Testamento biologico

Demetrio Paolin



Le righe che seguono potrebbero essere definite qualcosa intorno al mio testamento biologico. Lo scrivo dubitante perché non so se quello che segue possa essere definito un testamento. Sono ragionamenti intorno al mio desiderio di scrivere un testamento e allo strano motivo per cui proprio ora sento il bisogno di interrogarmi.

Ho 34 anni e godo di buona salute. Eppure sono qui a parlare del giorno in cui morirò, e mi pare giusto che io faccia ora questi ragionamenti, perché dopo un periodo travagliato ho raggiunto una certa stabilità.
C’è stato un momento della mia vita, tra i 17 ai 25, in cui pensavo intensamente alla morte, ma mai alla mia morte. Cosa che invece adesso mi pare importante.
Ho fatto delle scelte in questi anni piuttosto decisive. Ho una famiglia, una casa. Ho scelto di scrivere. E’ una questione di maturità e bisogna quindi avere un rapporto con la morte che esca dal qualunquismo dell’adolescenza e diventi qualcosa di più concreto.
Io devo pensare alla mia morte. Al giorno che sarà, quando sarà.

Sento che devo fare i conti con la mia finitudine, ma non come qualcosa di poetico, e neppure di romanzesco, ma di assolutamente concreto. Ho relazioni, ho persone che amo e da cui sono amato. In poche parole sono felice e proprio la felicità mi concede la possibilità di pensare al giorno in cui morirò..

E che c’entra la felicità con il testamento biologico?
C’arriviamo. Qualche sera fa ho rivisto un film che amo molto, Million dollar baby. Di solito mi colpiva il momento finale. Il vecchio allenatore entra con il suo passo da cow boy nella stanza d’ospedale, fa quello che deve fare senza troppi fronzoli e se ne esce.

Questa volta a farmi riflettere, invece, è stato il dialogo che precede queste scene. Ovvero quello in cui la ragazza, ormai paralizzata, senza una gamba e che dispera di vivere, chiede al suo allenatore di farla morire.
In particolare è il suo discorso che mi pare convincente.
Quando dice, più o meno (vado a memoria) che lei vorrebbe morire prima che l’eco del suo nome pronunciata dal pubblico sugli spalti svanisca dalle sue orecchie e dal la sua mente.
Quando ho sentito queste parole mi sono tornate alla mente quelle di Mozzi, che nel suo testamento dice: io voglio morire come una creatura.
E’ una frase forte e d’impatto, ma non è per questo scopo, che Giulio l’ha usata.
Non voleva scrivere qualcosa di poetico o di romanzesco, ma definire i contorni del suo essere "Io".
Io voglio morire come una creatura, è una frase che mi convince. Anche io voglio morire come creatura, ma perché questa frase mi convince?
Non per la sua evocazione poetica o letteraria, ovviamente, ma per la sua carica morale. Per quella carica morale che vedo dispiegata nel monologo di Million dollar baby.
Morire come creatura significa "morire prima che l’eco del mio nome gridato dalle persone si spenga". Cosa significa questo per me?
Significa, provo per approssimare, che io voglio morire prima che il mio io più profondo, ciò che più mi definisce, venga meno alla mia comprensione. Per la pugilatrice, quello che la definisce è l’urlo della folla, che indica chiaramente ciò che lei è: una che combatte, ed è brava a combattere, che grazie alla sua capacità di combattere ha visto cose, ha vissuto momenti importanti; che combattendo è arrivata a questa percezione chiara di sé e del suo voler morire "prima" che si spenga l’eco del suo nome.
La pugilatrice muore come una creatura e non come un essere vivente. Perché l’essere vivente può essere tenuto in vita da macchinari, oppure può essere vivo perché il cuore batte, il respiro c’è, ma il cervello è completamente chiuso in un coma irreversibile.
Io voglio morire come una creatura ovvero avendo chiaro ciò che ho fatto, ciò che lascio da fare e ciò che perdo. Essendo consapevole della felicità che ho vissuto, ma anche del dolore che ho patito e causato. Del bene fatto e del male compiuto.
Vorrei morire come una creatura che è consapevole di quello che le aspetta dicendo "Voglio morire come una creatura". So che dicendo "voglio morire come una creatura" mi impegno a dare dei limiti, a porre dei confini e impegno altre persone a rispettare questi limiti e confini.
E qui entra in scena il secondo problema. C’è stato un tempo in cui pensavo che la morte fosse un fatto personale. E’ un atteggiamento tipico dei 20enni, ci si convince che si muore da soli.
Ora se penso alla redazione di testamento biologico, è chiaro che mettendo per iscritto le mie volontà coinvolgo una persona o una serie di persone nel mio volere.
La pugilatrice lo fa con il suo allenatore, decide che lui è la persona che può far rispettare le sue scelte. Quando ho visto questa scena ho pensato proprio alla conclusione del testamento di Giulio: "Credo che chiunque deciderà per me, deciderà per amore; e sarà responsabile della sua decisione. ("Decidere per amore" e "essere responsabili": due modi, mi pare, di dire la stessa cosa)".
La protagonista sapeva che chiedendo al proprio allenatore avrebbe chiesto ad una persona che avrebbe deciso per amore e che era responsabile. Chi deciderà per me deve amarmi al punto d’essere responsabile del mio "voler essere creatura" fino alla fine, avendo chiaro che io non voglio essere "un essere vivente".
Riuscirà chi amo a fare questo? Se guardiamo il film, la persona che dovrà decidere per me verrà criticata non tanto sulla leicità di ciò che fa, ma sul fatto che in questo modo lei, che è chiamata a compiere questo gesto, potrebbe perdersi.
Ecco la mia morte smette all’improvviso d’essere mia e diventa una relazione con la persona che amo, che è responsabile della mia scelta e di quei confini dell’Io che ho tracciato e descritto. E lo farà a prescindere da quello che lei pensa e crede?
Io credo di sì, e lo farà perché mi ama e perché è responsabile e sa che cosa intendo io quando dico: voglio morire come una creatura.

[so benissimo che questo non è un testamento. Non voleva esserlo, ma contiene al suo interno una serie di verità sull’appressarmi alla mia morte. Ho chiaro quale sia "l’eco che del pubblico che voglio sentire" e ho chiaro chi sarà la persona a cui chiederò d’esserne responsabile. Questa parte però è privata come è giusto che sia. E sarà resa nota alla persona interessata al momento giusto.].

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Per informazioni su questa iniziativa: qui

I testamenti biologici su Vibrisse: qui

Invitiamo i nostri lettori e chiunque altro vorrà liberamente farlo a far sentire la propria voce scrivendo il proprio testamento biologico, mandandolo a ilprimoamore@gmail.com e dandoci il permesso di renderlo pubblico.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica testamento biologico il 9 settembre 2008