Il traboccamento #4
Antonio Moresco
Una bravura fuori dal comune. Una diligenza fuori dal comune. Ma
allora… che cosa manca?
Altri cliché “patologici”: assassino psicopatico, sdoppiamento
della personalità…
Il tragicomico paradosso dei due clowneschi investigatori
kafkiani e beckettiani che, in mezzo a tutto quel mondo dominato dalle stragi e
ormai sull’orlo della catastrofe, insistono nella loro indagine su un singolo
assassinio privato (quello della madre) da parte di un assassino di
professione, perché il primo -a differenza degli altri- è privo di trascendenza
ideologica e statale.
Ma ci pensa Himmler a mettere le cose in chiaro e a scagionarlo
immediatamente:
“Obersturmbannführer, comincio a conoscerla. Lei ha i suoi
difetti: è, mi scusi se glielo dico, ostinato e a volte pedante. Ma non vedo in
lei la minima traccia di una tara morale. Sotto il profilo razziale, è un
perfetto esemplare nordico, con forse una goccia di sangue alpino. Solo nazioni
degenerate, Polacchi, zingari, possono commettere un matricidio. O un Italiano
dal sangue bollente, durante una lite, non a sangue freddo. No, è ridicolo. La
Kripo è del tutto priva di buon senso. Bisognerà che dia istruzioni al
Gruppenführer Nebe perché addestri i suoi uomini all’analisi razziale,
perderebbero molto meno tempo.”
Però anche questo giallone psicopatologico ficcato dentro… non è
un altro cliché?
E poi tutto quel mettere le mani avanti, quelle civetterie
letterarie che passano attraverso la voce del protagonista narrante:
“Il 9 aprile… ah, ma a che pro raccontare giorno per giorno
tutti questi particolari? E’ spossante, e poi mi annoia, e probabilmente annoia
anche voi. Quante pagine ho già accumulato su queste peripezie burocratiche
prive di interesse? Continuare così, no, non ce la faccio più: mi cade la penna
di mano (la stessa espressione -ma
con ben altra potenza “negativa”- anche in una delle lettere di Sade, da
Vincennes, dove si trova incarcerato: “La penna mi cade dalla mano. E’
necessario che io soffra. Addio, carnefici, è necessario che io vi maledica”), o meglio la stilografica. Forse potrei tornarci sopra un altro
giorno; ma perché mai riprendere quella sordida storia dell’Ungheria? E’
ampiamente documentata nei libri, da storici che hanno una visione globale ben
più coerente della mia…”
Cosa sarebbe successo se su tutta questa spaventosa materia
“storica” avesse posato il suo sguardo spiazzante Tolstoj?
Altro cliché:
“… ed è normale che ogni gruppo umano voglia sterminare quelli
che contendono la terra, l’acqua, l’aria, perché mai, in effetti, trattare un
ebreo meglio di una vacca o di un bacillo di Koch, se possiamo farlo, e se
l’ebreo potesse farebbe lo stesso con noi, o con altri, per garantire la
propria vita, è la legge di tutte le cose, la guerra permanente di tutti contro
tutti, e io so che questa idea non ha niente di originale, che è quasi un luogo
comune del darwinismo biologico o sociale…”
Certo, certo, questa è la voce e il pensiero del protagonista.
Però, però… questo povero darwinismo sociale ideologizzato come può essere la
sola base di questo enorme castello del male?
Cosa sarebbe successo se su tutta questa spaventosa materia
“storica” avesse posato il suo sguardo spiazzante Dostoevskij?
Sproporzione tra la straordinaria bravura dello scrittore e la
banalità e la mancanza di originalità di pensiero e di sguardo dello stesso.
E anche questo “superiore” cinismo non è un altro cliché
culturale?
Il tentativo di essere proporzionale all’enormità che intende
evocare… e poi di fatto: aver scritto un romanzo tradizionale (non uso questa
parola con un intento negativo -né alla Adorno- rispetto al romanzo
“modernistico” del Novecento, che mi interessa molto meno di quello
dell’Ottocento), nonostante tutto un grande e bel romanzo tradizionale (alla
Thomas Mann e postmoderno), su una materia che avrebbe invece potuto (dovuto?)
mettere in totale sofferenza e invenzione tutto quanto (come hanno fatto, nel
cuore stesso dell’Ottocento, scrittori come Tolstoj con Guerra e pace, Hugo
con I miserabili, Dostoevskij con I demoni…).
Il limite di questo libro non sta nell’aver osato troppo ma, al
contrario, nell’aver osato troppo poco.
E poi anche questi parallelismi e richiami letterari e
culturalistici più o meno rovesciati (Un eroe del nostro tempo di
Lermontov, il Tristano di Thomas, la lettura dell’Educazione
sentimentale di Flaubert, cui il
protagonista si dedica durante l’ultima parte del libro) non rivelano anche una
gracilità dell’immaginazione fondativa che sta alla base del libro e un
cortocircuito piccolo?
Un vero mistero come una simile
capacità letteraria cumulativa sia così prigioniera di cliché che le
impediscono di spaccare veramente la maschera dell’epoca su cui posa lo sguardo
e di farci (ri)vedere con occhi nudi e bruciati questo orribile mondo, che è
anche il nostro. Che non sia riuscita a sfondare dal suo interno questa gabbia
con il suo stesso proporzionale crescere e traboccare.
L’elemento psicopatologico e onirico. Le visioni e i sogni
coprofagici: cliché sadiano.
Il travestismo in cornice nazista: cliché viscontiano, e di
molti altri.
La rottura che viene a volte operata in altri romanzi che solo
superficialmente e mistificatoriamente possono essere definiti “storici”, da Guerra e pace ai Miserabili…
Persino nel novecentesco Il dottor
Zivago, dove viene inserito nella
grande cornice storica della rivoluzione e della guerra un protagonista che è
anche una figura fuori asse, che crea scarto, sconnessione, scompenso… Qui
invece c’è il personaggio psicopatologico “giusto” al posto giusto, nella sua
cornice giusta. Cosa che appare in tutta la sua imbarazzante evidenza nella
parte finale del libro.
Altro cliché: i gemelli, la gemellarità… Tournier, Le meteore…
Il limite nichilistico della biologia umana ideologizzata e
senza passaggi.
E ci sono anche scene imbarazzanti e cadute continue nel kitsch:
i suoi godimenti autodistruttivi e panici nel bosco che circonda la villa della
sorella e del marito paralitico (e musicista).
Un romanzo tradizionale, ma come può e deve essere “tradizionale”
un romanzo di questa epoca, dove vengono inseriti anche elementi “trasgressivi”
ma resi anch’essi ormai tradizionali cliché trasgressivi.
Altro cliché: il feticismo.
Ed è un cliché anche questo bisogno d’amore bloccato da cui
deriverebbe tutto il resto, e che fornirebbe in qualche modo una spiegazione
culturale, psicopatologica ed esistenziale, mentre ci saranno stati sicuramente
chissà quanti criminali nazisti (la maggioranza, probabilmente) che avranno
avuto un’infanzia “normale” e “felice”, saranno stati rigorosamente
eterosessuali e avranno voluto bene alla loro teutonica mammina, che saranno
stati ottimi padri di famiglia, che non saranno stati omosessuali, bisessuali,
feticisti, ecc…
Man mano che vado avanti, sempre più zone farraginose,
culturalistiche e kitsch:
“Se solo potessi avere ancora un’erezione, pensai, potrei
servirmi del mio cazzo come di un piolo indurito nel fuoco, e accecare quel
Polifemo che mi rendeva Nessuno.”
Cosa succede, man mano che si arriva alla fine di questo libro?
Perché cade così, sbarella così? Perché si affida sempre più ai cliché, al
kitsch? Perché non c’è tenuta di pensiero e invenzione?
E’, nello stesso tempo, troppo e troppo poco romanzesco.
Le accuse a questo libro sono fuori tiro, anche per quanto
riguarda la posizione dell’autore rispetto alla materia e il suo coinvolgimento
morale, che sono anzi fin troppo espliciti. E’ anche questo che non funziona:
non è né una cosa né l’altra. Non c’è né la durezza “negativa” e disumana del
reprobo né la grandezza di chi riesce a sradicarsi da se stesso e dal proprio
male.
E poi L’arte
della fuga, i cliché cinematografici, il
dipanarsi finale di questo “giallo” che avevamo capito tutti da un pezzo…
Il personaggio-tunnel non poteva alla fine che arrivare a
Hitler, e portare anche tutti noi al cospetto di Hitler.
La scena in cui gli morsica il naso. Imbarazzante, gratuita. Per
dire cosa? Una stupidaggine assoluta, incomprensibile alla fine di un libro
-comunque- così significativo e importante.
La giostra finale, meccanica e astratta, degli omicidi allo zoo,
come in un mediocre poliziesco.
Non capisco, non capisco come sia potuto succedere che lo stesso
scrittore che è riuscito a tenere un simile passo per gran parte del libro si sfracelli
poi così, con questi ridicoli, frivoli e narrativamente meccanici e
superficiali “colpi di scena” tenuti in serbo per il finale.
Un’altra spiegazione storica, o storico-biologica, o
storico-biologico-patologica (novecentesca e postnovecentesca, stavolta), dopo
quelle ottocentesche di cui Tolstoj ha mostrato l’inconsistenza? La patologia
della storia e dei suoi microrganismi umani completamente agiti dal potere
contingente sul mondo e sul tempo e irretiti nella sua nebulosa
biologico-culturale che riempie e satura di volta in volta completamente la
Storia. La biologia-patologia che non sta a sua volta dentro qualcosa d’altro e
di infinitamente più grande. Che non riesce ad attraversare e sfondare la
conseguenzialità -in questo caso “negativa”- degli avvenimenti e dei
comportamenti, travolta dal fiume biologico della storia umana. Per questo la
deforma soltanto, la deforma perché non riesce a sfondarla e ad oltrepassarla,
perché non riesce a superare una visione -ancora e sempre- unidimensionale, anche
se patologica, della Storia. (Continua. Prima, seconda e terza parte.)
Pubblicato da a.moresco il 22-06-08
il richiamo della foresta