La sorprendente difficoltà del no
Giorgio Fontana
Tre cose di
lui che dovete sapere. Era il miglior amico di Montaigne. È morto a trentatrè
anni. Credeva nella libertà.
Il Discorso sulla servitù volontaria (La Vita
Felice, Milano 1996) è un libretto prezioso. Mettiamola così: credo che almeno un giorno della nostra vita debba essergli
dedicato. Con una nota — richiede almeno un paio riletture, perché è un lavoro sfilacciato
e giovanile. Ci insegna cose belle e cose distanti. Fra le reti del suo
incedere ci sono dei nodi, un po’ di retorica eccessiva. Eppure il problema che
insegue resta sempre attuale.
La Boétie parte da una constatazione. Meglio,
da una forma di incomprensione: “vorrei solo capire come mai possa talvolta
accadere che tanti uomini, tante città, tante nazioni subiscano un solo tiranno
che non ha che il potere che essi gli attribuiscono, che può far loro del male
solo nella misura in cui essi sono disposti a tollerarlo” (p. 15). Accade, è
accaduto, accadrà. La storia è piena di singoli che dominano masse, fondando il
loro potere non sulla forza fisica ma sul mero carisma: siamo “stregati dal
nome di quell’uno”, dice La Boétie.
Ma perché?
Se io vengo
sottomesso da un uomo più forte di me, non c’è niente di deplorevole nella mia
sconfitta. È un semplice fattore fisico. Se lo fronteggiamo in tre o quattro e
comunque cediamo, allora forse siamo dei vigliacchi. (Alle medie, uno dei bulli
locali era circondato da una corte di schiavetti incapaci di ribellarsi. Presi
singolarmente, erano bravi ragazzi. In forma di corte, eseguivano ogni ordine
ciecamente, anche il più assurdo.) Ma tutto questo è ancora, quanto meno, comprensibile. Ma se parliamo di mille
uomini? Diecimila? Un milione? Qui il concetto di vigliaccheria non è più
applicabile, perde di senso: i rapporti di forza sono troppo sfasati. Ci deve
essere sotto qualcos’altro. Ed è proprio questo “vizio mostruoso” che La Boétie cerca di interrogare: ma la
risposta arriverà solo più avanti nel saggio. Prima della diagnosi, infatti, ci
viene fornita la medicina.
Come si elimina
un tiranno? La proposta di La Boétie
suona a prima vista scandalosa. Troppo semplicistica, incapace di contenere le tragedie
totalitaristiche del Novecento: “questo tiranno solo, non è necessario
combatterlo, né abbatterlo. Si dissolve da sé, purché il paese non accetti di
essergli asservito. Non si tratta di togliergli qualcosa, ma di non dargli
nulla.” (p. 25). In altri termini — basta dire
di no. La Boétie,
nel suo apparente utopismo, è un pragmatico. Ritiene che la colpa essenziale
della tirannide risieda negli uomini: i mezzi per sostenere un sovrano cattivo vengono
unicamente dal popolo. Ci sentiamo spiati, indagati, calpestati: ma orecchie,
occhi e piedi sono nostri. Di qui la soluzione. Smettiamo di servire, e saremo
liberi. Impariamo a rifiutare: a procedere secondo una resistenza non-violenta.
Non servono guerre. Perdere tempo armandosi e cominciando a far fuori le
guardie del sovrano è del tutto inutile. Per La Boétie, il discorso è chiuso: è
sufficiente un no, ma pronunciato a voce alta dalla maggioranza più ampia.
Ovviamente, ci
si chiede come mai sia così difficile pronunciare questo no. E la domanda si riconnette
alla precedente — perché finiamo schiavi di un singolo, spesso il più viscido e
insignificante fra gli uomini?
La risposta è
contenuta nel titolo del saggio. Servitù
volontaria. Secondo La Boétie,
in uno stato di natura ideale vivremmo semplicemente guidati dai nostri
genitori, e poi in maniera indipendente. La sua fiducia nella ragione,
tipicamente umanistica, lo spinge a pensare un’umanità votata per natura alla libertà e all’eguaglianza.
Non c’è nulla di più terribile della sottomissione, soprattutto a un potere
ingiusto e crudele. La Boétie non risparmia esempi che anche
oggi sarebbero attuali: l’infelicità degli animali in gabbia, la fierezza degli
spartani, Catone di Utica. Comunque sia, le sue premesse sono condivisibili. La
libertà è bene, la schiavitù è male. Fin qui tutto bene.
Ora, secondo La Boétie l’uomo si lascia asservire
perché vi è stato costretto, oppure perché è stato ingannato: e se asservito dimentica
il suo amore per la libertà. Cade nell’oblio. Lentamente, nel giro di una
generazione al massimo, ci si abitua al nuovo orizzonte come se fosse naturale. Siamo paghi di vivere una vita
da schiavi: la prima causa della servitù volontaria è l’abitudine. Come
conseguenza, le nostre virtù si indeboliscono. Ci rassegniamo.
Queste le
ragioni psicologiche. Le cause concrete, invece, sono altre. La “molla segreta
del potere” giace in “quattro o cinque uomini” che sostengono il tiranno e gli
consegnano letteralmente il paese. Un uomo da solo non basta. Serve una
minuscola corte che non si limiti a obbedirgli (come al bullo delle medie di
cui parlavo), ma che prenda davvero sul serio la questione del potere. E corrompa
di conseguenza altri seicento uomini, promettendo loro fortune di ogni sorta. E
questi seicento faranno lo stesso con altri seimila. E così via. Dal tiranno
parte dunque una catena simile all’emanazione di Plotino, ma vestita di nero.
Il male si propaga tramite nuove cariche, nuovi uffici, la proliferazione di
una burocrazia vuota (e qui La Boétie
è davvero attuale). Risultato: sembra che la tirannide convenga davvero a
tutti. A tutti viene promesso qualcosa, e tutti sono legati al loro sovrano
tramite una serie di patti. Non c’è più bisogno della libertà. E dunque?
E dunque, ripete
La Boétie, bisogna puntare
i piedi e dire di no. Non c’è soluzione se non questa, e scorrendo l’intero
saggio da cima a fondo non si troverà altro suggerimento. Dire di no, dire di
no, dire di no tutti insieme.
A questo punto,
bisogna capire se la proposta di La
Boétie è veramente attuabile. In linea di principio sembra di
sì: non c’è nulla di assurdo nell’immaginare un gruppo di uomini che resistono
a un singolo sovrano, negandogli l’appoggio. Casi simili si saranno presentati
anche storicamente. Se correttamente applicato, il metodo è ideale: nessuna
violenza gratuita, massimo effetto col minimo sforzo. Il castello di carte
crolla.
Naturalmente
si possono offrire migliaia di controesempi. Uno stato come quello dei campi di
concentramento è considerabile una forma di tirannia? E in questo caso, i
prigionieri sarebbero stati dei vigliacchi per non aver rifiutato di servire il
sovrano? E il regime napoleonico? E — di nuovo — i governi totalitari del XX
secolo? Cosa conta veramente come tirannide,
a cinquecento anni dal Discorso? Soprattutto,
è veramente possibile radunare una maggioranza così ampia e convinta dei suoi
mezzi per levarsi contro il nemico e pronunciare il no?...
La grandiosa
messa a punto dei sistemi di controllo sul singolo e sulle masse ci consente
qualche cautela in più. Ci permette, sembra, di dire che la colpa non può
essere interamente degli asserviti. Che il discorso di La Boétie è superficiale, e non tiene in
conto numerosi fattori. Dire di no è difficile,
vorremmo dire: incredibilmente difficile. Le nostre labbra si serrano di fronte
al dolore che questo può causare, e al prezzo terribile che la libertà
richiede.
Dalla sua, La Boétie ci avrebbe comunque accusato
di viltà, soprattutto nei confronti di noi stessi. Avrebbe ricordato che forme
diaboliche di populismo, demagogia, sottomissione all’ignoranza e imbonimento
(anche linguistico) erano già ben collaudate al tempo dei Romani. Non avrebbe
cercato alcuna scusa, anche al costo di risultare scomodo, o persino cadere
nell’errore. Credeva nell’amicizia, nel rispetto e nella libertà. Ci credeva
così tanto da pensare che fosse sempre possibile, e sempre la scelta migliore.
Per noi, figli di un’epoca grigia e sfumata, una fede simile sembra travalicare
nell’assurdo.
Allora, forse,
il grande insegnamento di questo libretto sta nella sua parte critica. Nel ricordarci
che ogni forma di servitù volontaria è abietta: che una vita passata a leccare
i piedi dei potenti, cercando di anticipare ogni loro desiderio, è una vita
infelice e terribile. Ci possono essere casi dove la schiavitù non dipende
interamente da noi. Ci sono forze che sembrano travalicare il nostro coraggio e
ogni utopia. Ma la scelta consapevole
di farsi schiavi resta il peccato più grande — qualsiasi sia la ricompensa che
ne possiamo ottenere: “Che tormento, che martirio è questo, gran Dio! Essere
intenti giorno e notte a esser graditi a un uomo, e a diffidare di lui più di
qualsiasi altro al mondo!” (p. 117).
In cupi tempi
di servilismo e vigliaccheria, queste parole hanno ancora un peso. Spero lo
avranno per sempre.
Pubblicato da a.tarabbia il 25-10-07
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