. E dichiaro inoltre che questo uomo, nato nelle migliori delle condizioni e forse, a Hegel piacendo, nel migliore dei mondi possibili, si è evoluto male, sviluppando solo facoltà di morte (come quella, ad esempio, di ostinarsi a tenere in vita un morto) e di superstizione. Ed è arrivato oggi, con la modernità come Nietzsche la intende, alla totale decadenza. Alla dissoluzione. Lacerato il velo del superficiale, è rimasto a guardare i brandelli svolazzare nel nuovo universo. Disinteressandosi non poco della sua essenza. In definitiva, con onestà, delle volte mi vergogno di appartenere a questa razza umana, oltre che al frutto delle sue malefatte.

Proprio ieri, di sfuggita, avevo guardato in televisione delle immagini di madre Teresa di Calcutta. L’audio era assente. Vedevo solo le immagini. Il classico velo copricapo bianco perimetrato da una striscia azzurra le avvolgeva il viso sofferente. La guardavo in mezzo a gente affamata e ammalata, che cercava di dare una mano. I suoi occhi e l’espressione del volto però, mi facevano pensare. Aveva la faccia preoccupata, come se le cose stessero andando per il verso sbagliato. Doveva essere spinta a quella vita da un vero, profondo senso di pietà per la porzione di umanità di cui si prendeva cura e, per estensione, per tutta la razza umana. La stessa pietà che io provavo per gli altri animali del pianeta. Chissà se madre Teresa odiasse gli altri animali come io odiavo la razza umana. Chissà se un giorno una razza animale mi avrebbe fatto santo.

Addio, quindi potrà aggiungere il mio caro, un bell’addio da parte mia. La schietta saggezza silenica a braccetto con l’adagio: meglio tardi che mai. E quando sarò morto, avrò scritto già da qualche altra parte se vorrò essere cremato, o seppellito, o imbalsamato. A voi ora non deve interessare nient’altro. Non tenetemi in vita se non ne è il caso. Se è già morto il mio cervello. Posso ancora mangiare e bere con cannucce e aghi e bocce di glucosio e quant’altro. Posso ancora addirittura sorridervi. Ma non è un gesto d’amore. Il mio non lo è. E nemmeno il vostro.

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pubblicato da ilprimoamore nella rubrica testamento biologico il 23 settembre 2008