Eppure c’ero anche nel 2001, ero presente e vigile, ma non
mi sembra di ricordare che i fascisti avessero rialzato la cresta come ora. Si
sente dappertutto e sempre più forte il puzzo.
No. Mi sbaglio. Nel 2001 hanno alzato eccome la cresta.
Ricordi? I ministri neofascisti in visita a Bolzaneto durante le torture nella
prima notte della democrazia italiana del XXI secolo, i canti nazisti e le
filastrocche cilene, i pestaggi, il sangue.
Cosa è cambiato, da allora a oggi? Nel 2001 quella prima
sospensione della democrazia si è trovata di fronte a una effettiva reazione di
popolo: se un 24 luglio, in piena estate, si raccolgono nelle piazze decine e
centinaia di migliaia di cittadini indignati e adirati, vuol dire che esiste
ancora un argine, che non è (ancora) possibile scalzare impunemente l’ordine
democratico.
Questa è una mia idea, la si prenda per quello che è: oggi,
se si verificasse un evento simile, non ci sarebbe la stessa risposta, la
stessa reazione. E non potremmo più contare nemmeno su quella sponda
istituzionale minima che avevamo allora.
*
Quanti saranno ancora i 25 aprile che celebreremo?
I partigiani, i deportati, i testimoni oculari se ne vanno.
La storia della resistenza si allontana, la memoria della catastrofe del
ventennio e della guerra svanisce dalle coscienze, si fossilizza. Da tempo a
Milano – da sempre laboratorio del peggior nuovo – le istituzioni (che si
fondano, è bene ricordarlo, sulla costituzione repubblicana e antifascista
scaturita dalla resistenza) disertano le cerimonie e fanno opera costante di
revisionismo (del resto, basta guardare la composizione della maggioranza in
consiglio comunale per smettere di meravigliarsene).
In un certo senso non sbagliano: oggi l’antifascismo è un
corpo estraneo alla gran parte della collettività, un anacronismo se non
addirittura un disvalore.
Come ha scritto
Antonio Moresco,
«Questo è un paese che ha assaggiato il fascismo. E gli è piaciuto».
Gli ufficiali con le mostrine tornano a canticchiare le loro
canzonette di merda, Giovinezza, Faccetta nera… Nelle caserme i vertici
militari fanno
spudoratamente campagna elettorale per i nuovi gerarchi.
Le peuple, a quanto sembra, è tutto un osanna. Quanti
incarogniti, nel peuple, quante facce scontente e quanti musi rognosi, ma
intanto la delega in bianco l’hanno firmata.
Se non saranno incauti, se non si faranno fregare dalla
fretta, quelli che adesso sono seduti in cima alla scala andranno lontano.
Dureranno a lungo.
*
Gli industriali presentano il conto. Fine della
contrattazione nazionale, via libera alla contrattazione locale, aziendale,
individuale. Gli unici a credere ancora nella lotta di classe, i padroni. Gli
unici a farla, e a farla bene.
Hanno distrutto il mondo del lavoro, gettato intere
generazioni nella fogna del precariato. Senza casa, senza contratto, senza
pensione. Senza rappresentanza, senza diritti, in balia di qualsiasi ricatto,
foss’anche solo quello dei bisogni primari.
Non resta che vibrare il colpo di grazia. I lavoratori sono
pronti ad accettare qualsiasi cosa, persino a mangiare la merda. Sono strozzati
dalla precarietà, dalla crisi economica, dalla desertificazione della vita
materiale e spirituale, rintronati dalla propaganda terrorista, colonizzati da
paure, insicurezze, mutui a tasso variabile, desideri indotti.
*
Senza dimenticare i preti: anche loro, è certo,
presenteranno il conto.
*
Ritrovo per caso un vecchio ritaglio, un’intervista a Piero
Fassino risalente al gennaio del 2007.
Vi si discute di riforme, riformismo e finanziaria
(l’intervista si può leggere
qui).
So che non è bello infierire sui vinti, ma in questo caso mi concedo un’oncia
di crudeltà.
«Abolire la legge Biagi, come dice certa sinistra, è solo
uno slogan antiriformista. Io sono sempre stato favorevole alla flessibilità, e
mi oppongo alla difesa delle antiche rigidità. Al tempo stesso devo impedire
che i lavoratori flessibili diventino precari a vita. Quindi, devo introdurre
protezioni. D'altra parte, questa era proprio l’idea di Marco Biagi, che era un
teorico della
flexsecurity…»
«Dopo anni e anni in cui si parla di riforme senza farle,
sono per usare il messaggio della Bibbia: il tuo sì sia sì, il tuo no sia no…»
«Chi come me fa politica da tanti anni sa bene che alla fine
quello che conta è la prova del budino. Bisogna mangiarlo, per sapere se è
buono oppure no.»
Come allora, resto abbagliato dall’
agudeza tipicamente
barocca con cui si accostano le citazioni cristiche e la prova del budino,
l’intrigante erotismo della lingua, che contrappone turgori e morbidezze (senza
dimenticare le adeguate
protezioni, preziosissime nell’era dell’AIDS) in
un climax ascendente che culmina in quel “
flexecurity”, vero e proprio
mot
mistérieux, oscuro e conturbante, dietro il quale, in controluce – una
tecnica consumata della pubblicità subliminale – è difficile non leggere la
parola
sexecurity…
*
Tre quattro morti sul lavoro al giorno: nessuno fa una
piega. Sì, la solita frase di circostanza. Ma il “vero” problema, come si sa, è
un altro: i rom, oppure i rumeni, o meglio tutti e due.
Nel posto in cui lavoro più di un collega è sinceramente
convinto che in Italia siano le forze dell’ordine la categoria che conta più
morti all’anno. (La mia espressione la prima volta che ho sentito dire una cosa
del genere…)
Se gli si spiega che non è così, che sono molti ma molti di
più i morti sul lavoro tra i lavoratori
senza uniforme, pistoletta e
manganello, il collega viene attraversato da un fremito di perplessità (si
sente il rumore delle sinapsi superstiti che si scambiano dopo tanto tempo e
qualche scarica elettrica), poi torna ostinatamente alla propria inestirpabile
convinzione: in Italia ogni giorno muoiono sul lavoro tre o quattro poliziotti
e carabinieri.
Accanto all’insicurezza percepita, evidentemente, esiste
anche la statistica percepita.
*
Il budino sa di merda. I lavoratori sono pronti a tutto,
persino a mangiare il budino di merda.
*
Un portinaio precipita da un terrazzo e si schianta sulla
strada sottostante. Muore così, sull’asfalto, con in mano ancora lo straccetto
che usava per fare le pulizie. Il suo corpo è a terra, i soccorsi – purtroppo
vani – devono ancora arrivare. Più di una persona che si trovava a passare di
lì, a quanto pare, ha scavalcato il cadavere e ha continuato per la sua strada.
Questo è successo ieri a Roma, in pieno centro.
Sarebbe una notevole metafora dei tempi che corrono, se non
fosse che parlare di metafore quando ci sono di mezzo il dolore e la morte in
carne di ossa mi è sempre sembrato un comportamento ignobile.
Peraltro è anche un vezzo intellettuale di grande successo.
*
«Domani compirò un atto d’amore.
Domani abbraccerò il
sultano. Lo abbraccerò e lo stringerò forte a me, perché non si possa più staccare.
Voglio che senta il calore della mia pelle, il battito del mio cuore. Voglio
che senta l’alito della mia bocca e in cambio io voglio sentire il suo, voglio
vedere se ha le cispe agli occhi, un pelo ribelle che gli spunta dalla narice,
sfuggito chissà come alle truccatrici di corte, agli imbellettatori del
serraglio. Voglio mettere a confronto i pori della sua fronte con i miei,
saggiare la consistenza e l’elasticità della sua pelle. Voglio che senta il mio
odore e in cambio voglio sentire il suo, voglio capire se avrà un tremito, se
si irrigidirà, se sorriderà malgrado la sorpresa o lo spavento, se protesterà
chiamando a gran voce i giannizzeri. Voglio vedere il colore delle sue iridi,
se è affetto da eterocromia, se ha il bianco arrossato, se ha davvero molto
cerone, se si mette il kajal. Voglio sentire il tepore del suo ventre, capire
quanto è grosso, se è sodo o al contrario flaccido. Voglio che senta il tepore
del mio ventre contro il suo. Voglio stringerlo forte e appoggiargli il mento
sulla spalla. Voglio avvicinarmi con il naso e lo zigomo al suo padiglione
auricolare, sentirne l’odore prima di socchiudere le labbra e sussurrargli il
motivo del mio abbraccio, del mio atto d’amore. Poi lo stringerò ancora più
forte, come un bambino si aggrappa alla madre quando ha paura, come si
avvinghia al torace del padre quando crede di annegare.
Domani abbraccerò così
il sultano e lo trascinerò con me in un altro mondo. Basterà un movimento del
pollice, un pulsante premuto, il clic del detonatore. Saremo una cosa sola,
sangue nel sangue, merda nella merda, carniccio nel carniccio. Nel fulgore incandescente
schizzeremo via per sempre in ogni direzione. I due angeli del Signore
faticheranno a separarci, a ricomporci. Saranno costretti a interrogarci
insieme – “Qual è il tuo nome? Il nome del tuo Dio?”
Domani saremo all’inferno o in paradiso indifferentemente,
insieme, io e il sultano.»
(Marzo o aprile ’06, ritrovato scartabellando tra vecchi
file e vecchie cartelle.)
*
«Quando il popolo non avrà più nulla da mangiare, mangerà il
ricco» (Rousseau).
Quando il popolo non avrà più nulla da mangiare, il ricco
darà da mangiare il povero al povero.
*
Provo a riassumere:
– smantellano (lo stanno facendo da un quindicennio)
quarant’anni di conquiste operaie, di leggi a tutela del mondo del lavoro;
– messa in discussione della legge 194;
– l’antifascismo diventa un tabù, un disvalore, una
“ideologia faziosa e violenta”;
– “la sicurezza è più importante della libertà”, “vogliamo
più polizia per le strade, più telecamere”;
– “ho paura a girare per strada”, “non mi fido più a
prendere il metrò”; il meccanismo girardiano scoperto, palese; il capro
espiatorio esterno: gli stranieri, gli immigrati clandestini, gli
irregolari
(quegli stessi che lavorano in nero per noi, che sorreggono tutto l’indotto, i
nuovi schiavi delle piramidi…);
– asservimento generalizzato dei mezzi d’informazione,
addirittura egemonia pressoché totale della televisione;
– i privilegi concessi alla Chiesa cattolica, impensabili in
qualsiasi altro paese che si definisca ufficialmente democratico;
– la nube di ignoranza già a partire dalla scuola (
sondaggio del 2006
nelle scuole superiori milanesi, intervistano 1000 studenti tra i 17 e i 19
anni. “La strage di piazza Fontana”: il 18,4 % non sa cosa sia; per il 41,7%
degli altri, i colpevoli sono le Brigate Rosse. M*rcello Dell’Ut*i non ha
bisogno di far riscrivere i libri di storia. Non serve. È superfluo);
– rimessa in discussione dell’unità nazionale: il
revisionismo non si limita più alla resistenza antifascista, ma comincia a
lambire addirittura il risorgimento (questo è un fatto gravissimo, su cui
occorrerà tornare a riflettere);
– hanno promesso, e stavolta un altro referendum potrebbe
non bastare a fermarli, che modificheranno
a loro piacimento la
costituzione e l’assetto fondamentale dello Stato.
*
Quando qualche anno fa si osò parlare di
restaurazione,
furono insulti e sarcasmi.
Sono passati tre anni, è successo quello che sappiamo,
qualcuno di quegli intelligentoni trovi una parola migliore per definire lo
stato presente.