[Questo articolo è preso dal sito del
Circolo Pasolini Pavia,
cui si deve la breve introduzione qui di seguito.]
"Il Settimanale Pavese" ha dedicato un
rendiconto di due pagine - che qui riproponiamo - all'Odissea dei Rom pavesi,
dallo sgombero alla lunga notte nomade tra Pavia e Torre d'Isola e infine al
Palatreves. Ora Capitelli e soci dicono che è colpa del Prefetto Ferdinando
Buffoni, a Pavia da meno di un mese e che sta cercando, ormai in solitudine,
una ragionevole soluzione del problema. Giunta e assessori continuano a dire
che 30 pacifiche famiglie Rom e i loro 40 bambini sono un problema di ordine
pubblico di competenza della Questura. Per il Prefetto si tratta di un problema
umanitario. Ovviamente, ha ragione il Prefetto e sta al Comune provvedere. Si
parla di scontro istituzionale. In realtà la Giunta pavese ha ormai da tempo
imboccato una via antidemocratica sempre più in conflitto con le altre
istituzioni. Una cosa è certa: dopo l'Odissea Rom, gestita con incompetenza, il
sindaco Capitelli ha messo d'accordo tutti, forze politiche conservatrici e
progressiste, di opposizione e di maggioranza. Anche questo è un risultato. Dei
Rom di Pavia oggi ne parlano, tra gli altri, "Il Corriere della
Sera", "Il Manifesto", "Liberazione",
"Avvenire". Oggi il Festival dei Saperi sarà aperto da una “Lectio
magistralis” di Stefano Rodotà, in cui la vita sarà messa a confronto con il
cittadino e il diritto; come ha dichiarato Rodotà alla "Provincia
Pavese": "quello di cui si sente il bisogno è il rispetto
dell'individuo, della dignità personale e sociale". Siamo d'accordo con
lui e lo aspettiamo al Palaravizza, luogo dove la teoria non incontra la
pratica.
Ieri sera il cielo minacciava di nuovo pioggia intorno alle sei e mezza in
piazzetta Maggi, dove c’erano i nomadi – perché ora possiamo finalmente dirlo,
sono proprio nomadi, basta guardarli: sporchi con i loro sacchi di vestiti,
pronti a partire, mentre sui i fornelli da campo improvvisati dentro enormi
padelle cuociono le salsicce sul marciapiede – i nomadi dunque, accampati sui
materassi dietro le transenne, con i volti tesi di chi, esasperato dalla
precarietà protratta, dalle continue intimidazioni e dall’attesa, sta davvero
mollando la speranza. Sono stanchi, accasciati, gli occhi vuoti. Ma la loro
odissea di giornata non è finita: i Rom sono partiti da Pavia, alle 20.15. La
prima destinazione doveva essere una cascina a Marcignago. Una cascina dismessa
lontana dal paese, senza servizi igienici. A disposizione dei cittadini rumeni
ci sarebbero stati i fienili, i granai e i depositi dei macchinari agricoli,
dismessi. A Irene Campari è chiesto di “tranquillizzare” la signora anziana che
abita in quella cascina e che non era ancora stata avvertita dell’arrivo di 120
nuovi vicini di casa. La signora anziana non apre la porta. Non sappiamo darle
torto.
Dopo la snervante attesa la colonna si è messa in marcia verso la reazione
sdegnata degli amministratori di Torre d'Isola e quella intollerabile di molti
abitanti di santa Sofia, che non li volevano nel loro territorio: la gente
voleva sdraiarsi per terra per non permettere il passaggio della colonna.
Michele Trombetta, vicesindaco di Torre d’Isola, davanti a Irene Campari e a un
funzionario dell'ASM, appena prima dell'ingresso allo stradello sterrato che
porta al poligono, quando ancora la colonna di automezzi non era arrivata a
santa Sofia, suggerisce la soluzione «camere a gas, forni crematori» e poi
risale in macchina. I Rom di Pavia non si sarebbero fermati sul «loro»
territorio; erano diretti a un poligono di tiro in riva al Ticino, un'area
demaniale nel Comune di Pavia, infestata da erbacce, zanzare e topi. 40 bambini
e 70 adulti avrebbero dovuto secondo alcune autorità trascorrere la notte in
quel posto. Alcuni abitanti della residenza di Cascina San Siro (la strada che
porta al poligono passa davanti alle loro case) hanno inscenato la protesta, al
grido di «noi siamo persone civili, föra di ball» e «Padania libera» «Si sente
già la puzza» «Arrivano i ladri, noi paghiamo le tasse»: due ore fermi in mezzo
ai campi, con 120 persone, Polizia e Carabinieri ad aspettare sui mezzi di e la
gente che urlava «non fateli scendere». Nessuna autorità civile presente dal
Comune di Pavia, solo i vigili urbani, increduli, e il loro Comandante.
Poi la decisione di tornare verso Pavia, con destinazione il parcheggio dello
Stadio e la prospettiva di passare un'altra notte all'aperto. Una colonna di
mezzi lunga un chilometro attraversa la città, piazza Minerva compresa, con i
lampeggianti accesi, come quando si scortano tifosi violenti verso lo stadio.
Del resto la destinazione era proprio lo stadio. Eppure avevamo chiesto, come
Circolo, che i trasferimenti avvenissero in sordina e nell'anonimato; una
precauzione minima, ma cruciale. Si è invece formata una colonna di un
chilomentro; cosa mai vista a Pavia da decenni a questa parte. La fretta del
Sindaco di liberarsi del "problema" ha prodotto anche questo.
Dopo di che altra attesa. Infine la decisione, presa da Roberto Portolan
(assessore con delega alla Protezione civile) di ospitarli per la notte in una
delle palestre del Palasport di via Treves.
Arrivati sul posto Ida Bianchessi, medico, che ha lavorato come volontaria tra
i Rom della Snia, porta delle pizze; la Caritas ha fornito l'acqua, l'assessore
ai servizi sociali aveva il telefono spento. 120 persone sono state offerte al
mondo, e per ora nessuno le ha volute.
Ma l’Odissea vera e propria dei Rom di Pavia era iniziata giovedì: all’alba del
30 agosto la Polizia ha infatti sgomberato la Snia. L’operazione si è svolta
con ordine. Sotto una pioggia battente, i cittadini rumeni sono stati
parcheggiati in piazzetta Maggi, senza assistenza fino a pomeriggio inoltrato.
Al cinismo dell’amministrazione comunale, i Rom hanno opposto un comportamento
civile e nonviolento, manifestando per le vie cittadine fino a Palazzo
Mezzabarba, sede del Comune. Lungo la strada hanno distribuito un volantino con
le «Raccomandazioni» del Commissario Ue per i diritti umani Alvaro Gil-Robles e
hanno gridato slogan come «Europa Europa», «No al razzismo», «Siamo cristiani
anche noi», «Vogliamo solo esistere», «Chiediamo un lavoro umile», «Sciopero
della fame».
E così è stato: tornati in piazzetta Maggi, tutti gli adulti hanno annunciato
24 ore di sciopero della fame. Uno sciopero che riguarda solo gli uomini. Per 4
di loro lo “sciopero” sta proseguendo tutt’ora, a oltranza. Una risposta civile
e nonviolenta all’inciviltà di chi ha abbandonato questa gente in mezzo a una
strada e sotto il temporale: uomini, donne, bambini anche piccoli e tutte le
loro cose senza un riparo.
Le autorità avevano assicurato che le famiglie rumene della Snia, una volta
sgomberate, avrebbero avuto un tetto sotto il quale passare la notte. E invece
uomini, donne, bambini dormono all’aperto con la sola protezione del
cellophane, vergognosamente abbandonati da istituzioni che si dicono
democratiche. Nel pomeriggio, la Protezione civile ha allestito una tenda
collettiva, maassessori xenofobi e sessuofobi l’hanno riservata a donne e
bambini. Accetteranno il trasferimento in pochissimi; le donne preferiscono
restare accanto ai loro mariti, all’aperto, nonostante la pioggia incombente.
Alle 00.30 ricomincia a piovere. L'aria si è raffreddata, il cielo è solcato
dalla luce dei fulmini e dal fragore dei tuoni. All’1.30 la città è sotto il
temporale.
Il 31 agosto dopo una notte d’inferno, sotto la pioggia battente, che ha allagato
piazzetta Maggi, chi non era sotto il tendone è stato costretto a cercare un
riparo dentro la mensa della Croce Rossa. Dopo di che anche gli uomini sono
stati ammessi sotto il tendone che la Protezione civile di Milano aveva
allestito in piazzetta Maggi. Nella promiscuità, ma è quello che passa il
convento: sempre meglio che all’aperto. Il pantano di piazzetta Maggi
simboleggia quello uguale e contrario nel quale si è arenata l’amministrazione
locale. Ma si spera, si continua a sperare che una via d’uscita verrà trovata,
ridando spazio e autorità alla politica.
Nel frattempo la Tradital di Zunino (proprietaria di una parte dell’ex Snia),
pur di toglierseli di torno, aveva offerto tramite la Caritas 250 euro (più 50
euro per ogni figlio) a chi avesse accettato di tornare in Romania. La risposta
è stata semplice: «No, grazie, perché con quella cifra a Bucarest ci campiamo
sì e no un mese».
Il primo settembre, terzo giorno di sciopero della fame, molti rumeni
continuano a rifiutare il cibo ma l’accampamento si anima: mangiano le donne, i
bambini e alcuni uomini che devono andare al lavoro. I Rom chiedono una
allocazione più umana, un poco di privacy famigliare e l’applicazione
anche a Pavia delle “Raccomandazioni” Ue sui diritti umani.
Domenica 2 settembre. Serata di preghiera alla Snia di Pavia con Popa Nicolae,
sacerdote della Chiesa Ortodossa rumena e Don Gabriele Pelosi, della vicina
parrocchia, che ha portato il saluto del Vescovo di Pavia Mons. Giovanni
Giudici. Una preghiera collettiva di aiuto e di perdono alla quale ne è seguita
una seconda, individuale e di purificazione.
Lunedì 3 settembre le due tende di piazzetta Maggi vengono
appunto smontate. Alle 10 del mattino non ci sono più tende, né bagni chimici,
né mensa; solo transenne che recintano l’area in cui devono stare confinati i
Rom. Se ne va la Croce Rossa e la Protezione civile. Intanto arrivano i
residenti di san Pietro. Qualcuno non lesina apprezzamenti intollerabili
rivolti a coloro i quali sono nel recinto.
Dopo di che veniamo a oggi. I Rom sono stesi o seduti sui loro materassi, sotto
gli alberi, davanti al Palasport. «Io una cosa così non l’ho mai vista»
Gheorghita intorno a mezzogiorno quando il figlio, che ha subito
un’apppendicectomia, torna, dimesso dall’ospedale, a straiarsi su un materasso,
che è ora l’unica casa possibile per lui: lì ci sono i suoi fratelli. Figli,
tutti quei figli, la grande vergogna?, no, la grande ricchezza di questa gente.
Oggi, martedì 4 settembre, un’altra giornata di attesa, e a sera, finalmente,
Giovannetti, il vero Padre dei Rom in questa battaglia, annuncia loro
finalmente una buona notizia: «ragazzi, un’altra notte di campeggio, portate
dentro i materassi. Allle otto arriverà la cena. Domani è un altro giorno, come
disse Rossella O’Hara, un grande giorno”. E Irene Campari estende loro l’invito
a partecipare, da cittadini europei, alla “lectio magistralis” di Stefano
Rodotà; in Piazza della Vittoria si parlerà di “nuova città nuova democrazia”.
Ma quando si accorgerà, Pavia, che la vera lezione alla città l’hanno data in
questi giorni, tra piazzetta Maggi, Santa Sofia e il Palatreves, proprio i Rom,
con il loro comportamento dignitoso, compatto e non violento, contrapposto alla
violenza e alla manifesta incompetenza delle autorità comunali.
("Il Settimanale Pavese", 6 settembre 2007)