L'icona davanti al Muro
Andrea Tarabbia
Lou Reed è l’uomo che nel 1973 ha trasfigurato l’idea di
Berlino dando il nome della città del Muro a un album leggendario che è
un’epopea famigliare in interni, un canto borghese e decadente alla propria
vita privata e a quella dei personaggi della wild side. Così, by the wall,
Jim (alter ego di Lou) e la sua donna bevono Dubonnet ascoltando delle
chitarre che suonano, in un’atmosfera vagamente jazz e retro: è una malinconica
retrospettiva sull’inizio di una storia d’amore che si chiude, nell’ultima
canzone del disco (Sad song) con il
divorzio, e con Lou che guarda la foto di lei “che sembra Maria, regina di
Scozia”. Nel mezzo, una serie di episodi dedicati a The bed, il talamo nuziale, a The
kids, i figli, e a lacerti di una vita in comune che però, man mano che si
ascolta, diventa sempre più violenta, più insopportabile e dura. A proposito
della donna Lou ci racconta che il letto è “il posto dove si è tagliata le
vene”, che i figli le sono stati tolti perché “non era una buona madre” e si
prostituiva. Episodi vari di violenze domestiche (Caroline says II) o di dipendenza dalla droga (How do you think it feels) fanno da cornice tematica e per così
dire ambientale all’opera, e si avverte, forse per la prima volta, un senso di
disperazione e di volontà di rinnegare la parte selvaggia. Su tutto domina una violenta
disillusione, un’indifferenza totale alla cose del mondo, un’assenza di pietas: nell’atto di divorzio che chiude
l’album, Lou canta che “devo smetterla di sprecare il mio tempo/qualcun altro
le avrebbe spezzato entrambe le braccia”.
A lungo mi sono chiesto il perché Lou Reed avesse dedicato
proprio questo disco a Berlino, visto che, tra l’altro, Berlino non vi viene
quasi mai nominata nonostante si intuisca che tutte le canzoni vi siano
ambientate. Avevo trovato in un libro una sua dichiarazione in cui si limitava
a dire che all’epoca non ci era mai stato, ma che gli piaceva l’idea della
città divisa. Mi sono chiesto perché avesse scelto Berlino per la storia di un
fallimento, di una divisione privata che mette in scena personaggi equiparabili
a quelli di Chelsea e della Factory. È molto facile fare l’equazione città
divisa = coppia che divorzia, e non credo questo possa essere l’unico motivo della
scelta. Berlino era allora uno degli epicentri, dei punti nevralgici del mondo,
e sceglierne il nome per intitolare un disco era una scelta da ponderare bene. Lou
Reed la scelse come simbolo di decadenza, e perché aveva bisogno, per
raccontare il proprio dramma borghese, di non essere a New York, dove la folla
di personaggi della wild side avrebbe
offuscato l’io che voleva mettere in scena.
Trentaquattro anni dopo –nel quarantesimo anniversario del
primo disco dei Velvet Underground- Lou Reed ha deciso di riproporre Berlin dal vivo e per intero. Ha
riproposto se stesso, nella sua opera più autobiografica. Lo ha fatto ieri sera
nella cornice un po’ impettita del teatro degli Arcimboldi, a Milano. Ha
rivoluto con sé Steve Hunter, il chitarrista che suonò nel disco, e ha preso un
coro di dodici bambine più una voce solista, una piccola orchestra di fiati e
di archi e un proiettore, che per tutto il concerto ha proiettato immagini e
filmati sul fondale del palco.
Ha rifatto Berlin pari pari, compreso l’ordine delle canzoni, se
si eccettua l’inizio del concerto, introdotto dal coro che ha recitato il
ritornello di Sad song. Berlin è in questo modo diventato uno
spettacolo a cornice, racchiuso dai versi della canzone che chiude l’album e
celebra il distacco, la fine. Per il resto, senza voler entrare troppo nel
merito dell’analisi musicale –che non mi compete-, Berlin è indubbiamente uno dei dischi più sinfonici di Lou Reed, e
riproporlo trentaquattro anni dopo, con un’orchestra, un coro e la potenza
sonora delle nuove tecnologie, ha il senso di restituire all’udito un album
meraviglioso nella pienezza delle sue potenzialità. Nessuna registrazione può
eguagliare quello che abbiamo sentito ieri sera, i flauti e le chitarre, le
voci e gli archi.
Anche di questa operazione, in ogni caso, mi chiedo il
senso, e anche qui non mi accontento di darmi la prima e più ovvia risposta:
rifaccio il disco per farlo meglio. Ci deve essere qualcos’altro, un senso
che è nel disco in quanto tale e
nell’idea di riproporlo oggi.
L’idea della riproduzione filologica (con qualche
accorgimento non certo di poco conto) di sé e della propria musica suona come
una specie di suggello definitivo a una carriera. Non è però –o non mi è
sembrato- un canto di morte, la dichiarazione di non avere più niente da dire o
da suonare. Berlin dal vivo mi è
sembrata, ieri sera, un’operazione pensata che nasconde una serie di
significati che forse vale la pena provare a esplorare.
Anzitutto, un fatto: la riproduzione live dell’album in questione non ne toglie l’aura, anzi. Ne aumenta
semmai la sacralità, rendendo il pubblico parte integrante di una sorta di rito
collettivo che è sì una riproposizione degli accordi, dei testi e almeno in
parte delle atmosfere, ma che dà allo stesso tempo la sensazione di essere di
fronte a un unicum: forse è perché
l’oggetto disco è in sé e per sé qualcosa di riprodotto e riproducibile, e
portarlo sul palcoscenico, renderlo evento, lo toglie da questa impasse. Mi sono però chiesto perché Lou
Reed avesse sentito il bisogno di attualizzare l’album e perché lo avesse fatto
proprio ora. In questo gioca un ruolo centrale il superamento dell’aspetto
autobiografico: la rockstar che ogni trent’anni mette in scena se stessa senza
intermediazioni. Lou Reed non suona spesso in giro le canzoni dell’album Berlin. Non racconta in giro del tentato
suicidio della moglie o delle anfetamine. Oggi improvvisamente decide di
riprodurre se stesso riproducendo un album, e il farlo è sì l’occasione per mettersi a nudo, per
misurarsi di nuovo con il proprio passato non solo musicale, ma dà modo a noi e
a lui di riguardare il tutto da una certa distanza, utile per chiudere i conti.
Inoltre in Berlin,
nella canzone, Lou Reed parlava del Vietnam. Lo faceva in maniera velata, quasi
nascosta: nell’universo piccolo borghese del caffè vicino al Muro, Jim/Lou Reed
intimava alla sua donna di non dimenticare il Vietnam. Man mano che la storia
d’amore proseguiva, però, cresceva nel Lou Reed personaggio l’indifferenza per
le cose del mondo: in Men of good fortune,
ad esempio, cantava di fregarsene dell’esistenza dei ricchi e dei poveri e
delle loro storie; in How do you think it
feels si preoccupava solo del suo, passando le giornate alla ricerca di una
nuova dose e con la paura di addormentarsi e di non svegliarsi più.
Oggi (ieri), il proiettore, per tutta la durata di Men of good fortune ha mandato le
immagini dei soldati americani in Iraq, intervallandole a lunghe file di
fototessere con i loro ritratti borghesi: un’esposizione di volti molto simile
–iconograficamente- a quelle delle vittime dei campi di sterminio. A volte
alcune di queste fototessere venivano ingrandite e mostrate a tutto schermo:
erano quasi sempre volti di morti in battaglia, e questi morti in battaglia erano
perlopiù di colore. Sotto, Lou cantava che ci sono uomini facoltosi che “spesso
provocano la caduta degli imperi/ mentre gli uomini di origini modeste spesso
non possono fare proprio nulla”.
Nel 1973 il Vietnam, oggi l’Iraq. Nel 1973 il disco
raccontava una scissione che è sì di coppia, ma che è allo stesso tempo un
allontanamento dalle cose del mondo a causa dell’amore, della costruzione del
nido, della droga, dei problemi e del cinismo. Il Lou Reed personaggio si
identificava con l’iconografia e il fascino di Berlino in un doppio senso:
raccontando la storia di una separazione e mostrandosi completamente votato ai
fatti propri, quindi separato dal resto così come –azzardo- Berlino era
un’isola all’interno della DDR.
Oggi, mi pare, riproporre e ricontestualizzare Berlin è chiudere il cerchio e colmare
questo distacco, rimettendo al centro delle cose il mondo. È lasciare almeno
parzialmente in disparte il dramma personale, perché è antico e chiuso. Questo,
secondo me, ha fatto Lou Reed: un’operazione di riproduzione fedele solo in
modo apparente, perché in realtà, spesso, proporre la stessa cosa in contesti
ed epoche differenti è il solo modo per offrirne una visione diametralmente
opposta e in qualche modo complementare.
C’era una breccia rimasta aperta, e ieri sera è stata
colmata.
L’operazione di clonazione di se stesso è stata allo stesso
tempo un’operazione, per così dire, di uscita
da se stesso. È stato, dicevo, chiudere i conti con un’epoca rimettendola in
scena. L’operazione è stata condotta raddoppiando l’impatto sonoro e trascinando
i finali di ogni singola canzone (eccetto la title-track) in continui crescendo
strumentali che pian piano diventano un vero e proprio monumento a uno degli
album più importanti degli anni Settanta, e fanno del Lou di ieri sera, in
definitiva, l’icona sonora di se stesso. Solo che questa icona è doppia: è insieme
biografica e metaculturale: Jim/Lou non è più Lou Reed, ma un personaggio a
tutto tondo su cui Lou stesso può ragionare. Infatti tutti i pezzi mantengono
lo stesso arrangiamento dell’originale, ma lo dilatano nei tempi, come se a
ogni brano bisognasse aggiungere –metaforicamente- i trentacinque anni che ci
separano da lui. Allora le code infinite delle canzoni, quei finali tirati allo
spasimo mischiati a una pertinenza filologica che sfiora il dettaglio, sono qui
a dirci che le tematiche biografiche e politiche che Berlin proponeva, nascondendole, mascherandole in nome della
messinscena del proprio universo privato e della wild side –che dell’universo privato non è che il controcanto- sono
attuali tutt’oggi. Il crescendo
grandioso di Sad song, con quei suoi
dieci minuti di epica privata, è partito nel 1973 ed è arrivato ieri,
lunghissimo, ed è qui a dire che il mondo non è cambiato, che le urgenze che
emergevano in Berlin sono le urgenze
del mondo di oggi più che del Lou persona: la guerra, la morte, la violenza, il
bisogno di introspezione. Trascinare una canzone dal 1973 al 2007 e poi
dilatarla, gonfiarla, è creare un ponte tra il mondo diviso di allora e quello
diviso di oggi.
Pubblicato da a.tarabbia il 11-07-07
il richiamo della foresta