Il dio nero
Antonio Moresco
Mariella Mehr è
una di quelle scrittrici che hanno una biografia “forte”. Ma la sua opera non è
un documento di queste esperienza personale terribile e non si esaurisce in
questa. Non ne è stata schiacciata, non ne è diventata lo scriba. L’ha
fronteggiata. Anche la sua opera è forte, creata, proporzionale alle esperienze
vissute.
“Pigramente
avanza sull’acqua il cadavere del ratto. Labambina cerca di acchiapparlo con un
bastone e forma così cerchi sempre più grandi attorno al cadavere. Cerca di
colpirlo dapprima con indifferenza, con una mira imprecisa, poi subentra la
rabbia, Labambina tormenta l’acqua col bastone. Il ratto diventa vivo, con i
denti aguzzi cerca di afferrare i piedi della bambina, spalanca le sue fauci
selvagge.”
Esperienza e
letteratura, vita e letteratura, memoir e fiction (come vengono
catalogate editorialmente adesso queste due possibilità della letteratura). C’è
chi schiaccia tutto sull’una e chi schiaccia tutto sull’altra.
“La bambina
trattiene il respiro quando il cupo miagolio dei gatti riempie l’aria. Gli
occhi di Schätti si guardano intorno. La mano di Schätti ha afferrato con
decisione una pietra e con la pietra ha appesantito il sacco. I lamenti e i
miagolii lasciano il posto a grida lancinanti per poi diventare urli acuti di
morte, quando l’acqua dapprima gonfia il sacco e poi lo riempie completamente.
Labambina, accecata dal terrore, guarda con il suo occhio interno gli occhi e
le piccole bocche spalancate dei gatti, percepisce le catacombe delle vie
respiratorie invase dall’acqua, la vita sciacquata via, la pelliccia inzuppata,
le zampe contratte nella lotta con la morte. Questa voglia di vivere
brutalmente interrotta, annegata nel lago. E’ il polso imbizzarrito sotto la
pelliccia fradicia e il minuscolo cuore che sta pietrificandosi. Già il corpo
imputridisce sotto la pelliccia e sale un puzzo di marcio per la morte
inflitta. Così Labambina accecata dal terrore viene spinta dentro la morte dei
gatti, può difendersi quanto vuole, ma invano.”
Scrittori
diversi tra di loro ma accumunati dalla pregnanza dell’esperienza personale e
dall’importanza che essa ha avuto per la loro opera (da Dante a Melville, da
Dostoevskij a Leopardi, a London, Proust, Primo Levi…).
Se non avessero
vissuto quelle esperienze non avrebbero scritto quello che hanno scritto. Ma
non è meno vero il contrario: anche altri hanno vissuto quelle stesse
esperienze ma non hanno scritto quello che i primi hanno scritto.
“Le mani e i
piedi della bambola mostravano segni di decadenza. Le dita delle mani e dei
piedi mancavano completamente. La lana fuoriusciva dalle ferite. Labambina la
rificcò deltro le aperture. Il tronco era cucito in un panno di colore
indefinibile. Le gambe penzolavano dal tronco. Labambina fece girare la bambola
finché la spalla non crocchiò. Poi tirò alla bambola le gambe penzoloni fino a
farle fare la spaccata, dopo di che con l’indice bucò la stoffa lisa. Poi trovò
una stecca adatta per infilzare il regalo dei Keller e tornò a casa innalzando
il suo trofeo.”
Nel Novecento.
La paura della vita, la separazione, il depotenziamento e l’autoreferenzialità
come uniche condizioni della letteratura. L’intronizzazione artificiale e
astratta della Letteratura e il suo confinamento nel solo regno separato
dell’”estetica”. La paura che lo scrittore abbia una biografia forte. La
schizzinosità nei confronti della materia che vive, della pesantezza della
vita, del dolore, del male.
“In quel
silenzio sembrava che il tempo si stesse liberando dalla sua prigione. Uno
stormo di passeri pigolava tra i rami. Un grande insetto si era perso sulla
strada delle formiche e fu subito accerchiato. Con una torsione maldestra del
suo corpo pesante, tentò di salvarsi, ma era troppo tardi. Già lo attaccavano,
un esercito di soldati per quell’intruso disarmato che pochi secondi dopo giaceva
inerme sul dorso corazzato e batteva per aria le zampette. Labambina osservava
l’esecuzione dell’insetto con estrema attenzione, sempre nella speranza che
riuscisse a liberarsi, a trovare una via d’uscita, magari persino ad attaccare,
a uccidere le assassine. Labambina tremava per l’attesa inappagata quando la
Donnadelbosco le circondò col braccio le spalle magre e cullò se stessa e
Labambina con un’oscillazione calma. Nel frattempo le formiche avevano
cominciato a mordere le parti molli dell’insetto.”
Non solo
Labambina, anche tutto il resto della natura è profanata e oltraggiata. Le
persone, gli animali, persino gli oggetti.
Gli scrittori
americani alla Hemingway e le loro teorizzazioni… Come se London, siccome non
era un cane e non aveva fatto esperienza della caninità, non avesse potuto
identificarsi con credibilità e verità nel Buck del Richiamo della foresta…
Come se Kafka, siccome non era mai stato un insetto, non avesse potuto scrivere
o non avesse avuto il diritto di scrivere La metamorfosi…
Il caso di
scrittori come Kafka, la Dickinson… nonostante non siano stati sulle baleniere,
esiliati, di fronte a un plotone d’esecuzione, in un lager… anche la loro
biografia è forte, non è meno forte di quella degli altri, perché è forte
l’intensità e la profondità con cui hanno vissuto la loro vita apparentemente
insignificante e ciò che ne hanno ricavato. Perciò questa doppia paura non ha senso.
Gli scrittori che hanno una biografia forte non devono avere paura che questa
si mangi tutto e riduca il grado della loro invenzione e della loro grandezza,
ma anche quelli che non hanno una biografia forte non devono avere paura che
questo impedisca loro invenzione grandezza.
“Labambina, che
ora viene sospinta dalla Keller oltre il cancello del giardino. Nella bufera di
neve si vede solo una sagoma. Una brutta bambola con la chiavetta nella
schiena. Da caricare, pensa Frieda Kenel disgustata, un regalo da fiera. Una
volta caricata picchierà tutti quanti, Labambina, pensa Frieda Kenel.”
Il vento soffia
dove vuole. Ciò che può succedere nella letteratura. La sua incontrollabilità.
Mentre se voglio diventare Papa, Presidente della Repubblica ecc devo fare una
trafila, una carriera: politica, religiosa… Esempi di uomini e donne su cui
nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato e che invece hanno preso direttamente
la parola e si sono rivolti agli uomini e alle donne della propria specie e si
sono fatti ascoltare…
“Poi Labambina
giacque in un letto, mani e piedi legati alle sbarre. I lacci di cuoio
incidevano in profondità la carne. Labambina non lo sentiva, fissava con gli
occhi nudi il vuoto. Aveva un sogno nel cervello, il sogno di un dio nero che
si sarebbe portato via tutti. Che li avrebbe stritolati, sognava Labambina, che
avrebbe girato il destino a suo favore e che le avrebbe permesso di abitare la
terra da sola.”
Secondo la
piccola semplificazione e il piccolo schema della “vita” da una parte e della
“letteratura” dall’altra, che cos’è questa voce? E’ vita o è letteratura? Da
dove viene? Dalla vita o dalla letteratura?
Pubblicato da a.moresco il 18-10-07
il richiamo della foresta