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Da un lembo di notte gialla
Francesco Giusti


Già alle prime contrazioni
della luce, il pensiero gli si grippa,
sfaldandosi nel biancore spanto
giù dai cornicioni, dall'altra parte
della strada. Nella camera – un letto,
un comodino, un bicchiere di latte vuoto –,
i calzini sono ombre che hanno dormito
insieme, e che lui si infila, ascoltando
l'acqua per il tè bollire, sommessa
ma padrona. C'è la lama del gelo, fuori,
che non perdona a rigirarsi nella piaga
della casa, a tenerlo chiuso dentro
con il naso incollato ai vetri. Poi
eccole, sovrastate da un vessillo
di vapore, le facce dei turnisti;
spuntano, sfilano: una rete sfrigolante
(duro acciaio, una graticola) le accompagna,
fa da sfondo; sono zuppe, di luce elettrica,
che sembrano essere rimaste indietro,
avvoltolate in quel lembo di notte gialla,
colore dell'orina. È un altro sabato,
questo che si muove e consuma,
che si infila dentro agli occhi
lungo l'argine del fosso, dove,
invece di sciogliersi, si indurisce,
ora, la brina. – Chi può dirlo?
– Bisognerebbe stare un intero
fine settimana, almeno, in quelle teste,
per capire, sapere se la vita
in definitiva batte in egual misura
a questa porta e a quella. 

 
febbraio 2008



Pubblicato da t.scarpa il 03-04-08
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