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Et si on vivait tous ensemble?
Teo Lorini

Non occorre pensare all’Italia, con il suo Presidente della Repubblica ultraottuagenario e il premier che lo tallona da presso, per rammentare che la nostra società è sempre più proiettata verso la vecchiaia e che l’aspettativa di vita è destinata ad allungarsi costantemente. Pure, sebbene questo stato di cose sia sotto gli occhi di ciascuno di noi, il cinema, soprattutto il cinema mainstream, sembra restio a indagare quella che un tempo si chiamava “terza età”. E se l’invecchiamento, la decadenza fisica, l’umiliazione della dipendenza paiono temi sgraditi, a maggior ragione pare difficile imbattersi in pellicole che ambiscano a narrare l’ambizione a una vita completa o – peggio! – la sessualità degli anziani. Per non parlare del Rimosso supremo della nostra epoca: la morte.
In netta controtendenza, l’eccellente direttore artistico del Festival di Locarno, Olivier Père, ha invece proposto un film che ha per protagonisti cinque amici ultrasettantenni per l’occasione più mainstream di tutta la kermesse: la proiezione di chiusura per i circa 8.000 spettatori della Piazza Grande.

Tra i personaggi di Et si on vivait tous ensemble? c’è chi è solamente acciaccato e chi invece ha problemi più gravi (dalla perdita di memoria al corpo che tradisce e si ribella…) ma nessuno di loro ha intenzione di fare ciò che la società gli imporrebbe: mettersi da parte, accettare il ricovero in un ospizio e avvizzire sino a spegnersi in silenzio. «E se andassimo tutti a vivere assieme?» è la proposta, prima scherzosa e poi resa concreta dalla volontà di sottrarre alla casa di cura l’infartuato ed ex (ma siamo sicuri?) donnaiolo Claude. E così, i nostri decidono di ritirarsi nella bella villa di Annie e del suo battagliero marito, Jean, per sostenersi a vicenda, grazie anche al supporto di un dottorando in antropologia (Daniel Brühl) che decide di sostituire la sua tesi sulla vita degli anziani delle tribù australi a un lavoro sul campo presso questa novella comune contemporanea.
Il regista Stéphane Robelin, cresciuto alla scuola del cinema italiano migliore (tanto Ferreri, ovviamente, ma anche Antonioni, echeggiato nello strepitoso finale), coadiuvato da una sceneggiatura senza mende e da un solidissimo cast in cui meritano menzione le sublimi Geraldine Chaplin e Jane Fonda (che non recitava in francese da Crepa padrone, tutto va bene del 1972), dosa con maestria i momenti comici ma rifiuta la facile virata pochadistica e non risparmia ai suoi protagonisti – e quindi al pubblico – il dolore né le degradanti offese del tempo sino a un finale tanto coraggioso quanto toccante.

Pubblicato da t.lorini il 15-08-11
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