Vilnius-Šestokai-Varsavia
Ci infiliamo sopra un treno
moderno, di quelli che sembrano fatti apposta per segnalare alla popolazione
l’ingresso nell’Unione Europea, nell’Europa che conta, di quelli che dicono:
“Ehi! Avete visto? Ci siamo anche noi! Da queste parti, come vedete, non si scherza
mica, da queste parti, nonostante tutto, non ci abbiamo messo poi molto ad
allinearci, ad essere come voi!”. Si tratta del primo tratto da percorrere per
raggiungere il confine, prima di cambiare treno ed entrare in Polonia.
Trascorreremo un ultimo giorno a Varsavia, una notte e un pomeriggio, e poi
punteremo verso l’aeroporto Chopin, per tornare a casa. Ci hanno detto che in
Italia si muore, che il tempo è già afoso come una suocera, che si teme
un’emergenza lunga tre mesi. I sedili del treno sono durissimi, fanno venire il
mal di schiena; sono posti da due in cui, ben presto, ci s rendiamo conto che
bisogna stare seduti in tre, seguendo i sobbalzi della linea ferroviaria. Non
ci sono le tendine, in questo treno scomodo e fighetto, e le tre ore da Vilnius
al confine le passiamo esibendoci in improbabili contorsioni per evitare che i
raggi del sole ci buchino le cornee. C’è un ubriaco, seduto poco più in là.
Ogni posto dove andiamo ha il suo corrispettivo alcolico, il suo matto, il suo
spostato. Questo è un signore di sessant’anni che continua a far segno ai
passeggeri di sedersi nel posto accanto a lui, che ha una pericolosa macchia
scura all’altezza della patta, che tenta di far ridere i figli di una signora
molto borghese che lo guarda con tutta l’inquietudine baltica di cui è capace.
Quando scende, l’ubriaco passa nel piccolo corridoio dicendo qualcosa ad alta
voce, parlando all’umanità di chissà quale argomento, e pretende di stringere
le mani a tutti quelli che, almeno una volta, si sono girati a guardarlo
durante il tragitto. Si avvicina pericolosamente a una ragazza, tenta di
sussurrarle qualcosa all’orecchio, tutto il vagone si mette in allarme.
Il punto di contatto ferroviario tra Lituania e Polonia è una piccola
stazione sperduta nella pianura coltivata, in un paese di legno che si chiama
Šestokai. Ci dobbiamo passare
circa un’ora per la coincidenza. Ci diciamo che è strano che la stazione di
cambio tra due capitali europee sia in un posto come quello, circondato dal
nulla e dallo spazio, senza niente che non sia un piccolo orto recintato, una
casupola di legno sferzata dal vento e dalla neve, e un certo numero di vacche
al pascolo. Facciamo un po’ di spesa nell’unico negozio: il treno farà un giro
incredibile, impiegherà più di sette ore per coprire il tratto tutto sommato
breve che separa Varsavia dal confine. Mangiamo sulla banchina della stazione,
chiusi tra il nostro trenino che non si decide a ripartire e i vagoni diretti a
Varsavia. Vado in bagno, io ho questa sorta di rito, quando sono in viaggio,
devo pisciare, devo lasciare una traccia in ogni posto dove mi fermo per almeno
un’ora. Entro nella costruzione indicata come bagno: l’interno è tutto
piastrellato di azzurro, sa di piscio e di ammoniaca, e riceve poca luce da
alcune finestrelle rettangolari. Io ho già parlato altrove, sempre in questa
cronaca, dei bagni di Birkenau. Sembra che un’orda di estoni sia arrivata a
cavallo e abbia divelto le porte, sradicato tutti i water, li abbia gettati da
qualche parte, poi abbia cominciato a prendere a sprangate le tubature, i
condotti, abbia lacerato le pareti e profanato i lavandini e, infine, abbia
impalato e scuoiato tutto il personale delle pulizie: nel pavimento sono
rimasti dei buchi, ritagliati nella superficie orizzontale delle piastrelle. Bisogna
direzionare il fiotto di piscio entro questi spazi neri, profondi, per evitare
che l’orina rimbalzi sul pavimento e ritorni indietro a macchiare i pantaloni.
Qualcuno che mi ha preceduto se ne è fregato, si è svuotato a caso,
probabilmente guardando per aria. Allungando un po’ il collo, riesco a vedere
l’interno della fogna, strizzando gli occhi posso distinguere la forma
imprevedibile dell’ammasso di feci che è raccolto sul fondo del buco, riesco a
immaginarmele bagnate, innaffiate dal piscio e dagli sputi. Mi chiedo chi possa
avere avuto il coraggio, e sono molti, di mettersi a cagare senza le porte,
senza potersi appoggiare da nessuna parte e senza potersi permettere di non
centrare il buco. Da un momento all’altro ci si aspetta di veder emergere da questa
cloaca un essere smisurato, affamato e strisciante, soffocato dalla poca aria
che ci deve essere là sotto, ci si aspetta di vedersi afferrare i coglioni, di
essere sbranati a cominciare da lì, dalla parte più protetta del proprio corpo;
oppure, più realisticamente, si ha paura di scivolare sul leggero strato di
piscio altrui che circonda il buco, di finire all’improvviso e senza
accorgersene all’interno della fogna, di entrarci con una gamba dopo aver
sbattuto la testa sul bordo viscido…
Epilogo veneziano
Solo io, Ronnie e Vincenzo ci imbarchiamo sull’aereo per Venezia; Davide
è partito nel pomeriggio: arriverà a Rimini via Francoforte. Partiamo con
un’ora buona di ritardo, pare che su tutta la tratta da Varsavia all’Italia
(Sud della Polonia, Slovacchia, Austria, Triveneto) ci sia una specie di
bufera, e fino all’ultimo rischiamo che il nostro volo venga annullato per
maltempo. L’aereo cade preda per tutto il viaggio di sinistri vuoti d’aria, di
mancamenti, di sospiri, anche le hostess e gli steward faticano a camminare per
il corridoio centrale, si aggrappano ai carrelli delle bibite, dei gioielli,
mentre noi voliamo in mezzo ai lampi, che illuminano la cabina e si scaricano
sull’Europa. Atterriamo a Venezia sotto un’autentica bufera: l’aereo riesce a
centrare la pista appoggiando prima il carrello di destra e poi stabilizzandosi
sull’asfalto in velocità. Come diavolo ha fatto a non scavare nella terra con
una delle due ali. Piove obliquo, si fa fatica a vedere attraverso il muro
d’acqua, e tira un vento che piega la testa, che ti fa maledire la tua
maglietta e i tuoi calzoncini. Recuperiamo i bagagli nell’aeroporto vuoto,
abbandonato; è l’una e mezza del mattino, gli inservienti cominciano a passare
sui pavimenti con le loro macchine lucidatrici, e per uscire sulla strada ci
vogliono tre persone: una che esce, le altre due immobili sotto le fotocellule
delle porte scorrevoli per tenerle spalancate, perché a quell’ora dal Marco
Polo si può soltanto uscire, visto che non ci saranno aerei da prendere per
almeno altre quattro ore. Il primo pullman verso Mestre sarà tra quattro ore.
Vincenzo si ricorda che c’è un treno per Bologna alle tre e mezza, e che forse
un paio di carrozze verranno dirottate su Milano. Vale la pena tentare. Saliamo
su un taxi, la mia prima auto con il cambio automatico, e ci incuneiamo nella
pioggia battente; il vento piega gli alberi, li annoda, fa correre le
pozzanghere sull’asfalto, le disloca. Arriviamo alla stazione di Mestre alle
due e mezza, il tempo di uscire dal taxi e raggiungere l’edificio e siamo
completamente inzuppati. Tiro fuori dalla valigia una felpa e il k-way, e provo
a forzare la porta della sala d’attesa senza riuscirci: siamo condannati a
passare le prossime ore sulla banchina. Ci mettiamo nel centro esatto della
piattaforma, pensando di schivare la pioggia, ma l’acqua ci batte lo stesso
sugli stinchi, il vento fa lacrimare gli occhi. La fine del mondo sarà in pieno
giorno e in pieno sole perché questa notte il mondo è andato avanti. Qualcuno
vaga per la stazione in maniche di camicia, si abbraccia, saltella, cerca
riparo nel sottopassaggio, anche quello sferzato dal vento e dagli spruzzi.
Passiamo un’ora così, in piedi, nascondendoci dietro i cartelloni pubblicitari,
dietro i pannelli con gli orari dei treni, cercando riparo e lanciando lo
sguardo nel buio, nella vana speranza di vedere le luci di un treno, del nostro
treno in miracoloso anticipo.
Sul treno non c’è posto per me. Pagando un supplemento, Ronnie e Vincenzo
possono andare, ma per Milano ci sono solo cuccette piene da Vienna, e non
riesco a far commuovere il controllore, non posso sistemarmi nel corridoio.
Convinco gli altri a partire comunque, il mio treno è alle cinque e mezza,
aprirà un bar, prima o poi, riuscirò a trovare riparo, magari a dormire un’oretta.
Mi infilo in una cabina telefonica, trascinando con me la valigia perché
non si bagni. Fumo l’ultima sigaretta rimastami appoggiato al vetro sporco, con
il cappuccio del k-way chiuso fin sugli zigomi. Raggiungo il primo binario,
comincio a guardare gli orari del bar e della biglietteria. Il bar aprirà alle
sei, la biglietteria alle cinque. Tento di raggiungere i bagni, almeno lì
dentro non piove e non tira vento, ma i bagni sono l’ultima cosa che verrà
aperta. Piscio in un cespuglio, trascinandomi dietro la valigia e tentando di
fare il più in fretta possibile per evitare di inzupparmi completamente. A
pochi passi da me, un ubriaco sprezzante del freddo e della pioggia dorme
appollaiato sopra il cumulo delle sue cose.
Verso le quattro la stazione è popolosissima: saremo una ventina di
persone, di cui la metà non è in attesa di un treno: tre o quattro tossici
dormono sopra dei cartoni, oppure se ne stanno seduti a guardare nel vuoto
appoggiati a una colonna. Due puttane nigeriane hanno appena finito il turno,
camminano a gambe larghe sulla banchina e non guardano in faccia nessuno;
ciabattano nelle loro infradito perlate, e non hanno nemmeno voglia di parlare
tra loro. Due barboni si sono ricavati un giaciglio di cemento all’ingresso del
McDonald’s. Passando di fianco a loro, li si sente russare, come se davvero
dormissero beatamente. Una famiglia di filippini ha occupato un angolino
davanti alla vetrata del bar: hanno aperto gli ombrelli e li tengono appoggiati
per terra, in modo che facciano da schermo contro il vento. Sono tentato di
chiedere se hanno un posto per me. Nelle stazioni di notte c’è sempre qualcuno
che arriva da chissàdove, e che se ne sta fermo da solo nella medesima
posizione aspettando il proprio treno. Sono maschi di mezza età malvestiti,
probabilmente impiegati statali con la barba sfatta e almeno un matrimonio
andato alla deriva. È a questi che di solito io scrocco le sigarette, perché so
che non vorranno mai attaccare discorso. In ogni stazione, la notte, c’è un
faccendiere: tutte le volte che mi è capitato di trascorrere le ore buie nelle
stazioni d’Europa senza riuscire a dormire, ho sempre visto questa figura: è un
maschio sporco con la pancia prominente, i capelli lunghi, unti e brizzolati e
le dita sporche. Arriva in stazione a una cert’ora, ed è come se tornasse a
casa: conosce tutti, ferma tutti, ha qualcosa da dire alle puttane, ai tossici,
a volte anche ai viaggiatori. Sa il nome delle bigliettaie, della tabaccaia e
si ferma a fare due chiacchiere con gli addetti alla pulizie. Parla male la sua
lingua e la riempie di dialettismi, offre sigarette a chi gliele chiede e sa
tutti gli orari degli autobus. È l’Uomo della stazione, uno che non si saprà
mai di preciso che cosa fa, com’è che è finito a fare l’affabulatore notturno. Si
sa che non salirà mai su un treno, lo si intuisce, e, in qualche modo, si ha la
sensazione che finché ci sarà lui non ci sarà mai pericolo per nessuno. L’Uomo
della stazione di Mestre parla e ride con una ragazza cinese, tende l’orecchio
per capire le risposte, mentre io mi sono sistemato, in piedi, davanti
all’ingresso sprangato di una banca, e ho di fianco un orientale, un giapponese
di quarant’anni: gli orientali sembra sempre che indossino vestiti di due
taglie più grandi. Il mio canticchia una canzone in giapponese, sbatte i piedi
per il freddo e li sbatte a tempo. Ogni tanto gli lancio un’occhiata, lo
inibisco e lo faccio smettere. Lui allora appoggia la testa a una colonna (è in
piedi come me), chiude gli occhi e prova a dormire; rimane così per qualche
minuto, poi si sveglia e riattacca a canticchiare. Di nuovo mi giro e lo
guardo, diventa una specie di giochino tra noi due per ingannare il tempo.
Chiedo una sigaretta al sosia dei Benicio Del Toro: è una 100’s, io odio le
100’s e sono quasi le cinque del mattino. Aspettiamo l’apertura delle porte
della biglietteria mentre la bufera non accenna a calmarsi. Tutti quanti
camminiamo rasentando i muri, sostenendoci le occhiaie. Bisogna fare i
biglietti ai distributori automatici. Una famiglia di pakistani non sa come si
fa, mi mette in mano dei soldi e mi chiede se, per favore, posso fare per loro
quattro biglietti per Milano. Mentre digito sullo schermo e vado avanti con la
procedura, se ne fregano altamente e parlano tra di loro nella loro lingua.
Finalmente il binario, nel freddo di quest’alba lurida. Il treno ritarderà di
quaranta minuti, è l’ultima beffa, a me gira la testa dalla stanchezza e mi
sembra di essermi caricato sulle spalle tutta la sofferenza della Polonia in
queste ore, mi sembra di averla riassunta nell’esperienza di una notte di
tempesta tra la popolazione notturna di una stazione sudicia, dimenticata.
Bisogna stare come si sta, immersi nelle cose, con tutta la scomodità e la
precarietà e l’urlo e lo sdegno di cui si è capaci.
[Fine. Le puntate precedenti:
1,
2,
3,
4,
5 e
6]