La piccola porta
Walter Nardon, Antonio Moresco
Walter Nardon –
In Zio Demostene il racconto delle vicende dei suoi famigliari è
accompagnato da numerose fotografie, prese da vecchi album. Pur senza tradursi
in una particolare strategia allusiva (penso a quello che accade nelle opere di
W.G. Sebald), l’impiego delle foto nel racconto incide sull’archiettura del libro.
A questi referti e ai documenti d’archivio di un passato anagrafico, esteriore,
si affianca infatti la narrazione di un passato quotidiano che è invece
resistente, opaco, non documentabile. Mentre la narrazione illustra passo dopo
passo molti episodi, le foto diventano progressivamente sempre più enigmatiche.
Nel complesso, sembra che solo la letteratura, l’invenzione, possa testimoniare
una scomparsa.
Antonio Moresco
– Non solo l’impiego delle foto incide, ma è un vero corpo a corpo. Sono i
morti che entrano direttamente nel libro con i loro volti impressi
all’incontrario su una lastra fotografica o su una pellicola nel breve istante
di luce dello scatto, mentre si trovano in una prigione, in una caserma, in
posa col vestito della festa, in un campo di prigionia, allineati di fronte a
una povera casa di campagna… Ma irrompono anche i luoghi, le case, le ville poi
diventate set cinematografici, il chiostro di un convento-orfanatrofio dove ho
vissuto stralunato e traumatizzato durante la mia adolescenza… Se la fotografia
è la morte, allora questo piccolo libro accoglie dentro di sé, da pari a pari,
la morte. La scrittura è più asciutta, impietrita, tiene lo stomaco in dentro,
perché deve inchinarsi e dare il passo alla morte.
Se una cosa è davvero scomparsa, è scomparsa,
e niente e nessuno la può più testimoniare. Se qualcuno la può testimoniare, allora
vuole dire che non è veramente scomparsa. I fisici, gli astrofisici, stanno
cercando di capire come sono fatte e di che cosa sono fatte la materia, la
luce, la materia oscura e l’energia oscura… C’entra qualcosa tutto questo con
ciò che lega i corpi e le menti attraverso i cicli delle generazioni nel
movimento immobile delle spaziotempo? I morti, impressi da un bagliore di luce sulle
gelatine di qualche lastra fotografica o di qualche pellicola, mi ritornano di
fronte irriducibili, opachi, come fantasmi. In questo piccolo libro emergono
particolari della mia vita e tasselli che nei miei altri libri non vengono
dati, come nei tre luoghi racconti di Clandestinità, negli Esordi…
Là ci sono dei luoghi, delle figure, ma non viene data la relazione tra di essi
che di solito siamo abituati a trovare in un libro, che “spiega” tutto e che
non spiega niente. Ma che per molti sembra il senso stesso della narrazione e
della possibile comunicazione di un’esperienza. Se li avessi dati, mi sarebbe
sembrato di semplificare tutto, di mostrare solo il cerchio piccolo e non
quello grande dove anche gli altri cerchi più piccoli sono compresi. Qualcuno
avrebbe detto: “Ah, sì, adesso ho capito, questo è papà, quella è mammà,
quell’altro è questo, quell’altra è quella…” Avrei perpetuato questo tipo di
narrazione non più proporzionale con il giro della materia e del cosmo e con le
sue orbite. Mi avrebbe anzi occluso l’orizzonte, mi sarei fermato alla prima,
piccola porta. Non dando quello piccole “informazioni” e quelle piccole
“spiegazioni” ho immesso tutto quanto in uno spazio più ampio, dove fingiamo in
modo consolatorio di non essere, ho riconosciuto la sua presenza e la sua
esistenza.
Il movimento di questo piccolo
libro, dove compaiono direttamente i fantasmi e i morti, sembra invece diverso
e opposto. Ma alla fine ci si trova di fronte a un’irriducibilità e a un enigma
che fa franare tutto quello che abbiamo letto fino a quel momento. I fantasmi
sono inquieti, si continuano a muovere, hanno sempre l’ultima parola, ti
mostrano -stando dall’altra parte- quella prima, piccola porta da cui loro sono
già usciti.
Pubblicato da a.moresco il 18-06-07