Bambole
Lea Melandri
Nel gioco della
bambina con la bambola si è creduto a lungo di vedere precocemente all’
opera l’ “istinto materno”. Ma che dire allora delle modelle, delle
“veline” e delle conduttrici televisive sempre più simili alle Barbies, e
viceversa? Le bambine hanno sempre avuto un rapporto ambiguo con quel
corpo inanimato in tutto simile al loro, fatto per specchiarsi più che per
apprendere la difficile arte della relazione con l’altro. Lo coccolano e,
al medesimo tempo, lo invidiano. La sua bellezza e seduzione inducono
ansie e voglie devastatrici: diventa necessario impadronirsene,
sottometterne il mistero imponendogli norme e leggi. Dietro la copertura
apparente dell’iniziazione alla maternità trapelano inequivocabili
rituali erotici: vestire per svestire, abbellire per degradare. Su quel
corpo i gesti e le parole consumano curiosità e vendetta, il gioco diventa
esercizio di un dominio. La relazione, trasgressiva rispetto alle attese
educative, rimanda a un corpo femminile visto “da fuori”, come se corpo e
pensiero si fossero separati, collocandosi su poli opposti.
Analogo è quello che
solitamente avviene nel rapporto sessuale, tanto da far nascere il dubbio
che sia la donna stessa a muoversi dentro il rituale maschile
dell’appropriazione, ad assecondarlo, forse a prepararlo. Il corpo che si
consegna all’uomo è già stato guardato e porta già segni di manipolazione,
sia pure immaginaria. Il desiderio, la curiosità, la voglia di dominio del
maschio, sono già stati preceduti da sentimenti analoghi, da parte della
bambina, per il corpo che le è simile, e quindi per il suo stesso corpo:
per vincere quello che “dal di dentro” di quel corpo le si oppone, lo fa
proprio. Ma se questa per l’uomo è una vittoria, non lo è per la donna che
condanna se stessa al destino di bambola, che è “lasciarsi fare”, divenire
oggetto in mano di altri.
La “bambola” che
l’uomo e la donna incontrano all’inizio della loro vita sembra dunque
assommare in sé aspetti diversi: è il corpo che genera, il corpo della
madre, se visto dall’interno, ma è anche, guardato da fuori, l’oggetto
d’amore che si consegna, muto e seducente, al desiderio sessuale. Inoltre,
dato che la bambola viene tradizionalmente associata al figlio futuro, si
può pensarla anche come immagine di quel femminile narcisisticamente
appagato di se stesso, che Freud accosta al bambino e ad alcuni animali da
preda.
Che la bambola abbia
poco a che fare con la maternità, lo dimostra in modo evidente un breve
racconto di Edmondo De Amicis, Il re delle bambole (Sellerio,
1980). Nella bottega di colui che le fabbrica, o le ripara, le bambole
sono “bambine inanimate”, ma con “belle gambe di donna”, che gli sguardi
delle ragazzine “rubano con gli occhi” e poi con le mani, travolte da
“un’orgia di desideri”. Da subito si confondono “bambole e bimbe”, “vocine
naturali” e “vocine meccaniche”, “braccini di carne” e “braccini di
legno”, “occhietti viventi” e “occhietti di vetro”. La ricerca della
bambola si carica di slanci erotici, ma anche di fantasie devastanti, a
cui contribuiscono “mani fanciullesche eccitate dalla curiosità istintiva
dell’anatomia del giocattolo”.
“Se vedessi che
sguardi lanciavano alle bambole a cui debbono rinunziare, sguardi d’amore,
sospiri, addii, col capo rivolto all’indietro… Bisogna vedere le mosse, lo
slancio con cui alcune se ne impossessano e se le serrano al petto:
tigrette affamate che abbracciano la preda”
“E la sala delle
operazioni è la pressa, tutta ingombra di ferri, di pinze, di fili… vi si
vedono sui tavoli, sulle seggiole, sul davanzale delle finestre, buttate
in tutti gli atteggiamenti, grandi bambole nude, con le capigliature
tragicamente arrovesciate, con “gli occhi mobili”, stralunati, con le
“bocche parlanti”, spalancate, le une cieche, le altre zoppe, le altre
mutilate, teste separate dal busto, tronchi con le braccia tese, braccia e
gambe disperse; uno spettacolo orrendo, che mi ricordò un cert’antro
fantastico di Jack lo squartatore”.
“Il Bonini mi mostrò
le bambole più belle, chiomate e vestite…tutte con quel visetto fatto a
pesca, con quella bocca a botton di rosa, con quegli occhi grandi e freddi
di donnine senza cuore e cocottes senza pensieri”.
“E quante carezze
amorose, quante parole gentili, quanti teneri baci avranno quei corpicini
insensibili…su quante innocenti e soavi nudità premeranno queste fantocce
i loro labbruzzi freddi di porcellana, strette tra due braccini candidi e
scaldate da un alito odoroso, dentro un lettuccio visitato da sogni
azzurri”.
Fin qui la bambola
sembra rimandare unicamente al corpo femminile come oggetto erotico, che
muove desideri e voglie aggressive. Ma c’è un passaggio imprevisto che fa
comparire altri aspetti: nel momento in cui la bambola si anima, si fa
“attiva”, avviene una specie di trasmutazione e, dietro la “donnina senza
cuore”, compaiono le figure della madre e del figlio.
“Stavo ancora
amoreggiando con la bella varallese, quando mi vedo buttare su banco una
grossa bambola che agita le braccia e le gambe, gnaulando come un bimbo in
culla, ed ecco un’altra bambola enorme, che alterna dei passi sul
pavimento, tenuta per le mani da un commesso, tale e quale come un bimbo
che impara a camminare. Un’altra bambola tanto fatta nello stesso tempo mi
viene incontro sul banco a passi risoluti, dritta, gettando delle strida
di folletto… non so dire lo strano senso di stupore e quasi di inquietudine
che provai in mezzo a quella insospettata eruzione di vita artificiale… mi
parve ad un tempo di trovarmi al teatro regio, a una scena del ballo
Puppenfee e in una sala della Maternità in un momento di scompiglio.”
La sessualità e la
maternità, il rituale erotico e l’accudimento, il piacere e la fame,
ipocriticamente separati nelle immagini dei media, della moda, della
pubblicità, ricompaiono come una specie di Giano bifronte nel simbolo più
universale del destino femminile, la bambola, e aiutano a capirne il
successo duraturo, oggi incredibilmente esteso.
Pubblicato da a.tarabbia il 05-08-08