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La poesia a teatro

È in rete la seconda parte  della vasta inchiesta a tutto campo dedicata dalla rivista L'Ulisse a "Poesia e teatro, teatro di poesia"

Qui sotto riporto l'inizio del mio intervento uscito nel numero precedente, intitolato Il poeta e il coro del silenzio. 


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La poesia è assoluta e inospitale. Non c'è posto per la voce, né per il poeta, che viene sfrattato dalla sua stessa poesia. Il lettore di poesia, con l'atto stesso della sua lettura, è come se dicesse: "Tu, poeta, non c'entri. No, non c'entri nemmeno con le tue poesie. Sta' zitto: faccio da solo. Leggo da solo. Va' via. Lasciami solo con la poesia. Non mi importa se l'hai scritta tu. Me la leggo da me." È un atteggiamento legittimo, un'estetica della lettura, una concezione della poesia che anch'io pratico, come lettore silenzioso e solitario delle poesie altrui.
Ma se le cose stanno così, che cosa si mette in scena, allora, quando si legge poesia in pubblico? Cosa si vuole quando si invita un poeta a leggere i propri versi?

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Pubblicato da t.scarpa il 19-04-08
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