13 aprile
Teo Lorini
E così ci
siamo. Marini ha rimesso al presidente Napolitano il mandato più breve
della storia d’Italia e il 13 aprile si tornerà a votare.
Con la Porcata
Elettorale. Con un candidato - che per la quinta volta in 15 anni – correrà,
pur essendo formalmente ineleggibile, col vantaggio non quantificabile ma
sostanziale dato dal dominio personale e assoluto d’una percentuale
spropositata dell’informazione mediatica. Con il centrodestra ricompattato
dalla sicurezza della vittoria.
Certo, perché
il potere fa dimenticare torti, incomprensioni e recriminazioni. A destra come
a sinistra: non è stato forse l’amore per il potere a guidare D’Alema
nell’illusione di quella Bicamerale che nel biennio 1997-98 ha rimesso in gioco
un Berlusconi bollito e pronto a essere giubilato dai suoi ex alleati?
Esattamente la
stessa mossa compiuta adesso da Veltroni. Sono di appena due mesi fa le foto
delle sue strette di mano con il Cavaliere: radioso il sindaco di Roma,
mascella indurita e sguardo sfuggente il leader di Forza Italia. Ne aveva ben
donde, povero Cavaliere. In quel momento l’ennesima spallata era svanita (anzi,
di lì a breve sarebbero emerse dalle intercettazioni le nobili arti diplomatiche messe in campo dal padre-padrone di
Forza Italia). Abbandonato anche dagli alleati, ormai pronti al redde
rationem, l’ex premier sgambettava frenetico e, indocile a un destino di
senescenza ormai segnato, inventava con lo show di Piazza S. Babila l’ennesimo coup
de théâtre, l’estremo rinnovamento di packaging e strategia
promozionale per il suo partito/prodotto, con la parvenu Brambilla a far da
volto nuovo e millanta fantomatici Circoli della libertà da esibire come
risultato concreto.
Il Cavaliere a
cui Veltroni tende la mano a novembre, 16 mesi dopo la campagna elettorale più
violenta, becera, livorosa della storia d’Italia, conclusa con la frase: “Chi
non vota per me è un coglione”, 16 mesi dopo una sconfitta negata con infantile
ostinazione e con la destabilizzante invocazione d’immaginari brogli, è dunque
un Berlusconi allo stremo. Basterebbe poco per lasciare che da destra un
soprassalto, se non di senso dello Stato, almeno di voglia di regolare i conti
sospesi, lo metta da parte del tutto. Forse sarebbe addirittura il momento di
puntare su quella riforma dei media che gli italiani aspettano dal ’94 e che
ora potrebbe incassare il sostegno anche degli ex alleati della CdL.
Ma Veltroni no.
Veltroni riapre
il dialogo. E si fa fotografare.
Naturalmente,
quello su cui il sindaco di Roma irradiava il suo sorriso placido, gustandolo
come un grande successo, è stato il primo mattone dello sgretolamento del
centrosinistra. Non a caso la crisi è esplosa proprio quando, alle infinite
complicazioni che rendevano precaria la vita del governo Prodi, Veltroni ha aggiunto
la sua aspirazione a introdurre uno sbarramento “anti-partitini”. Idea in sé
lodevole, guarnita però da due improvvide dichiarazioni: Faremo la riforma con
Forza Italia. E ancora: Il PD correrà da solo.
Il governo è
dunque crollato: un risultato che avrebbe dovuto essere di facile previsione
perfino per chi non avesse visto, dieci anni fa, il pasticcio bicamerale di
D’Alema, ma anche per chi non fosse totalmente digiuno di politica. Non lo è
stato invece per Veltroni, che ora ribadisce caparbiamente: il PD andrà al voto
senza coalizioni o alleanze. Men che meno con quella sinistra che le tv di
Berlusconi (“Porta a porta” e TG1 inclusi) continuano a definire “antagonista”,
ma che, a rigor di logica bisognerebbe chiamare “di governo”, visto che ha avuto
il buonsenso di sostenere fino all’ultimo l’esecutivo.
È del tutto
verosimile che, con tale strategia, la sconfitta già prevista da sondaggi e
buonsenso si muti in disfatta. Una débâcle che potrebbe assicurare alla
compagine berlusconiana (dove confluiranno verosimilmente sia Dini sia
Mastella, oltre ai fascisti di Alternativa Sociale e Forza Nuova, già imbarcati
per le politiche di aprile 2006), una maggioranza abbastanza solida anche in
senato, nonostante la Legge Porcata.
Per quale
motivo Veltroni sembra così determinato a marciare verso il disastro? Forse,
sulla scorta dell’esempio berlusconiano, l’ubiquo sindaco pensa che per
raccogliere consensi gli possa bastare la novità rappresentata dal PD? Che le
sue doti di comunicatore siano sufficienti per far scomparire dalla memoria
(notoriamente corta) degli italiani, la disaffezione catalizzata in un anno e
mezzo dall’impopolare governo di Prodi?
Un’altra
ipotesi appare molto più probabile.
Dopo la
girandola di nomine che nell’ottobre 2007 ha ridefinito le direzioni dei vari house-organ
berlusconiani spostando Mimun al Tg5, Belpietro a Panorama e Giordano al Giornale (nessuna promozione per le 3F,
Fede-Ferrara-Feltri: evidentemente funzionano già benissimo là dove stanno), da
settimane le varie Voci del Padrone di Arcore ventilano con editoriali, prime
pagine, interviste mirate, l’idea di un governo cui siano affidate le profonde
riforme strutturali che sono mancate in questa legislatura.
Tuttavia,
perché possa compiersi quella che viene configurandosi a tutti gli effetti come
una serie di modifiche alla carta costituzionale, è (ancora) necessario un
accordo che non coinvolga una sola coalizione, ancorché ampiamente
maggioritaria. È proprio qui che vengono utili Veltroni e il suo PD, menzionati
infatti con insistenza dai suddetti editoriali.
Già verso la
fine di questa legislatura, all’epoca delle famose strette di mano, Antonio
Tabucchi si chiedeva su che base e in nome di quale mandato elettorale PD e
Forza Italia avessero deciso di gestire privatamente le riforme istituzionali.
Ora la faccenda si ripete, ma da posizioni di forza invertite.
La Costituzione
italiana, in altre parole, l’unica legge che Berlusconi non è ancora riuscito a
modificare, nonostante l’amplissima maggioranza che ha potuto manovrare nel
quinquennio 2001-2006, appare adesso alla sua portata. Ad aiutare in questo
compito la radicale Anomalia strutturale che ha segnato la seconda repubblica,
quell’Anomalia a cui tutta Europa guarda ora con preoccupazione, ora con
sdegno, ora con malcelata commiserazione da 15 anni, potrebbe essere proprio
Walter Veltroni. Dopo tre lustri di chiasso, vituperi e divisioni, chi potrebbe
negare legittimità a una “larga intesa” fra Cdl e PD? Non è difficile
immaginare i titoloni dei fedeli vassalli che, col consueto sprezzo del
ridicolo e del decoro, assimileranno il pastrocchio alla Große Koalition
tedesca fra CDU e SPD.
Se può
consolarci, dall’altra parte ferve il ‘dibbattito’ e si susseguono le “proposte
per unificare tutta la sinistra, o una gran parte della sinistra, o una certa
parte della sinistra: per lo più da parte di specialisti nella scissione per
dissidi sulla differenza di nuance tra la mia posizione e la tua posizione, e
la mia posizione di adesso e la mia posizione di poco fa”. Esattamente come le
descriveva Arbasino.
Ventotto anni fa.
Pubblicato da a.tarabbia il 06-02-08
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