Cronaca del mondo feroce #4
Andrea Tarabbia
VII. Dispersione
Faccio come se avessi ricevuto le monete, e ho il cappello
pieno: posso continuare.
Sono tre scimmie, di diversa taglia. Sono incatenate alle
braccia di tre marocchini in jeans e maglietta, e adesso mi stanno pesando
sulle braccia e sulla testa. I tre uomini portano in giro le loro bestie per la
piazza, le mettono addosso ai turisti per la foto e poi chiedono soldi. In
Marocco tutti hanno qualcosa da proporre, e lo fanno con metodi bruschi, rapidi
e spesso ineluttabili. Io ti offro di fare una foto con le mie scimmie, e dopo
tu mi devi dei soldi. Non esiste il concetto –che cerco di spiegare senza
successo- che, semplicemente, a me non me ne può fregare di meno di farmi fare
una foto con una scimmia di cinque chili sulla testa (sulla cappello), che non
ho mai pensato di farmene fare una, e che non ho assolutamente intenzione di
pagare per una cosa che non mi piace, che non ho chiesto e che mi è stata
imposta. Il muso della scimmia di destra è a venti centimetri dal mio; sento il
suo fiato e, se mi giro, vedo la forma dei suoi denti, la sua barba sfatta e
quello sguardo tra il perplesso e l’accaldato in cui si riflette il mio. Chissà
che cosa lei pensa di me? Se ne sta tranquilla con la sua catena, si guarda
intorno e recita la sua parte senza emettere un verso. Tenere addosso una
scimmia è come abbracciare un cane, lo stesso calore, lo stesso peso, e non mi
fa un effetto particolare: rubrico l’episodio in coda alla lista degli “Ho
fatto anche questo”. Poi i tre uomini mi levano le bestie di dosso e puntano Laura.
Laura urla, ha paura. Le scimmie le fanno
schifo e non se le vuole far mettere addosso. Ma non siamo noi che decidiamo
quello che vogliamo fare o no. Noi, al massimo, decidiamo se pagare poco o
tanto, o se allontanarci senza avere aperto il portamonete. C’è una foto in cui
Laura tiene due scimmie: ha gli occhi chiusi,
strizzati, e la bocca aperta in quello che sembra un sorriso. Ma non è
divertita: in quel momento stava urlando e stava dicendomi di levarle le bestie
e di andare via dalla piazza. Dice: «Sentivo il culo umido di quella grossa, la
sacca dei coglioni addosso all’avambraccio. Uno schifo pazzesco. E l’altra, la
scimmietta piccola, mi ha pure pisciato sul braccio.» Infatti un liquido
giallastro le scende verso il gomito. «Avrà sentito che eri tesa, si sarà
spaventata» dico. I tre uomini mi chiedono cinquanta euro. «Con cinquanta euro
vi aprite uno zoo» dico, un po’ da stronzo. «Allora trenta» risponde uno «Dieci
a testa». «Per cosa?» chiedo «Dieci euro per tre minuti è uno stipendio da
Norvegia» Apro il portamonete, che è quasi vuoto, e tiro fuori sette-otto
dirham –che è quasi tutto quello che ho. Li piazzo in mano a uno dei tre.
Quelli contano i soldi, cominciano a gridarci dietro qualcosa che non capiamo,
ma che sono sicuramente insulti; ci allontaniamo dalla piazza, verso un parco
dove un uomo sta innaffiando le piante con una lunga canna dell’acqua verde. Laura
si lava il braccio.
Dobbiamo capire che siamo noi a dover decidere che cosa
vogliamo e cosa no. Qui non c’è domanda, c’è solo offerta, e non va bene. Anzi:
qui la domanda e l’offerta vengono fatte dalla stessa parte, e in ordine
inverso. « Io ho una scimmia, e tu hai bisogno (hai voglia) di farti pisciare
sul braccio da lei. Si può fare, il prezzo è questo». Dico a Laura
che è un po’ quello che succede da noi con la tecnologia. «Pensa ai telefonini»
dico «Qualcuno quindici anni fa si è inventato che tutti ne avevamo bisogno, e
adesso…» «Sì, ma i telefonini non hanno i culi umidi né i denti, e soprattutto non
ti pisciano sul braccio.»
Oppure i bambini nella zona della Casbah, che è un labirinto di case basse e botteghe nere, vie
strette, mercati, merci buttate a terra piene di mosche, motorini e vicoli
ciechi. I bambini ti corrono incontro, dicono che non puoi cavartela da solo
nel dedalo di vie del quartiere e, senza chiedere se sei d’accordo, ti portano
in giro, alla moschea, a Palazzo El Badi, verso la Mellah. Hanno sette, otto
anni e parlano un misto di francese, italiano, inglese e spagnolo. Nel
quartiere conoscono tutti e tutti li salutano con un’aria compiaciuta: guarda,
il piccolo ha trovato altri due coglioni a cui spillare soldi. Spiego alla mia
guida che può continuare a fare quello che stava facendo, perché so dove sto
andando. Non conosco le strade, ma si vedono le mura e il minareto, riesco a
orientarmi. Niente, Ti ci porto io, dice. Guarda però che non ho soldi –ed è
vero: ho solo soldi cartacei di taglio alto che non ho ancora cambiato, e ho
dato le mie ultime monete in una bottega dove abbiamo comprato dell’acqua- Non
ho soldi davvero. Arriviamo al palazzo, il bimbo si ferma e me lo indica. Apre
il palmo della mano per ricevere il suo obolo. «Ti ho detto che non ne ho» ripeto
«E’ un’ora che te lo sto dicendo» Rimane fermo immobile, la mano tesa. Allora
mi frugo nelle tasche, apro il portamonete e glielo mostro vuoto. Dico a Laura
di dire in francese che non lo sto prendendo in giro, che devo cambiare. Ci
rimane malissimo, fa per afferrare il portamonete e dice, in spagnolo, che
posso dargli il portamonete, il portamonete andrà benissimo. Naturalmente non
lo ottiene, e mentre ce ne andiamo lo sentiamo usare ripetutamente una parola
italiana che pronuncia benissimo: «Vaffanculo»
Ci sentiamo sempre al centro di un’attenzione famelica,
feroce. Noi e le nostre cose, gli oggetti, i vestiti, i soldi che evidentemente
teniamo nascosti da qualche parte. Tutti gli occidentali sono ricchi, fanno
lavori meravigliosi, hanno macchine enormi e sono sposati. Tutti i marocchini
hanno diritto a chiedere soldi, a offrire servizi non richiesti e a farsi
pagare per questi (nessuno però ruba, nessuno ti tocca). Tutto va bene, dirham,
euro, persino un portamonete orrendo e vuoto. Tutto si vende, tutto si compra,
tutto si scambia. Niente conta davvero, nessun oggetto, nessuna cosa. Tutto è
merce, qualcosa che adesso c’è e tra cinque minuti si sarà trasformato in
qualcosa di equivalente o di migliore. Tutto è prestazione retribuibile. Immagino
che se tagliarsi un dito valesse mille dirham molti sarebbero disposti a
tagliarselo. Il dito non conta, il dito è meno importante della sopravvivenza.
Ma niente in fondo conta, niente è oggetto di cure. Tutto è
considerato un mezzo per vivere, per sopravvivere. La macchina tirata allo
spasimo, la voce urlata al mercato, le cose buttate a terra e poi riprese al
momento opportuno. Non c’è l’idea del possesso, se non momentaneo, o io non
l’ho vista. Tutto è vendibile, o eliminabile nel momento in cui non serve più. La
proprietà privata è il possesso di qualcosa che è utile per vivere adesso.
Qui si trattano le cose come in fondo è giusto che sia: come
cose.
VIII. Connessione
Poi ci spingiamo in fondo, superiamo le mura per vedere cosa
c’è oltre. Sappiamo di non trovarci molto, perché da quella parte la città finisce,
e forse vogliamo soltanto arrivare di là
e voltarci indietro a guardare il sistema di mura rosa che chiude la città
vecchia e la ripara. Passiamo per vie strette, battute da uomini, moto e bestie,
vie odorose di tutto, di spezie, di cavalli, di sudore, di menta, di fieno, di
benzina, di terra, di ciuchi, di merda, di caldo. Camminiamo contro i muri, per
recuperare un poco di ombra, e ci rovesciamo spesso dell’acqua sulla testa. Annusiamo.
Penso che la vita di una città si misura anche e soprattutto dagli odori che
emana, il grado di vita è direttamente proporzionale ai profumi delle sue
strade e della sua gente. Se non c’è odore, la vita è finta, come da noi. Di
vero c’è solo il gesto finto di occultare le proprie cose e il loro sapore. Marrakech
odora invece in modo palese e smargiasso di uomini, di cibo e di tutte le
attività che i suoi abitanti fanno durante le loro giornate. Odora spesso in
modo sgradevole, come vicino alle concerie, ma odora in modo vivo. Sa di quello che bisogna fare per
viverci, e nessuno osa protestare perché da una casa o da una bottega
fuoriescono fumi o fragranze penetranti e antipatiche. Storia dell’Europa
attraverso i suoi odori nel corso dei secoli. Storia dell’Africa.
Le mura hanno delle piccole ferite, dei fori improvvisi alti
meno di un uomo che aprono dei passaggi neri e sospetti da cui le donne entrano
ed escono continuamente. Ci fermiamo a guardarne uno: una via nera e stretta si
lancia diritta in verticale, le case addossate, i panni stesi, la gente fuori
dalle porte, immersa in un’ombra profonda, data dal fatto che la vicinanza fra
le case non fa passare il sole. Sentiamo sgasare un motorino e ci voltiamo: un
uomo ci chiede strada perché deve entrare nella via. Indossa un lungo
caffettano blu, è pelato e porta la barba lunga fino al petto, senza baffi.
Deve passare dal piccolo pertugio che stiamo occupando con i nostri corpi. Mi
guarda, ride. Indica la via verticale e «Mellah» dice, indicando col dito un
punto imprecisato all’interno. Non capisco. «Mellah» ripete «Ville juif». La Mellah. La città degli
ebrei di cui parla a lungo Canetti, piena di volti scuri, bianchi, rossi,
patriarcali, circospetti, «eterni» e irrequieti. L’uomo sparisce in fretta,
risucchiato con il suo motorino nella rete buia delle vie. Ci buttiamo dentro
il pertugio, un po’ intimoriti dall’atmosfera cupa di questo piccolo labirinto
urbano. La Mellah oggi è, almeno nell’aspetto, il quartiere più povero e
desolato di Marrakech. Il suo piccolo suk è quello più nero della città,
contiene le merci più povere e il maggior numero di mosche, i volti più scarni,
gli sguardi più curiosi e indagatori. I vecchi vendono semi di qualcosa sopra
dei tavolini di plastica sporca piazzati in mezzo agli stretti passaggi tra una
via e l’altra; qualcuno si lava il volto e le braccia dentro un catino, alcune
donne velate trasportano grosse borse sopra la testa, e tre bambini corrono per
un vicolo (giocherebbero a pallone se ne avessero uno). Nessuno ci chiama,
nessuno ci trascina nella sua bottega per mostrarci la sua merce. Tutti ci
guardano passare, in silenzio. Siamo al massimo a due chilometri dal calderone
della Djema, e a dieci minuti a piedi dalla Casbah.
Nell’aspetto, la gente è uguale a quella del resto della città, e sembra che ci
siano solo arabi; ma qui c’è una posa contrita, più dolorosa, e gli occhi che
ci seguono non sembrano né avidi né feroci né increduli: sono occhi che
registrano il nostro passaggio, ma per la prima volta da quando siamo qui non
abbiamo la sensazione di essere al centro di una rete di comunicazione e di
spionaggio commerciale. È strano, ma questo ci rende inquieti. Laura
tira fuori un discorso che fa da quando siamo usciti dall’aeroporto: «Questo è
un posto che mi dà l’idea di morte violenta» dice «E’ difficile attraversare la
strada, ovunque è pericoloso camminare per via del caos, e per ogni dove ti
sembra che qualcuno ti stia aspettando per metterti al collo un serpente, così,
per ridere di te.» Le sembra di vedere un diverso rapporto con la vita e con la
morte, e che in qualche modo queste persone, che dalla mattina alla sera
trafficano per sopravvivere facendo migliaia di cose, in realtà siano meno
legate alla vita dei pigri e dei depressi, che in realtà non abbiano riguardo
per il corpo e per la continuazione della vita. Questo dice, e dice anche che le sembra un mondo feroce, dove oggi
si vive –perché si è trovato il modo- e domani, se si muore in qualche modo,
pazienza. Una corsa a stare vivi dove essere morti non è che una tappa e un
accidente.
Ma poi si apre un nuovo suk, vicino all’uscita del
quartiere, un mercato più simile a quelli della Medina, e ci fermiamo un attimo
a prendere fiato. Ci avvicina un ragazzo sorridente, una bella faccia pulita e
allegra. Si chiama Aziz, e ha una bottega di ceramiche. Laura
si ricorda che vorrebbe comperare qualcosa per i suoi, e all’improvviso questo
ci riporta alla realtà della contrattazione, alla consuetudine di questi
giorni. Aziz ride quando contratta, ci divertiamo. Lo prendiamo in giro
facendogli offerte di cento volte inferiori alle sue proposte. Poi ci presenta
il fratello, Moustafa, un uomo di trentacinque anni, che gira con una stampella
e parla italiano perché ha vissuto diciotto anni a Verona, dove ha lasciato una
figlia e un amore finito. Rimaniamo due ore con loro, a chiacchierare. Moustafa
ci presenta a un venditore di spezie berbero, nel cui negozio compriamo delle
miscele per fare il the e beviamo del the alla menta zuccherosissimo. Nella
Mellah sono rimaste, oggi, non più di quattro famiglie ebraiche. Moustafa è
nato in questo quartiere, e dice che lui di ebrei ne ha sempre visti pochi:
«Sono andati tutti in Israele appena hanno potuto. Già nel 1960 erano rimasti
pochissimi nuclei famigliari. È per questo che avete visto solo facce arabe.
Perché non ci sono più. Molti arabi e berberi hanno occupato le case lasciate
vuote alla fine degli anni Cinquanta, e di ebraico, a parte la sinagoga, non è
rimasto più niente. Ora qualcuno sta tornando» dice «Qualche ebreo sta
tornando, ma non per vivere: è gente che ha delle attività in Israele e che
magari ha mantenuto dei terreni qui. Così li vedi che tornano per vedere dove
viveva la loro famiglia, ma più che altro per affari. Tutto qui.»
Compriamo un piatto da Aziz, con il fratello che gli
raccomanda di trattarci bene. È l’ora più calda del giorno, i pensieri sono
rallentati e abbiamo fame. Usciamo dalla Mellah e siamo immediatamente invasi
di sole. Ora torneremo verso il centro, e poi verso casa.
IX. Congedo
Finisce con i nostri corpi esausti, le mani stanche, la
testa che pesa e che fatica a combinare pensieri complessi. Siamo stanchi, la
vita qui corre a una velocità diversa, si nutre di una frenesia diversa,
pasticciona e arruffata a cui non siamo abituati. Ad esempio ogni volta che
torniamo in camera c’è qualcosa che non funziona all’impianto di
condizionamento. Non si può stare a letto con quarantotto/cinquanta gradi, non
c’è pace, non si può fare la doccia né respirare. Ogni volta dobbiamo fare la
scena di scendere i due piani di scale, chiamare qualcuno alla reception e avvisarlo del guasto: ma non
è mai un guasto: oggi ci hanno tolto il telecomando, ieri ci hanno
semplicemente spento il condizionatore. Capiamo in fretta che si tratta di un
giochino dell’arabo grasso che ci ha accolto all’arrivo, e che ogni giorno
escogita un trucco per farsi chiamare e chiederci la mancia. La scena è lui che
arriva in camera, schiaccia un pulsante su un telecomando che gli spunta
all’improvviso dalla tasca e rimane fermo accanto al letto fingendo di sentire
refrigerio. Se ne va soltanto nel momento in cui qualcuno di noi gli dà una
moneta. Instaurare una guerra di nervi è inutile, lui è più allentato di noi e
considera la scena parte integrante del suo lavoro. Ma dal terzo giorno non lo
chiamiamo più, abbiamo trovato un altro tizio che ci ha fatto vedere come
attivare l’aria condizionata direttamente dal condizionatore, senza passare per
il telecomando. Il tizio è stato gentile, e non ha nemmeno fatto il gesto di
chiedere un compenso. Stare in camera al fresco nelle ore più calde diventa
un’abitudine oltre che una necessità: fuori, nel primo pomeriggio, la città
sbraita sotto i cinquanta gradi del deserto.
Dobbiamo essere all’aeroporto alle cinque del mattino,
perché l’aereo per Milano è alle sette. Chiamiamo un taxi nella notte vuota di
Marrakech. L’autista ci aspetta appena fuori dall’albergo, e dorme appoggiato
al volante. Siamo costretti a svegliarlo, buttiamo la roba sui sedili e per la
prima volta da quando siamo qui ci avvolge una specie di vento fresco. L’auto
ripercorre nella notte le stesse strade dell’andata, attraversa le vie e le
piazze che abbiamo battuto a piedi, in mezzo al sole, al caos e ai serpenti.
Tutto è fermo e dorme, e per la prima volta ho la sensazione che questa
potrebbe essere una qualsiasi città dell’Europa mediterranea che si riposa. Laura
non riconosce alcuni incroci, «Davvero?» dice quando le spiego dove siamo
«Davvero siamo qui?». La nostra macchina continua a non rispettare i semafori e
le precedenze, ma questo di notte non lo fa nessuno. All’altezza dell’enorme
parco di palme e cactus che anticipa la piana dell’aeroporto due uomini di
cinquant’anni, vestiti con canottiera e pantaloncini, fanno jogging. Sono le
cinque meno dieci del mattino, e con un po’ di fatica si può intuire che si sta
preparando ad albeggiare.
Bisognerebbe abbandonare Marrakech di notte, perché è
l’unico modo per vederla vuota, placida e quasi grassa, e per impararne un
aspetto che, per paradosso, è sorprendente. Di notte Marrakech non fa paura; di
notte non afferra, non vende, non sfianca, non cuoce, non mendica. Di notte non
uccide e non è feroce.
Finisce con l’uomo del taxi che, sorprendentemente, quasi
non vorrebbe farsi pagare. Quando gli chiediamo il costo della corsa dice «Come
piace a voi», e rimane fermo a guardare le nostre facce allibite. Gli diamo
tutto quello che abbiamo, visto che i dirham non possono essere esportati. Ci
saluta contento, in francese.
Finisce con Laura che
litiga in francese al check-in perché
ci hanno di nuovo annullato il volo e non sembrano intenzionati a spostarci su
un altro. L’impiegato della compagnia aerea ha l’alito pesante del mattino e lo
lancia per un paio di metri oltre il desk.
Mi sposto di lato, ridendo provoco Laura,
tento di farla incattivire, ma lei ha già il nervoso di chi ha dormito poco, e
in dieci minuti ottiene un rientro con la Royal, di nuovo via Casablanca.
Finisce con un rientro lunghissimo quasi come l’andata, con
varie attese a Casablanca per ritardi ulteriori di cui, però, non ci curiamo
più di tanto. Nelle sale d’attesa dell’aeroporto hanno le tv negli angoli, come
le icone, e riesco a captare un paio di notizie di Euronews.
Finisce con Laura che si
domanda cosa staranno facendo Iunes e Zaccaria con la mamma a Beni Mellal, e si
rammarica per non averle chiesto il numero di cellulare.
Finisce con gli applausi al pilota per l’atterraggio, come
ho sentito fare rare volte e sempre in paesi poveri, e fuori c’è il cielo bianco
di Malpensa. Finisce.
Pubblicato da a.tarabbia il 19-08-07
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