Testamento biologico

Andrea Tarabbia



Io ho trent’anni e ho paura della morte – che ci tocca e ci può raggiungere in molti modi spaventosi. Ho paura che il percorso finora sostanzialmente sano e biologicamente sereno che mi sta avvicinando a lei possa subire una qualche interferenza, un’intromissione violenta e improvvisa. Ho paura della malattia, della non autosufficienza, della sporcizia. Ho paura della feroce capacità di improvvisazione che hanno il caso e la malattia, e ho paura della tenacia della sofferenza.

Per me è molto difficile scrivere il mio testamento biologico, perché nonostante mi sia trovato molte volte vicino ad alcune forme vegetative di esistenza, e nonostante possieda una sorta di sottopensiero che quotidianamente mi rende cosciente della possibilità di crollare qui, adesso, e di rimanere infermo, di perdere le facoltà e la coscienza del mondo, nonostante questo, ecco, io ho trent’anni, non ho ancora fatto i figli che vorrei fare, non ho ancora scritto tutto quello che vorrei scrivere, non ho ancora visto tutto quello che vorrei vedere e mi sento vivo.

Ho vissuto per quindici anni a stretto contatto con una persona colpita da una forma violenta e irreversibile di ictus cerebrale. Quando avevo dodici anni un condotto sanguigno nel cervello del nonno si otturò all’improvviso a Aix en Provence, e la metà sinistra del suo cervello divenne una specie di sasso nero che gli bloccò totalmente l’uso della parte destra del corpo e la facoltà di parola. In precedenza, da bambino, avevo conosciuto l’infermità volontaria di una vecchia bisnonna. Io ho sempre visto gli ospedali e le case di cura, e in questi posti ho sempre visto persone immobili, spesso in stato di semicoscienza, e infermiere o parenti strette con sondini, pappagalli, padelle. L’immobilità e l’incoscienza sono parte del mio immaginario. E tuttavia ho paura.
Io ho visto e registrato la progressiva anestetizzazione delle facoltà cerebrali ed emotive del nonno – che non si è mai trovato in uno stato completamente vegetativo, ma che tuttavia rimane per me il metro di paragone quando penso alla morte e alla malattia: l’ho visto inventarsi delle ridicole articolazioni vocali per farsi capire, o escogitare delle teatrali espressioni degli occhi per comunicare un giudizio; l’ho visto piangere per qualsiasi cosa – perché entravo in casa sua all’improvviso, o per qualche pensiero mutilato che gli transitava di colpo per la testa; l’ho visto sforzarsi di imparare a scrivere con la sinistra e avere pudore di defecare nel pannolino in mia presenza. Pochi anni più tardi l’ho visto perdere il contatto con la realtà, guardare nel vuoto, rifiutare il cibo e non riconoscere nessuno che non fosse la nonna, fino a che, nelle ultime settimane, l’ho sentito respirare grazie a una sonda e l’ho guardato mentre moriva senza potersene render conto. Qualcuno a un certo punto l’ha guardato e ha detto: «Forse è morto», e il nonno lo era davvero.

Spesso, con tutta l’umanità di cui sono capace, io gli ho augurato la morte. Sono consapevole che non sarei mai stato in grado di staccargli la spina, o di decidere per lui la sospensione degli alimenti nelle ultime settimane di incoscienza che trascorse in ospedale, reparto Medicina, all’inizio del mese di gennaio 2005.
Come io non sarei stato in grado di decidere per lui, non voglio che qualcun altro (la mia famiglia, la fidanzata, gli amici o semplicemente le istituzioni) provi il dolore tremendo di dover decidere per me. Io sono in grado di desiderare – per pietà, per amore – la morte di qualcuno; non sono in grado di deciderla, e così credo sia e debba essere per gli altri. Il nonno, negli anni Ottanta, quando ci veniva a trovare la sera, diceva che se gli fosse capitato qualcosa di tremendo e irreversibile avrebbe voluto morire immediatamente; pochi mesi dopo il grumo di Aix en Provence lui, da sempre un mangiapreti, aveva imparato a farsi il segno della croce con la mano buona. Alcuni anni più tardi, nel letto dove morì, non sapeva più nemmeno di essere in un letto e di avere noi intorno.

Io ho paura della malattia e della sofferenza. Nel caso mi dovessi trovare immobile in un letto, incosciente, tenuto in vita e alimentato da una macchina; nel caso questa condizione fosse giudicata – dopo opportuni controlli – irreversibile; nel caso mi trovassi nella condizione accertata di non poter intendere né volere, di non poter sentire né pensare né soffrire né tantomeno avere coscienza di essere così prossimo al trapasso: ecco, in questo caso io rifiuto l’accanimento terapeutico, o l’alimentazione forzata, io rifiuto la pornografia di una non-vita trattenuta a forza.

Le parti ancora vive di me, quelle che miracolosamente dovessero ancora funzionare, le voglio donare. Lascio a chi mi è vicino la decisione se cremare i pezzi rimasti del mio corpo, che ormai non è più mio.

Andrea Tarabbia

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pubblicato da ilprimoamore nella rubrica testamento biologico il 8 settembre 2008