La sofferenza della Polonia #5
Andrea Tarabbia
Białystok-Białowieža- Białystok
Perché Białystok? Perché questo luogo di confine, questa città
abbandonata, scrostata, dove sappiamo che non troveremo niente perché niente ci
può dare? Perché a volte le cose te le devi andare a cercare, devi esplorare
anche quello che non avresti mai detto, devi allontanarti dalla bellezza, dalla
possibilità, dal fulgore. Devi vedere quello che non vedresti mai, devi
raggiungere, con tutta la superficialità e la fuggevolezza di una condizione
come la nostra, i confini, la periferia.
“Andrea, perché ti ostini a non voler studiare il polacco? Perché non lo
impari? Cosa ti tiene lontano?”
“Giorno dopo giorno mi sto dimenticando quel poco di russo che avevo
fissato nella mente. Figurati se mi metto a studiare il polacco!”.
Ah, polacco! Lingua di mezzo, scontro di consonanti, deviazione cattolica
del parlar slavo! Sei la lingua perfetta per essere parlata a bassa voce, a
bassa voce dalle vecchine che spettegolano nei viali vuoti dei cimiteri, la
mattina, e-cos’ha-fatto-la-figlia-del-dottore-e-quanto-si-fa-fatica-a-tirare-la-fine-del-mese,
sei la lingua delle borse della spesa, dell’accettazione e delle teste basse,
sei la lingua stentata, malscritta, perfetta per essere paroleggiata,
cincischiata, farfugliata, sei la lingua delle cose piccole, degli
scioglilingua impronunciabili, della delazione e della preghiera ignorante e
cieca!
A Białystok hanno una chiesa cattolica gigantesca, moderna, che sembra
una moschea. Hanno un campanile che sembra un minareto, piazzato all’inizio dell’enorme
e lunghissima via principale, hanno i marciapiedi larghissimi e un ostello
piccolino, con gli interni tutti in legno, pulitissimo: un prefabbricato di
questi tempi, una casetta delle fiabe con il tetto verde e le pareti esterne di
plastica, molli, in mezzo a dei palazzoni squadrati e noiosi, umettati di
verde, di giallo, di blu, di rosso, di segni obliqui e di finestre piccole.
Vincenzo sta male, diamo la colpa alla rapa rossa ma la rapa rossa non c’entra,
entra ed esce continuamente dai bagni di tutta la città , nei bar, nei caffè,
prende pastiglie, caga di notte nei parchi vicino ai parcheggi, tra le case
addormentate, con Ronnie che gli fa da piantone e gli ride in faccia mentre
rumoreggia all’ombra di un albero o di un muretto, ruba rotoli di carta
igienica nei ristoranti; ci racconta, forse per esorcismo, dei bagni della
stazione di Leopoli, con quella loro struttura centrale in legno, e due
mefitici vialetti lunghi qualche metro dove tenere sospesi i culi, fianco a
fianco con l’ucraino ubriaco di turno, con un moldavo emigrato, dopo aver
cercato uno spazio non occupato dalle merde di quelli che sono stati lì in
precedenza. Metri e metri di mucchietti di merda, una passerella insopportabile
per trovare uno spazio libero e cagabile, in quell’acquetta calcuttesca e
ignobile che scorre bloccata dal guano e dalle fibbie delle cinture, che cadono
dai pantaloni slacciati e si tuffano nel fiume caffelatte.
A Białystok Deržinskij tentò, con un discorso accorato, di fondare la
Repubblica Socialista di Polonia con trent’anni di anticipo. Oggi un barbone di
settant’anni, completamente sbronzo, che abbiamo recuperato chissà come alla
stazione degli autobus, ci chiede delle sigarette sostenendo che siamo “super”:
lo troviamo dovunque, e dire che abbiamo attorno 250.000 abitanti, nei 24 ore,
nelle piazze, nelle stazioni, di giorno e di sera. Diventa un po’ il leitmotiv
della nostra permanenza: usciamo dall’ostello, scendiamo da un autobus e ci
guardiamo attorno, lo cerchiamo con trepidazione. Facciamo un altro tentativo
di ottenere un visto per Minsk. Davide è convinto che basti cambiare città
perché cambino le regole, che basti spostarsi di qualche centinaio di chilometri
per avere delle facilitazioni, perché chiudano un occhio. Dopotutto Białystok è
sul confine.
Białowieža, la Foresta Bianca. Comincia in Polonia, si espande e finisce
in Bielorussia. Ci andiamo per vedere la riserva del bisonte europeo, anche se
non ce ne frega niente. Due ore di autobus verso finis terrae, con un
cambio nel buco del culo dello Stato. Una cicogna ha fatto il nido sopra un
camino, in mezzo a questi boschi, a queste distese di niente e a queste
straducole costeggiate di abitazioni in legno con i tetti ripidissimi. Per
arrivare dal bisonte dobbiamo prendere “per forza” una carrozza. Le rughe di
una signora vestita alla marinara ci portano, a colpi di frusta, all’interno
dei boschi, con Ronnie che ha mal di cavallo e le macchine che ci superano a
cent’allora. Una ragazza bellissima ha un chioschetto con dei tavoli di legno
massiccio appena fuori dall’ingresso della riserva. Ci prepara dei pirogi
al cinghiale, mentre la nostra cocchiera ci aspetta e intanto parlotta con gli
autisti degli autobus. La Polonia è bellissima, tutta uguale, tutta piena di
villaggetti, di coltivazioni, di distese di alberi, di mucche legate con delle
catene inchiodate al terreno, di facce rugose. Il bisonte ci guarda, si
avvicina, ha gli occhi poco intelligenti e la cervicale curva, nodosa. Siamo a
due chilometri dalla Bielorussia, che non raggiungeremo. Proviamo a guardare, a
vedere se si vede già la frontiera e se noleggiando un trafficante possiamo
superarla. Ma non si vede la frontiera, e non ci sono trafficanti, solo il
rumore degli zoccoli di un cavallo e, a un angolo, la Pizzeria Positano.
Come si chiama l’inventore dell’esperanto? È di Białystok. A Białystok
c’è la statua del loro concittadino che inventò l’esperanto e ci sono le donne
più belle di tutta la Polonia. Una di loro, molto giovane, ci ferma l’ultima
sera mentre stiamo andando verso la stazione, dove abbiamo lasciato le borse e
dove prenderemo un treno per partire. È quasi mezzanotte, e c’è in giro poca
gente. Lei sta parlando animatamente al cellulare, ci incrocia, ci guarda, si
capisce che dice al suo interlocutore di aspettare, che lo richiama dopo. Ci
chiama, in inglese.
“Da dove venite?”
“Dall’Italia.”
“E’ tutto a posto?”, ci guardiamo un po’ perplessi, senza capire.
“Sì…è tutto a posto.”
“Ho visto che siete stranieri, ho pensato di aiutarvi.”
“Aiutarci?”
“Sì, se avete bisogno di qualcosa, se vi sentite disorientati, io sono di
Białystok…”.
Vilnius
Il vento di Vilnius ti piega le anche, in questa mattina di pioggia dopo
una nottata traballante sopra un treno. Ronnie, Davide e Vincenzo dicono che,
ogni volta che entrano in Lituania, il primo giorno piove, il cielo sembra
basso come un soffitto e, arrivati alla stazione, bisogna subito aprire la
valigia, così, nella sala d’aspetto, e cercare una felpa pulita tra le cose che
si ammassano, si nascondono a vicenda e si disperdono. Davide si fionda
immediatamente in un’agenzia, parlotta con l’impiegata in russo, in polacco,
mentre io, dall’altra parte della stazione, cerco un ostello all’ufficio del
turismo. Io trovo da dormire, lui trova il sistema per entrare in Bielorussia.
Possiamo entrare, stare dentro tre giorni, è sufficiente lasciare i nostri
passaporti all’agenzia fino alle quattro del pomeriggio, pagare un numero
spropositato di litas e fare un altro viaggio di notte. È martedì, e noi entro
venerdì dobbiamo essere assolutamente a Varsavia, nel nostro quartier generale,
perché sabato si torna a casa. Inoltre, non ci danno la certezza matematica
che, arrivati alla frontiera, la cirrosi di una delle guardie di confine non lo
spinga a rompere comunque i coglioni a Ronnie per via del suo passaporto in
scadenza. Decidiamo di rinunciare, che non ne vale la pena, io non sono nemmeno
mai stato in Lituania, mi va bene così. In ogni caso, se si vuole andare in
Bielorussia per un periodo molto breve e non si vuole passare intere giornate
tra consolati, ambasciate e impiegate cagacazzo, è sufficiente entrarci dalla
Lituania, aggirando l’ostacolo dell’invito e tutto il resto.
Arriviamo all’ostello, a pochi passi da Ostra Brama, la seconda madonna
della cristianità cattolica dell’est europeo. E’ una madonna polacca, che sta a
Vilnius perché prima Vilnius era Polonia. Tre piccole stanze, ognuna con
otto-dieci letti, maschi e femmine assieme, due bagnetti a volte senza acqua
calda, i coreani che dormono tutto il giorno, si alzano, mangiano il loro riso
o chessoio, e poi tornano a letto. Poi, a parte noi e una coppia di austriaci,
solo anglosassoni: inglesi, australiani, americani, un canadese. Gli europei
non girano l’Europa: non ho quasi mai incontrato in giro gli spagnoli, i
francesi, i belgi, i norvegesi, gli svizzeri. A meno che non abbiano un motivo
di studio o di lavoro. Girare per girare, al di là dei gruppi di pensionati, è
una cosa degli italiani e degli anglosassoni, strana comunanza di mete e di
intenzioni.
Maurizio. Cazzo, abita a Rovello Porro, il paese di fianco al mio. Lavora
a Saronno, dove abito io. Quarant’anni, solo, sta facendo l’inter-rail: Praga,
Germania, Polonia, repubbliche baltiche, scandinavia. Una città, massimo due
per ogni Stato. Si presenta vestito di nero, maglietta sporca, capelli
incrostati sulle tempie, barba malfatta, mani nere, una quantità disumana di
tartaro sui denti. Viene con noi a fare colazione. Passo una mezz’ora terribile
a cercare di fargli capire che no, la Manu di Cislago non la conosco, e non
conosco nemmeno il Jimmy, l’Antonio, la Federica e tutti i 151 volontari della
Croce Rossa di Saronno, dove lui lavora. Dopo un’altra mezz’ora abbiamo finito
gli stratagemmi per passarcelo di mano, ormai può andare a ruota libera, ha
trovato con ognuno di noi l’argomento con cui torturarlo: con Vincenzo, che è
medico, ad esempio, tenta di scambiare opinioni sul sistema linfatico, sullo
schifo della Sanità italiana. Finché Davide non trova il modo per liberarcene:
andiamo a vedere la casa di Mickiewicz. Il poeta ha vissuto a Vilnius quando
ancora si chiamava Wilno, era alto un metro e sessantasette e le porte della
sua abitazione non arrivano al metro e settantacinque. C’è una copia della
prima edizione del Pan Tadeusz. C’è una signora, polacca di Lituania,
che ci fa da guida. Capisce anche il russo, anche se a domanda risponde
comunque in polacco. I lituani di Vilnius sono tutti quanti almeno bilingui:
tutti parlano lituano, ma un sessanta per cento della popolazione è polacca o
ha origini polacche, e un’altra grossa fetta proviene da Russia o Bielorussia. Si
instaura una specie di giochino tra me e Davide, per chiedere informazioni:
fermiamo della gente a caso, uno fa la domanda in polacco, ascolta la risposta,
poi interviene l’altro e chiede un compendio nell’altra lingua, il russo.
Vogliamo cogliere i lituani impreparati, e non ci riusciamo quasi mai. Se non
sanno parlare una delle due lingue, comunque la capiscono. Per il resto
vaghiamo per la città, Ronnie e Vincenzo, che si sentono in estate, sfoderano
pantaloncini corti e sandali e hanno le gambe tagliate dal vento e i piedi
rossi dal freddo. Io sono in una camera con Ronnie (e Maurizio, oltre ad altre
quattro persone), Vincenzo e Davide hanno i coreani. Mi sveglio a metà della
notte, il mio quasi-concittadino e un tizio di Londra stanno lanciando a briglia
sciolta i loro bronchi nella stanzetta. Ronnie bestemmia, è insofferente: lo
vedo, nel buio, mentre tira una cucinata sul corpo di Maurizio, il quale non fa
neanche una piega e continua imperterrito a russare. Poi Ronnie si volta,
dirige la mira sotto di sé, becca l’inglese sul petto con un’altra cuscinata. È
un’escalation di violenza, Maurizio non la smette, avvolto nella sua
canottierina bianca che luccica nel buio. È la volta della mano nuda. Non è
possibile che lo faccia davvero. Invece lo vedo sporgersi, vedo Ronnie
allungare il corpo nello spazio e tirare così, a palma aperta, alla coscia del
mio quasi-concittadino. C’è un momento di silenzio, in cui mi sento ridere e
sento Ronnie che manda affanculo tutti quanti e sputa minacce. Mi giro dall’altra
parte, ho le lacrime agli occhi e devo cacciare la testa nel cuscino.
Pubblicato da s.baratto il 10-03-07
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