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Clonati e plagiati
Benedetta Centovalli

Per Il codice Da Vinci (giocattolo da 40 milioni di copie, tradotto in 44 lingue), Dan Brown e il suo editore americano sono accusati di plagio da due storici inglesi. Il tribunale è al lavoro e la sentenza è prevista in breve. Il 19 maggio è annunciata l'uscita del film tratto dal best seller con Tom Hanks e Audrey Tautou nelle sale cinematografiche. Un perfetto e poco onorevole tempismo. Ma il discorso sul plagio che ci interessa fare qui è un altro.
Di plagio si parla sempre più spesso, a volte senza un vero motivo. Lo si è volutamente confuso con la parodia come nel caso di alcune riscritture ironiche e dissacranti di successi di qualche anno fa (il caso di Luttazzi che «rilegge» Va' dove ti porta il cuore).
La storia della letteratura è una lunga storia di paternità e di parricidi, di maestri e di nemici. La letteratura nasce e cresce debitrice verso la tradizione. Non c'è letteratura senza «plagio». Le cover letterarie non sono una novità. Eppure nella nostra epoca tardomoderna le ragioni che spingono un autore a citare o a rifare sono forse più complesse di un tempo. Distinguerei oggi due motivazioni di fondo che possono indurre chi scrive a replicare un modello. Non sono motivazioni in alternativa tra di loro ma piuttosto una la conseguenza dell'altra. La prima deriva dalla convinzione che ogni fenomeno artistico sia frutto oramai solo di una ripetizione essendo tutto già stato scritto, detto, fatto. Questa convinzione è figlia del postmoderno e della sua filosofia terminale. Un'estetica del postumo, della fine, della morte della letteratura. Una filosofia in saldo per una cultura al buio. La seconda deriva dal mercato. Sulla liberalizzazione della ripetizione e della citazione da parte del postmoderno il mercato ha potuto consolidare il proprio impero massmediatico, si è appropriato di questa libertà riconosciuta sviluppando spinte sempre più forti a clonare tutti i modelli che hanno avuto successo. E la clonazione è diventata la cifra della nostra epoca. Ma questa clonazione, cioè la copia di modelli e di format di successo, non ha più nulla a che fare con la questione dei maestri e con la trasmissione della cultura. La clonazione, svincolata da qualsiasi debito contratto con il tempo, rifugge dall'autocertificazione, dai propri dati originari, e si muta in plagio, copia rubata, replica oscura e reticente di un originale.
Nella filologia i codici che riportano uno stesso manoscritto si chiamano testimoni, ecco noi abbiamo perduto proprio la capacità e la responsabilità di testimoniare a favore di una continua e falsa innovazione. Il plagio come moderno mestiere dell'innovatore. Un paradosso per recuperare l'illusione del nuovo, la trappola dell'up-to-date. La trappola del ricominciare senza cominciare davvero. La cancellazione della possibilità di un vero incipit, di un esordio. Quell'Ur-Text che oggi cerchiamo di dimenticare con la ripetizione – quell'Ur che evoca l'inizio, la storia e la possibilità di futuro - è il custode della nostra capacità di creare. Attraverso il plagio è proprio la spinta creativa ad essere castrata, nella copia il mondo della creazione si spenge a favore di ciò che l'esperienza conosce e riconosce senza sforzo. Negando l'evoluzione dell'esperienza si impedisce la possibilità di reinventare il mondo, di moltiplicarlo, di tenerlo vivo fuori dalle gabbie. L'enorme successo in questi ultimi anni del romanzo di genere, dopo decenni di veto insensato su questo tipo di narrativa seriale, non è il risultato di una laica apertura culturale, ma di un calcolo preciso che ha reso possibile una revisione della borsa valori a favore solo di quella letteratura che non riscrive i modelli del giallo, dello storico o del rosa ma là dentro si eclissa e scompare.

(Pubblicato su Stilos, 14-27 marzo 2006)
 



Pubblicato da b.centovalli il 16-03-06
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